Sabato scorso a Roma si è tenuto un incontro dal titolo
“Questione di genere. Rompere ogni tabù. Aprire il confronto”, promosso dal
giornale online “L’Interferenza” e dall’Associazione “Uomini e Donne in
Movimento”.
I relatori erano Fabrizio Marchi, direttore de L’Interferenza, Giacomo Rotoli, presidente dell’Associazione “Uomini e Donne in Movimento”, membro della LUVV (Lega Uomini Vittime di Violenza) e redattore de L’Interferenza, Tiziana Lombardi, docente e studiosa, Rita Fadda, presidente della LUVV, Antonio Martone, docente di filosofia politica all’Università di Salerno e redattore de L’Interferenza ed A. Infante, psicologo e membro della LUVV.
La finalità dell’evento, come recita anche il titolo, era quella di aprire un confronto a più voci su un tema, quello della questione di genere, sul quale da decenni esiste una sola narrazione ufficiale e ufficialmente ammessa, quella femminista. Sappiamo infatti per esperienza diretta che chi prova a discostarsi o anche solo ad avanzare una sia pur pallida critica a questa narrazione viene dipinto con i colori più cupi, deriso, insultato, tacciato di maschilismo, misoginia e fascismo, e soprattutto ogni spazio, mediatico o politico (ma anche sociale e umano) gli viene precluso, spesso con veri e propri atti di censura. Non è accaduto solo a noi ma a relativamente tanti/e altri/e, anche di recente. L’evento era ovviamente pubblico e chiunque poteva intervenire – e in effetti è intervenuto – esprimendo liberamente le proprie opinioni, indipendentemente (e ci mancherebbe altro) da quelle dei relatori e delle relatrici (è bene specificare che Tiziana Lombardi non ha nulla a che vedere né con L’Interferenza, né con Uomini e Donne in Movimento, né con la LUVV).
Quando l’incontro stava volgendo verso le battute finali è successo un fatto grave, increscioso e ingiustificabile che abbiamo immediatamente condannato, senza alcuna esitazione, sia come giornale “L’Interferenza” che come “Uomini e Donne in Movimento” e LUVV. Una giovane donna, che in seguito abbiamo saputo chiamarsi Aurora Tramontin ed essere una “femminista intersezionale”, è stata interrotta da un signore che partecipava all’evento e che ci segue da tempo sui social come molti altri il quale, alzandosi in piedi, urlando e inveendo nei suoi confronti le ha di fatto impedito di parlare. Sono naturalmente e prontamente intervenuti alcuni fra i pochi presenti rimasti, fra cui anche gli stessi relatori, A. Infante, Rita Fadda e Fabrizio Marchi, per sedare, civilmente ma risolutamente, le intemperanze del signore, frapponendosi fra quest’ultimo e la signora Aurora Tramontin la quale, a quel punto, ha scelto, comprensibilmente, di andarsene nonostante i ripetuti inviti da parte nostra a restare e a terminare il suo intervento. Per quanto riguarda l’aggressione verbale di cui è stata oggetto, non possiamo che esprimerle la nostra totale solidarietà ribadendo però che non abbiamo alcuna responsabilità per quanto accaduto, se non per il fatto di aver promosso l’evento. Avremmo anche voluto contattarla personalmente per esprimerle la nostra vicinanza e solidarietà ma eravamo e siamo stati impossibilitati a farlo non conoscendola e non avendo nessun contatto con lei. Lo facciamo, dunque, qui ed ora, formalmente e soprattutto sinceramente.
Chiarito ciò, alcune considerazioni si rendono però
necessarie, indipendentemente dalla stigmatizzazione e dalla condanna
dell’inaccettabile comportamento del signore che se ne è reso protagonista.
Aurora Tramontin e un altro partecipante all’evento di nome
Leonardo Laviola, intervenuto anch’egli nel corso del dibattito e dichiaratosi
“femminista intersezionale”, prima che potessimo contattarli di persona hanno
pubblicato un video e alcuni post su vari social nei quali strumentalizzano il
malsano comportamento di quella singola persona gettando il solito carico di
fango su tutta la nostra comunità (il giornale L’Interferenza, Uomini e Donne
in Movimento e LUVV), ripetendo gli stereotipi e i luoghi comuni a cui abbiamo
già fatto cenno sopra, che sono gli stessi che vengono ripetuti da sempre a chi
si pone in una posizione critica nei confronti della narrazione femminista
dominante.
