Ho annunciato il viaggio a Mosca,
un paio di settimane fa, e immediatamente decine e decine di hater, gli
odiatori professionali (persone o sistemi elettronici) si sono scatenati.
Avevo informato i miei follower
e quelli di Agorà di essere stato invitato da una organizzazione internazionale
(la IAPEE), come “esperto” (qualifica diversa, con un rango minore rispetto a
quella di “osservatore” ufficiale), alle elezioni per il rinnovo della Duma
(18-20 settembre). Avevo comunque ricevuto l’accredito della Camera Elettorale
della Federazione Russa e di quella della Città di Mosca, due istituzioni
preposte al corretto svolgimento delle votazioni. Le ingiurie naturalmente
erano e sono “a prescindere”: al di là delle solite frasi (“Vai in Russia?
Restaci!”. “Quanto ti paga Putin?” “Traditore”…, e così via), gli argomenti
“pesanti” riproducevano i commenti della “stampa indipendente”: ossia, saranno “elezioni
farsa”, tanto si sa chi vince, e tutti a menzionare Putin, che, non trattandosi
di elezioni presidenziali, non era ovviamente candidato.
Del resto non ci si poteva
stupire, se da von der Leyen a Kaia Kallas, da Macron a Merz, era un coro
uniforme, puntualmente ripreso dai media italiani ed europei. Putin ha escluso
gli osservatori internazionali, si ripeteva.
E la IAPEE con i suoi esperti sparsi in varie località della Federazione
(in numero totale di 1256), veniva privata, in tale narrazione, di qualsiasi
legittimità, perché nata in Russia, anche se finanziata dalla sessantina di
Stati membri. A quanto pare esiste agli
occhi di tali osservatori soltanto l’OCSE, della quale il minimo che si possa
dire è che si colloca nella sfera di influenza occidentale e specificamente
statunitense. Morale, se gli osservatori sono sponsorizzati da USA e UE sono
affidabili, altrimenti ricadono sotto l’infamante accusa di propagandisti.
Ho svolto il mio compito nei
giorni delle votazioni visitando ben 34 seggi, sparsi in tutta la gigantesca
metropoli moscovita. Ho constatato de visu il funzionamento corretto e
trasparente delle votazioni, e ho apprezzato che tutti i miei intervistati
(presidenti di seggio, candidati, rappresentanti di liste, osservatori interni,
e i volontari delle Camere civiche (quella Federale e quella di Mosca),
sottolineassero proprio la questione della trasparenza. Ho sottolineato in
qualche intervista, e in servizi in diretta da Mosca, che la parola “glasnost”
(“trasparenza”; che abbiamo conosciuto con Gorbacev) fosse tornata in voga. Ho
apprezzato che i cittadini potessero esprimersi con schede che venivano
stampate sul momento presentando i documenti d’identità, e deposte in urne di
plastica rigida trasparenti, appunto! Altri potevano recarsi alle urne e votare
ai computer presenti al seggio, in modalità elettronica. Ma potevano compiere
la stessa operazione da casa, o da qualsiasi posto dove fosse attiva una
connessione. Addirittura esiste un’applicazione scaricabile sul telefono che
consente di votare dovunque il cittadino si trovi. E infine si poteva votare in
forma cartacea spedendo la scheda.
Ho potuto intervistare chiunque
presente nei seggi, e ho potuto parlare, come già in passato mi era capitato,
con persone comuni per strada. Ho raccolto impressioni, sensazioni, e mi sono
fatto delle idee, naturalmente, anche a partire dalle tante letture fatte in
questi anni e nei precedenti. Ho chiesto della guerra, e ho raccolto la
stanchezza di tutti, e il vibrante auspicio che finisse al più presto. Ma ho
ricavato anche la determinazione a tenere ben strette come Repubbliche
integrate nella Federazione, Lugansk e Donetsk, per non parlare della Crimea
che in Russia, tutti, e sottolineo tutti, considerano intimamente,
storicamente, indefettibilmente russa. E il fatto che il partito Yabloko,
escluso dalla competizione elettorale con sentenza della magistratura, su
richiesta di un partito concorrente (Rodina), non riconosca quelle annessioni,
ormai divenute parte integrante della Costituzione russa, insieme all’accusa di
ricevere finanziamenti “oscuri” da fonti estere, è stata la prima causa della
sua esclusione; peraltro quel partito, come del resto il concorrente (di destra
estrema) aveva un’aspettativa di voto intorno al 2-3% e non al 14 o 15 come
scrivevano i nostri media malinformati, a voler essere generosi.
