Mi pare che il bilancio dell’amministrazione
Trump a distanza di quasi due anni dalla sua elezione sia decisamente
fallimentare. La sola eccezione ad una lunga serie di errori sia tattici che
strategici e sconfitte rimediate (con il rischio di probabili futuri disastri) è
la “normalizzazione” dei rapporti con il Venezuela (se non del Venezuela stesso…),
alla meglio frutto di un accordo con l’attuale presidente Delcy Rodriguez. Alla
peggio, a voler pensar male (ma, come sappiamo, spesso ci si azzecca…), la
messa fuori gioco di Maduro potrebbe addirittura essere stata concordata con
gli USA da pezzi dell’esercito e del governo venezuelano, a partire ovviamente da
Rodriguez. Non lo sapremo mai con certezza. Del resto ciò che conta alla fin
fine sono i fatti concreti. E questi ci dicono che le relazioni diplomatiche e
soprattutto commerciali fra i due stati a partire dal rapimento di Maduro sono
state ampiamente ripristinate anche all’insegna di reciproci e un po’ stucchevoli
salamelecchi fra la stessa Rodriguez e Trump. In particolare il governo
venezuelano garantirà agli operatori stranieri – leggi le compagnie petrolifere
americane – di acquisire diritti di proprietà sulla produzione, sull’estrazione
e la commercializzazione di parte delle risorse (petrolifere) senza nessuna
intermediazione governativa, in cambio, ovviamente, di un alleggerimento delle
sanzioni da parte di Washington. Nel frattempo Maduro è detenuto negli Stati
Uniti con la ridicola accusa di narcotraffico e non mi pare che il governo di
Caracas stia producendo significativi sforzi per ottenerne la liberazione.
Questo è l’unico risultato
portato a casa da Trump da quando è alla Casa Bianca. Importante ma del tutto
insufficiente rispetto alle aspettative, alle promesse e al volume di fuoco
messo in campo dal tycoon, sotto tutti i punti di vista e non solo in senso
figurato.
Gli USA non sono mai stati
isolati in tutta la loro storia come lo sono adesso, Israele a parte,
ovviamente. Trump aveva il compito di riconquistare quell’egemonia che gli
Stati Uniti avevano e hanno perduto in seguito alla fine di quel processo che è
stato chiamato “globalizzazione”, in buona sostanza il dominio del sistema
capitalista e imperialista occidentale a guida americana sull’intero pianeta.
Quel processo che sembrava inarrestabile in seguito al crollo del blocco sovietico
si è oggettivamente interrotto a causa dell’affermarsi di grandi potenze
economiche, commerciali, tecnologiche e anche militari come la Cina e alla
rinascita – è il caso di definirla tale – di un grande paese come la Russia che
dopo il crollo dell’URSS era stato ridotto, durante la sciagurata gestione
eltsiniana, ad una colonia occidentale gestita in loco da cosche mafiose, a
serbatoio di materie prime e di manodopera a bassissimo prezzo, in poche parole
ad una sorta di “pais bananero” da saccheggiare e avere al proprio servizio. In
entrambi i casi siamo di fronte a degli errori sconcertanti in termini di
analisi e capacità previsionale da parte degli americani. La Russia con Putin è
letteralmente risorta e la Cina è ormai di fatto la prima potenza economica e
tecnologica del mondo. Entrambi costituiscono il baricentro dei BRICS+, e un
punto di riferimento per tutti quei paesi che si sono in parte svincolati o stanno
gradualmente svincolandosi dal dominio economico, politico e finanziario dell’Occidente
e degli Stati Uniti in particolare. Il processo di de-dollarizzazione è in
corso e costituisce un colpo mortale per gli Stati Uniti che non sono più in grado
di rifinanziare e fare fronte in qualche modo – se non con la guerra e la
riconquista di aree ricche di risorse da saccheggiare – al loro macroscopico
debito.
Trump era chiamato a frenare questo
processo comunemente conosciuto come “multipolarismo” e a togliere l’America
dall’angolo in cui si era e si è cacciata, traghettandola dal “globalismo” liberal
e neocons ormai impraticabile e superato dalla realtà oggettiva, ad una sorta
di “neo isolazionismo” e di “neo nazionalismo imperiale”. Riportare cioè gli
Stati Uniti ad essere la principale potenza del mondo in grado di dettare le
regole del gioco pur senza essere padroni dell’intero pianeta e senza avere il
controllo di tutti i quadranti geopolitici.
