Perché il progressismo sta scaricando il woke


Che cos’è, intanto, il “woke”?

Nella sua versione peggiore, esso coincide con il politicamente corretto e con la “cancel culture”, fatti propri soprattutto dalla sinistra di sistema come elementi di copertura e giustificazione di politiche elitarie, ultraliberiste e antipopolari. Il woke è infatti servito a spostare efficacemente l’attenzione dalle questioni economiche e sociali a quelle sovrastrutturali. Così le “battaglie” del politicamente corretto (schwa, asterischi, ostentata “inclusività”, ambientalismo sganciato dalla questione sociale, rainbow-washing, femminismo mainstream come anestetico della lotta di classe ecc.) sono andate esattamente di pari passo alla macelleria sociale neoliberale. Non sorprende, visto che quelle del politicamente corretto sono le sovrastrutture discorsive delle classi dominanti. Giova ripetere che ad averle fatte proprie è stata soprattutto quella sinistra di sistema che, da Clinton e Blair – sulle due sponde dell’Anglosfera, e a seguire in tutta Europa – ha consumato il suo felice matrimonio con le élite. Il politicamente corretto è stato il lessico familiare di questo matrimonio, mentre schiere di ingenui elettori adeguatamente turlupinati hanno continuato, per inerzia, a pensare che in fondo quella fosse pur sempre, bene o male, la “sinistra”, insomma che facesse in qualche modo gli interessi delle classi popolari. Niente di più lontano dal vero.

Perché, adesso, questo ripensamento?

Intanto bisogna dire che due anni fa Trump ha rivinto (anche) perché il woke è esausto. Detto altrimenti, molti si sono rotti le scatole, e la percezione che l’agenda woke sia lontana (eufemismo, noi abbiamo sempre preferito dire antagonista) dagli interessi delle classi popolari e delle persone comuni è cresciuta mentre la crisi economica, e per la verità di un intero modello, quello del finanzcapitalismo, è andata approfondendosi.

Siamo, allora, in presenza di un’inversione di fase nel campo progressista, cioè quel campo che è stato fino ad oggi la sponda, in nome e per conto delle élite, del woke, che ha eseguito a menadito l’agenda del politicamente corretto?


Ecco, io direi di no. Credo che non sia in atto alcuna inversione di fase, quanto piuttosto un riposizionamento dettato da evidenti e pressanti esigenze di marketing elettoralistico.

Quella della Ocasio-Cortez appare come una vera retromarcia, considerando il suo passato sostegno a tutte le battaglie “woke”. Diverso il caso, in Germania, di Sahra Wagenknecht, che ha formulato una critica ben più articolata e coerente. Non è da oggi, comunque, che l’attacco alla cultura woke è diffuso negli ambienti critici della sinistra d’alternativa e di rottura dell’establishment neoliberale.

Accade invece qualcosa di nuovo e di diverso quando questa critica viene ripresa e rilanciata, per esempio, dal partito di La Repubblica. Quando è proprio il mainstream progressista, che per tre decenni è stata la cassa di risonanza della cultura woke (anche se la parola è più recente), a industriarsi a dichiarare che quell’epoca si sta concludendo. Che il woke ha esagerato. Ma va? E se ne accorgono adesso? Da mo’, che il woke ha rotto. Il loro problema non è questo, è che il woke non funziona più. Altrimenti se lo sarebbero tenuti un altro po’.

Il woke non è più la linea adatta per affrontare Trump, né Vannacci in Italia. Anzi, costoro contro gli eccessi ormai visibili a occhio nudo del woke ci vanno a nozze (salvo che poi Trump abbia volatilizzato buona parte del suo capitale politico), esasperando con profitto gli elementi di contrapposizione proprio perché il woke è diventato insopportabile. Né appare più la linea utile da seguire per coprire e giustificare il peggioramento delle condizioni economiche anche dei ceti medi al tempo della recrudescenza geopolitica, della crisi dell’unipolarismo statunitense, delle politiche di guerra e di Riarmo.

