Fondare un nuovo spazio politico e chiamarlo Agorà
costituisce un coraggioso e radicale gesto di rottura con la topografia del
potere contemporaneo. Oggi la politica non abita più i luoghi della decisione
visibile. Si è rintanata nei laboratori asettici delle tecnocrazie, nei palazzi
blindati delle oligarchie e nelle camere d’eco della propaganda digitale. Il
cittadino è ridotto a spettatore passivo, immerso in una palude orizzontale in
cui il dibattito pubblico subisce un degrado che lo riduce a rumore di fondo,
un fango indistinto fonte di nausea e rigetto. In questo paesaggio melmoso, l’ideologia
funge da anestetico, e la paura del conflitto esterno si trasforma nello
strumento perfetto per legittimare la sospensione strisciante della democrazia
reale. Fondare Agorà significa compiere il primo, necessario movimento
filosofico: delimitare lo spazio sacro della cittadinanza da quello profano dell’interesse
privato.
La polis greca nasce nell’istante in cui si decide di
lasciare un vuoto al centro della città. Quel vuoto è – appunto – l’Agorà.
Filosoficamente, quel vuoto rappresenta il rifiuto che un singolo, o una
cricca, possa appropriarsi della verità e del destino di tutti. Nell’Agorà la
parola importante è l’isegoria, l’eguale diritto di parola, e il potere
giace es meson, nel mezzo, a disposizione della comunità.
La palude attuale opera secondo la logica inversa:
satura ogni spazio di narrazioni prefabbricate e decreta che i destini dei
popoli debbano essere sacrificati sull’altare di un bellicismo geometrico e
astratto, gestito da élite che non pagheranno mai il prezzo delle proprie
decisioni. Organizzare i tanti che provano nausea per questo stato di cose
significa trasformare la repulsione in forza costituente. Non si tratta di
invocare una neutralità passiva, ma una pace attiva, intesa come suprema
espressione di sovranità e dignità umana. Rifiutare di essere carne da cannone
per gli interessi di un’oligarchia significa riaffermare che il fine della
politica risiede nella vita e nel benessere della collettività, non nella
preservazione del privilegio attraverso la guerra. Il vero tradimento della
democrazia contemporanea consiste nell’aver trasformato il cittadino da
soggetto deliberante a cliente da persuadere. L’Agorà restituisce al popolo il
bene prezioso che la propaganda gli ha sottratto, ossia il diritto di essere
l’origine della legge.
Tuttavia, il compito più immane e vertiginoso che
questo movimento si trova dinanzi — un’impresa storica la cui riuscita resta
un’incognita aperta — consiste nel combattere e disinnescare la sofisticata
frammentazione sociale che l’attuale sistema di potere oligarchico è riuscito a
comporre. Il potere contemporaneo non centralizza soltanto ma atomizza. Anzi,
atomizza per poter meglio centralizzare. Ha compreso che per governare la massa
contemporanea senza democrazia occorre parcellizzarla in una costellazione di
micro-identità conflittuali. Ci troviamo così immersi in un teatrino
identitario permanente, un panorama di tribù le une contro le altre armate.
Donne contro uomini, irrigidimenti etnici contrapposti, segmentazioni culturali
elette a dogmi assoluti. I cosiddetti femminismi e le rivendicazioni
particolaristiche razziali o nazionalistiche sono riscritti come codici di
scontro orizzontale.
Questa balcanizzazione dell’esistente non è casuale,
ma risponde a una precisa funzione sistemica: impedire la verticalizzazione del
conflitto. Finché l’oppresso combatte contro un altro oppresso per ragioni di
genere, razza o orientamento, l’oligarchia resta invisibile e intatta al di
sopra della mischia. Il teatrino delle identità funge da schermo fumogeno.
Serve a occultare la sistematica demolizione delle basi materiali dell’esistenza
biologica e sociale. Mentre il dibattito pubblico si avvita nella sterile performance delle appartenenze, il
potere reale opera le sue transazioni decisive. La distrazione di massa
metodica permette di attuare la cancellazione progressiva del welfare, trasformando i diritti sociali
in beni di consumo, la desertificazione della sanità pubblica, ridotta a un
lusso per pochi, e la metamorfosi dell’istruzione, derubricata ad aziendalismo
performativo, dove il pensiero critico è sostituito dall’addestramento alla
competizione e dall’acquisizione di competenze spendibili sul mercato.