Se non avessero avuto così tanta fretta – ci permettiamo di
dire sospetta – nel demonizzarci, gli avremmo fatto sapere che ci dispiace
molto per quanto avvenuto (anche perché ha provocato un grave danno di immagine
in primis se non esclusivamente a noi) e che siamo tuttora disposti a
proseguire in questo tentativo di confronto nelle forme e nelle sedi che loro
stesse/i ritengono più opportune. Appare però evidente dalle loro risposte che
non solo non hanno nessuna intenzione di proseguire tale confronto ma che hanno
colto la palla al balzo, fornitagli su un piatto d’argento dal comportamento di
un irresponsabile, per gettare discredito nei nostri riguardi e bloccare sul
nascere ogni possibilità di proseguire una relazione dialettica. Una relazione
certamente difficilissima, su questo non c’è dubbio, ma avremmo dovuto già
saperlo tutti quanti, ammettendo la buona fede di tutti e tutte, cosa sulla
quale nutriamo a questo punto dei dubbi.
Qualcuno/a pensava forse che il tentativo di aprire una breccia nel muro
di gomma e di (neo)conformismo che è stato costruito nel corso dei decenni
sulle “questioni di genere” fosse un percorso facile e privo di ostacoli?
Soltanto un ingenuo o un superficiale poteva pensarlo. Sono decenni che su
questo argomento è stata imposta una narrazione ideologica a senso unico,
altamente pervasiva ed asfissiante, che ha impedito e continua scientemente e
sistematicamente ad impedire ogni forma di discussione e di critica. E’ stata
creata una sorta di metaforica pentola a pressione, chiusa ermeticamente. E’
evidente che tutto ciò non può non creare in molti – soprattutto in tanti
uomini che vivono una condizione di grave disagio sociale ed umano e che
vengono anche criminalizzati e colpevolizzati per tale condizione – un
sentimento di frustrazione e di risentimento che viene alimentato proprio
dall’impossibilità di esprimere la loro sofferenza.
Ora, è bene sottolinearlo, una particella infinitesimale di questa immensa e disconosciuta sofferenza si è manifestata anche nell’incontro che abbiamo promosso nelle forme che abbiamo visto e in ogni caso stigmatizzato. Ma non ci si può limitare alla stigmatizzazione a meno di non voler essere ipocriti. Quell’uomo è stato irruento e aggressivo ma in fin dei conti quella che è emersa è la sua condizione di disagio, che è quella di milioni e milioni di uomini solo in questo paese. Dobbiamo esserne consapevoli se siamo provvisti di sensibilità ma anche di onestà intellettuale e lucidità politica. E’ assolutamente necessario “bucare il Matrix”, come si suol dire, rompere la cappa di piombo neoconformista e politicamente corretta dominante e dare la possibilità alle persone, uomini e donne, di qualsiasi orientamento sessuale e di qualsiasi condizione sociale, di esprimersi liberamente, ciascuno con i mezzi e le capacità culturali e intellettuali di cui dispone, fuori da liturgie e stereotipi per lo più indotti. Questo è ciò che stiamo tentando di fare e che continueremo a fare senza timore delle scomuniche da parte di chicchessia. Lo facciamo su tutti i temi di cui ci occupiamo (politica internazionale, filosofia politica, sociologia), tanto più lo facciamo e lo faremo su questo.
Putroppo, però, l’atteggiamento assunto dopo l’incontro –
gestito, come prassi attuale pretende, sui social dove è possibile trovare un
pubblico spesso già ammaestrato, consonante e polarizzato – dimostra quanto
sia, nei fatti, quasi impossibile un confronto reale con chi ritiene di avere
ragione per una sorta di diritto divino, cioè per il solo fatto di incarnare la
“parte giusta” della storia. Non si tratta di discutere, ma di giudicare; non
di comprendere, ma di condannare. E tale postura è resa ancora più arrogante
dalla consapevolezza di occupare una posizione di forza garantita dal
mainstream mediatico, che amplifica una sola narrazione e silenzia
sistematicamente tutte le altre.
In questo senso, la fretta con cui Aurora Tramontin e Leonardo Laviola hanno pubblicato video e post appare tutt’altro che ingenua. Non c’era alcun interesse a chiarire, comprendere o proseguire il dialogo: c’era l’urgenza di colpire, sfruttando un’occasione fortuita per rafforzare una narrazione già pronta. È la dimostrazione plastica di quanto il confronto venga evocato solo come parola d’ordine, mai come pratica reale.
La redazione de L’Interferenza
L’associazione “Uomini e Donne in Movimento”