E allora bisogna cambiare. Ma cambiare la superficie; è essenzialmente questione di comunicazione, non di sostanza. O si vuole davvero pensare che la sinistra di sistema (ma anche quella cosiddetta “radicale” che della prima è sostanzialmente una protesi), che da oltre trent’anni è giudiziosamente a servizio delle classi dominanti, intenda improvvisamente voltare loro le spalle?

Siamo in presenza di un cambio di comunicazione per ragioni di opportunità e marketing elettoralistico. Non certo perché il centrosinistra e la sinistra di sistema debbano improvvisamente mettersi contro le élite, ma per servirle meglio.

Non per nulla La Repubblica e la stampa di area affine non sta soltanto rilanciando la critica al wokismo. Ha anche, prima, tirato la volata al fenomeno Vannacci, con il noto stratagemma di stracciarsi le vesti ad ogni sua sortita per dargli risonanza. Anche in Italia il riposizionamento della sinistra di sistema su posizioni “meno woke” appare più adatto a garantire, forse già in primavera, la nascita di un nuovo accrocco tecnico-tecnocratico. Gli apriranno le porte da una parte lo spauracchio fascista Vannacci, dall’altra un fronte di “salvezza nazionale” che, dismesso a sinistra il woke, potrà meglio – ma falsamente – accreditarsi all’insegna di un ostentato interesse nazionale e popolare. In questo contesto, la retorica del “buon senso e della concretezza” è già chiamata a giustificare politiche di austerità o di economia di guerra, spacciandole per “responsabilità nazionale”.

Elly Schlein balla sul carro al Roma Pride sulle note di Annalisa ed Emma

Fonte foto: Corriere TV (da Google)

2 commenti per “Perché il progressismo sta scaricando il woke

  1. Ros* lux
    26 Agosto 2026 at 15:27

    Nell’intervista alla ABC di orientamento liberal moderato la OC ha detto “Woke 1 was crazy ” . Con questa definizione ha voluto rassicurare i moderati che il Woke attuale 2.0 sarà migliore rispetto al Woke 1.0 del periodo 2019/21 ,che comprendeva istanze estreme o divisive, come i proclami per tagliare i fondi alla polizia (defunding the police), abolire le carceri ( temi che vengono direttamente dagli anni 70 ,una riproposizione dei temi e dell’attivismo politico di Michel Foucault e del suo Gruppo Informazioni sulle Prigioni ) o posizioni culturali distanti dai temi dei diritti dei lavoratori e caratterizzati da un rigido controllo del linguaggio, da “test di purità” ideologica e dalla cosiddetta cancel culture verso chiunque esprimesse opinioni non allineate.
    La sua critica del woke 1.0 è quindi solo una presa di distanza da certi eccessi non un vero ripensamento delle politiche identitarie di genere, del neofemminismo.
    Conte ha voluto cogliere questa occasione per riposizionarsi nei confronti della Schlein,nella competizione per la guida del “Campo Largo” , la sua è una posizione strumentale perché solo poche settimane fa’ si è espresso contro la proposta di legge popolare “1% Equo” per la tassazione progressiva patrimoniale.
    Dal punto di vista di chi considera il neofemminismo e il wokismo ideologie irrazionaliste e antisocialiste ,si tratta di una delle poche occasioni per rompere la cappa di censura e di intolleranza che impedisce una discussione critica .
    La stessa Susan Neiman autrice del saggio “La Sinistra non è woke ” ha voluto denunciare questo asfissiante conformismo.
    Bisognerebbe quindi cogliere l’occasione per cercare di allargare questa piccola apertura nel dibattito pubblico per cercare di mettere in discussione l’egemonia culturale della nuova componente neofemminista della classe dirigente .

  2. Piero
    27 Agosto 2026 at 7:03

    Sia il progressismo, che il reazionismo sono agenti dello stesso bisogno capitalista di estrarre continuamente plus valore.

    Il capitalismo muove il proprio raggio d’azione da ciò che è progressista a ciò che è reazionario semplicemente seguendo l’elasticità della domanda: prima vende il simbolo del cambiamento, poi vende il rimedio alla saturazione del cambiamento stesso.

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