Nella
sub-colonia Italia, per rifilare ancora una volta un governo di un banchiere
serve un ingrediente fondamentale: lo scandalo dei benpensanti. La loro
indignazione deve intanto essere suscitata, ma questo naturalmente non basta,
deve anche essere direzionata nel modo desiderato. Nulla di più facile, comunque.
Guardate come si stracciano le vesti per ogni calcolata esternazione di
Vannacci. Prontamente si interrogano: “Ma come è possibile?”, con sicurezza
irrompono: “Soltanto gli ignoranti possono votarlo!”. Questo è tutto quello che
hanno da dire. Mentre sono rinchiusi nella loro indignazione, assisi nella
fortezza inespugnabile della loro superiorità morale, a una distanza abissale
dalla loro comprensione si trova tutto l’essenziale del fenomeno, cioè il fatto
che il consenso ai governi “tecnici” – che sono i più politici di tutti – e
alle politiche di macelleria sociale delle quali sono esecutori non è venuto, e
non verrà, tanto dagli “ignoranti”, ma concretamente dai semi-colti. E cioè
proprio da loro, benpensanti, da loro, analfoliberali (per una identikit
dettagliata di questo tipo antropologico, segnalo il recente Gli Analfoliberali,
per le edizioni Kulturjam, al quale ho contribuito), per i quali “Tutto è
meglio di Vannacci”. Questa esternazione del buon senso comune analfoliberale,
che rappresenta il limite estremo dell’intera loro analisi politica, è il
nocciolo duro del consenso già in via di costruzione per l’operazione alle porte:
giustificare il prossimo governo “tecnico” e, con esso, il “fronte di salvezza
nazionale” che sarà chiamato “responsabilmente” a sostenerlo agitando lo
spauracchio fascista Vannacci spinto oltre il 10% dall’indignazione dei
benpensanti e dai media progressisti. Ovviamente non è mai possibile prevedere
a tavolino tutte le variabili in gioco e calcolarne con certezza gli effetti,
ma l’andazzo sembra questo.
Vannacci
serve a questo. A preparare un terreno. Naturalmente lui sta al gioco con ampio
tornaconto; e sa benissimo che più la spara grossa e meglio è. L’effetto di
suscitare lo scandalo degli analfoliberali è prestissimo ottenuto, il loro
animo è già pronto per il prossimo baraccone tecnico-tecnocratico, il partito
da loro desiderato del “Tutto-ma-non-Vannacci”. Detto fatto. Potranno essere
presi alla lettera. La campagna elettorale è già in atto e si rivolge
soprattutto a loro. Sarà questo partito unico a sostenere, ancora una volta,
politiche di riarmo, di guerra, di austerità, di macelleria sociale, ma pazienza
purché abbia i diritti civili in agenda e il “fascismo” sia stato scongiurato
(ma solo per legittimare un altro totalitarismo…). Se, invece, il gioco dovesse
sfuggire di mano e il politicamente corretto dei benpensanti disgustasse così
tanto gli italiani da spingerli a consegnarsi un giorno al Generale in persona
(in questo caso, ipotizziamo diversamente, sostenuto dalla Destra), rimane del
tutto chiaro che questi farà politiche non meno atlantiste e ultra-liberiste,
essendo in tutto e per tutto un prodotto del sistema; al quale andrebbe
comunque benissimo anche così, perché l’intero gioco naturalmente ha un altro
cardine: quello di marginalizzare ogni possibile reale alternativa a quel
sistema che tanto Vannacci che i “responsabili benpensanti” sono chiamati a
presidiare e a blindare.
Il
bisogno costitutivo dei benpensanti rimane quello di potersi ergere al di sopra
delle classi popolari “rozze e incolte”. Perciò si procede a costruire
l’effetto ottico per cui Vannacci sarebbe l’unica e genuina espressione del
“populismo”. Lo scopo reale è quello di impedire che le classi popolari – delle
quali Vannacci non esprime affatto gli interessi – possano trovare una vera e
adeguata rappresentanza politica.
Quello che si innesca tra Vannacci e i benpensanti è un gioco di specchi, sostanzialmente di legittimazione reciproca. È il solito gioco della polarizzazione, una pseudo-dialettica tanto ripetitiva quanto di sempre sicura efficacia, nella quale l’indignazione assolve alla funzione di sostituire la comprensione specifica del meccanismo di costruzione del consenso.
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