A sinistra c’è un continuo
e vorticoso stracciarsi le vesti dopo la clamorosa affermazione della destra in
Sassonia. Addirittura ho sentito un politico affermare che lei condanna la
vittoria delle destre. Ha detto proprio così “lei condanna”. Come se
un’elezione democratica potesse essere “condannata” dalla moralità “superiore”
della politica in questione. Forse è un lapsus. Chiunque dopo Freud, tuttavia,
sa che un lapsus è in grado di rilevare della personalità di qualcuno più di un
discorso esplicito. La situazione è questa: non ci sono analisi all’altezza
della realtà. E quando qualche intellettuale sapientone ne propone qualcuna,
sprezzante del ridicolo, l’unica cosa che mostra chiaramente è la lontananza
anni luce dalla realtà. Non mi stupisco: a sinistra, la protervia e l’ottusità
sono di casa. Per dirla in breve, vorrebbero curare la malattia con lo stesso
farmaco che l’ha generata.
Non sono affatto convinto,
per esempio, che la risposta all’avanzata delle destre possa consistere nel
rafforzamento di quel sistema di mobilitazioni identitarie e di “lotte
orizzontali” che negli ultimi decenni ha finito per occupare gran parte dello
spazio cosiddetto progressista. Mentre le sinistre perdevano progressivamente
la capacità di rappresentare il conflitto sociale nel suo carattere generale,
una parte decisiva della loro cultura politica si spostava verso conflitti
sempre più segmentati, simbolici e identitari. Il femminismo – e più in
generale la cultura woke, ne è un
esempio importante. Nel frattempo, le destre hanno potuto presentarsi come le
sole capaci di parlare di sicurezza, lavoro, territori, confini, guerra,
trasformazioni demografiche e perdita di controllo sulla propria vita.
Non è sufficiente
liquidare queste domande come razzismo, arretratezza o falsa coscienza. È
precisamente quando una domanda reale viene rimossa che qualcun altro può
impadronirsene e darle una risposta reazionaria.
Questo mi sembra
particolarmente evidente proprio guardando alla crescita delle nuove destre
europee. La loro forza non deriva soltanto dal disagio economico, né può essere
spiegata semplicemente con l’assenza di welfare.
Esse hanno saputo costruire un racconto complessivo: ordine contro disordine,
appartenenza contro sradicamento, sovranità contro perdita di controllo, pace
contro guerra, comunità contro dissoluzione.
Il fatto che questo
racconto sia largamente manipolatorio, o che le soluzioni proposte siano spesso
contraddittorie, non lo rende meno efficace. E soprattutto non rende falsa la
domanda di senso da cui prende le mosse.
Per questo, temo che il
problema non sia semplicemente «riportare la mobilitazione» dentro una politica
progressista. Occorre qualcosa di più radicale: ricostruire una dimensione
politica generale, capace di parlare nuovamente a soggetti non definiti
anzitutto dalla loro appartenenza particolare, e di ricomporre ciò che è stato
progressivamente frantumato. Anzitutto occorre sfondare il fronte della Guerra
e ricominciare a ricucire i rapporti fra paesi con strumenti diplomatici e non
con progetti di riarmo. Ciò che è sommamente necessario in Europa è sfuggire
alle logiche paranoiche e sforzarsi di consegnare ai nostri figli un continente
in pace e nuovamente avviato sulla strada dello sviluppo economico e culturale.
Altrimenti rischiamo di
combattere le destre con gli stessi strumenti culturali che hanno contribuito a
lasciare loro il campo: una politica fatta di identità separate, di
prescrizioni morali e di conflitti settoriali, mentre dall’altra parte si
costruisce una narrazione complessiva del mondo.
L’affermazione delle destre, piuttosto che le solite retoriche progressiste, dovrebbe indurci a parlare di nuovo, ma seriamente, di politica.