Il nodo filosofico fondamentale che Agorà sembrerebbe
avere in animo di affrontare è che la democrazia non è un’astrazione giuridica,
né una formula procedurale rinfrescata ogni pochi anni dal rito elettorale. La
democrazia possiede una carne e un sangue, ossia la sua base materiale. Quando
le disuguaglianze economiche e sociali raggiungono un livello tale da spaccare
la società in mondi non comunicanti — dove oligarchie invisibili detengono il
controllo dei mezzi di sussistenza, d’informazione e di decisione, e la
maggioranza è relegata alla precarietà esistenziale — la democrazia diventa francamente
impraticabile e impensabile. Senza l’uguaglianza materiale, la libertà politica
è soltanto un’illusione. Se un cittadino è ricattabile nel lavoro, se non ha
accesso alla salute, se l’istruzione dei suoi figli è preclusa o svilita, la
sua partecipazione alla vita pubblica è svuotata di ogni sovranità. Senza questi
presupposti, la democrazia è soltanto un guscio vuoto, un simulacro
tecnocratico che conserva le forme della rappresentanza per meglio legittimare
il dominio oligarchico.
In questo scenario, la guerra smette di essere un
accidente della storia, un’eccezione o un fallimento della diplomazia, per
rivelarsi come la necessità logica e strutturale del capitalismo oligarchico.
Quando il mercato interno è saturo, quando la ricchezza sociale è stata
interamente cannibalizzata dalle privatizzazioni e il welfare è ridotto
all’osso, il capitalismo finanziario che sostiene l’oligarchia non può più
riprodursi entro i confini dello Stato-Nazione. Ha bisogno di espansione, di
mercati esteri, di materie prime, di sfere d’influenza geometriche e globali. L’industria
delle armi ha bisogno di vendere armi e di distruggere parti del mondo per
poter poi proporsi per la ricostruzione. L’imperialismo contemporaneo non è che
la proiezione armata di questa insaziabile fame di profitto.
La guerra diventa allora la prosecuzione naturale di
un’economia basata sul saccheggio. C’è di più: il conflitto bellico svolge una
funzione interna fondamentale di stabilizzazione del potere. La mobilitazione
bellica e la retorica del nemico pubblico servono a disciplinare i corpi e a
silenziare il dissenso interno. Chi contesta il sistema è immediatamente
bollato come traditore o come complice dell’autocrate di turno. La guerra,
dunque, esternalizza le contraddizioni dell’oligarchia, scaricando sulla pelle
dei popoli il costo del collasso materiale interno, convertendo la spinta alla resistenza
sociale in odio nazionalistico. La distruzione dei corpi e dei territori altrui
è l’estremo prezzo che l’oligarchia fa pagare all’umanità pur di non cedere un
briciolo del proprio privilegio.
Il movimento che sorge sotto il nome di Agorà porta
con sé una responsabilità teorica e pratica di grande rilievo. Deve evitare le
due trappole speculari della modernità: l’isolamento della testimonianza
sterile e l’omologazione del compromesso. Organizzare la moltitudine invisibile
che rifiuta il partito unico della guerra e della frammentazione richiede un
linguaggio nuovo, capace di scrostare le menzogne della propaganda d’apparato
senza cadere nel dogmatismo. Il compito storico è allora quello di ricomporre
ciò che il potere ha frantumato, di ritrovare il filo conduttore che unisce le
diverse sofferenze sociali sotto un’unica grande istanza di liberazione e
giustizia materiale. Significa abitare la piazza — sia fisica che concettuale —
per dimostrare che l’alternativa alla palude non è il deserto dell’isolamento
individualista, ma la comunità degli uguali che scelgono, insieme, il proprio
destino.
La fisionomia di Agorà si
definisce proprio attraverso la qualità del pensiero dei suoi promotori, a
partire dal suo presidente, il professor Angelo D’Orsi.
Storico del pensiero
politico, già Professore all’Università di Torino e allievo di Norberto Bobbio,
D’Orsi rappresenta il legame diretto tra la rigorosa analisi storica e
l’impegno civile. La sua presidenza è una scelta di campo: portare la
tradizione della storiografia critica (da Gramsci a Gobetti) direttamente nello
spazio pubblico. La sua traiettoria intellettuale, incentrata sullo studio della
funzione degli intellettuali nella società e sulla critica del militarismo,
offre al movimento la necessaria profondità analitica per scrostare le
narrazioni belliciste e la retorica del “pensiero unico”.
Accanto a lui, la
struttura ideale del movimento si avvale di un nucleo di pensatori, accademici
e saggisti che condividono la medesima urgenza di ricomposizione sociale.
Figure della filosofia, dell’economia critica e del giornalismo d’inchiesta
indipendente — che da anni denunciano la deriva tecnocratica e la distruzione
del welfare — trovano in questo spazio il luogo in cui il sapere esce dalle
aule universitarie e dai circuiti elitari per farsi isegoria, parola
pubblica e condivisa.
La presenza di queste personalità delinea la vera ambizione di Agorà: dimostrare che la cultura non deve essere l’ornamento sofisticato del potere oligarchico o lo strumento per legittimarne le decisioni asettiche. Al contrario, l’intellettuale ha il compito di tornare nell’arena comune, offrendo strumenti concettuali ai “tanti” per trasformare la nausea in consapevolezza e la frammentazione identitaria in una solida e unitaria resistenza materiale.