In generale mi pare di aver ricevuto
la conferma che la Russia, la Federazione Russa, è un paese che funziona, ha
uno Stato efficiente, in particolare nelle città (non solo nelle grandi),
mentre nelle campagne naturalmente le cose sono diverse, ma lo sforzo di
crescita, di modernizzazione, di recupero di PIL e di efficienza, e soprattutto
di dignità nazionale e di sforzo per ritornare sulla scena mondiale da
protagonista, un processo che la guerra di Ucraina ha tentato di fermare,
perché non si tratta della guerra tra Putin e Zelensky, tra Russia e Ucraina,
ma dell’Occidente alla Russia, che è stata messa nella condizione obbligata di
attaccare per fermare il massacro dei russofoni in Donbass, fermare l’ingresso
della NATO nell’Ucraina, ossia alle porte di casa, e il potere di una cricca
antidemocratica e inquinata di forze neonaziste. Tutto questo, va sottolineato,
è l’esito dell’opera di Vladimir Putin, in questi decenni, certo con modi
autoritari, ma il suo compito era disperato, dopo la catastrofe procurata da
Boris El’cin, e il progressivo incessante accerchiamento della Russia da parte
dei Paesi NATO. E sono sempre più
persuaso che noi occidentali dobbiamo smettere di ritenerci i signori del
Globo. E che la linea di Putin, di Xi Jiping, dei BRICS, e di altri Paesi del
“Sud del mondo”, è quella giusta: ossia una condivisione di responsabilità, un
rispetto reciproco, un’attenzione collegiale alla salvezza del Pianeta.
I risultati delle elezioni checché
ne dicano a casa nostra, sono stati una conferma del consenso di cui gode Vladimir
Putin, e del sostegno alla sua politica. In particolare l’alta percentuale di
votanti, specie in Donbass, è un chiaro segno di quel consenso. Parenzo,
Molinari, Vespa, Mieli, Galli Della Loggia e compagnia se ne facciano una
ragione. I miei innumerevoli hater,
tutti, ovviamente, conoscitori profondi della Russia, e analisti della
geopolitica mondiale, oltre che della grammatica italiana (sarebbero tutti da
raccogliere in un volume i loro commenti, specchio di una società malata e
disgregata, con un analfabetismo di ritorno pauroso), al mio ritorno, seduti
sempre su cattedre di ignoranza e troni di pregiudizio, hanno ripreso, ripetuto
e reiterato le ingiurie volgarissime e le miserevoli ironie sfoggiate prima che
partissi. Nessuna volontà di capire, nessuno sforzo per conoscere, nessuna
conoscenza storica, geografica, sociopolitica, economica, giuridica. Solo battutacce, solo frasi frutto del sentito
dire, solo rozzezza umana e pochezza intellettuale.
Del resto, se i grandi giornalisti, i comunicatori, gli opinion leader, percorrono quella strada, piegandosi alla frusta della nazistoide von der Leyen, perché stupirci che la signora Maria o il signor Pino mi bollano con marchi d’infamia? O piuttosto quelli che nella loro piccola testa dovrebbero essere tali. Al netto delle richieste di risarcimenti, che devolverò a buone cause, non mi curo di loro, e vado avanti per la mia strada, studiando, innanzitutto, militando, e organizzando il movimento Agorà, al quale ho dato vita e del quale, mi si lasci dire, sono orgoglioso.
Fonte foto: La Città Futura