Fino ad ora però i risultati
ottenuti sono decisamente disastrosi. Perfino la Gran Bretagna, da sempre in rapporto
simbiotico con gli USA si è riavvicinata all’Europa dopo essersene allontanata,
in aperta polemica con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Addirittura i governi
europei, compresi quelli ideologicamente e politicamente più vicini a Trump
come ad esempio quello italiano, da sempre asserviti a tutte le amministrazioni
americane, stanno ritrovando una loro coesione e una loro parvenza di autonomia
dagli Stati Uniti proprio a causa delle politiche trumpiane. In Ungheria il
disastro è stato totale; Trump è riuscito a bruciare anche il suo vicepresidente
Vance, mandato sul posto a fare una sfacciata campagna elettorale in funzione
antieuropeista in favore di Orban, sconfitto da un avversario non meno
reazionario di lui ma schierato con l’UE (non certo per ragioni ideologiche…). Per
non parlare degli insulti rivolti a Papa Leone XIV, la classica ciliegina sulla
torta che sembrerebbe testimoniare una certa perdita di lucidità anche del suo
entourage, a partire dal suo vice, peraltro fervente cattolico J. D. Vance, che
lo sta seguendo in questa sua scomposta crociata contro il Vaticano. Una
frattura senza precedenti nei rapporti fra gli Stati Uniti e la Santa Sede che
pare abbia suscitato perplessità e dissensi anche in alcuni settori del mondo
evangelico e pentecostale tradizionalmente vicini a Trump.
In politica estera – se così
vogliamo definire la postura e la prassi guerrafondaie della sua gestione – i
risultati sono ancora più fallimentari. Al di là delle improbabili e roboanti dichiarazioni
sciorinate a ritmo quotidiano circa i presunti successi militari ottenuti sul
campo e successivamente smentite dai fatti e dalle stesse dichiarazioni di Trump
che finiscono per annullare le precedenti, la guerra contro l’Iran si sta
rivelando una trappola dalla quale sarà estremamente difficile se non
impossibile uscirne per gli stessi Stati Uniti con un esito positivo. La assai
probabile sconfitta della campagna militare contro l’Iran potrebbe far
naufragare il tentativo di riconquistare l’egemonia nel Vicino e nel Medio
Oriente, portando anche ad un indebolimento dei rapporti con le petromonarchie
del Golfo che non si si sentono più garantite dall’ombrello militare americano.
Non solo. L’IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), meglio
conosciuto come “Via del Cotone”, cioè il mega progetto infrastrutturale che
vede coinvolti USA, UE, India, EAU e Arabia saudita, alternativo alla cinese “Via
della Seta”, potrebbe realisticamente arenarsi e con esso gli “Accordi di
Abramo”, fondamentali per il mantenimento della “pax americana” in tutta l’area
mediorientale. In questo quadro Israele continua a fare il bello e il cattivo
tempo e l’impressione che si ha è che Netanyahu stia approfittando di questo
lasso di tempo (data la situazione, non è scontato che la presidenza Trump possa
durare fino alla sua scadenza naturale) per annettersi, naturalmente con una
violenza inaudita e fuori controllo, tutto quello che è possibile annettere, in
Libano, in Cisgiordania e a Gaza. In
tutto ciò la guerra in Ucraina a cui Trump aveva promesso di porre fine in un
brevissimo arco di tempo in virtù dei suoi buoni rapporti con Putin (come se
una guerra non avesse cause strutturali e si potesse porle fine sulla base di relazioni
personali…) non accenna a concludersi, anche perché sono gli stessi Stati Uniti
che al di là, anche in questo caso, delle affermazioni di Trump, continuano a
fornire il supporto militare, tecnologico, satellitare e quant’altro al governo
naziliberista di Kiev.
In politica interna le cose non
vanno meglio. L’offensiva anti immigrazionista che doveva compattare il mondo
MAGA è stata messa in stand by in seguito alle ripetute brutalità e all’omicidio
di due cittadini americani da parte delle squadracce dell’ICE. Un fatto
increscioso che ha eroso consenso sia nell’elettorato “latinos” di Trump sia in
una parte di quello repubblicano più moderato. A tutto ciò dobbiamo aggiungere
le dimissioni dell’ex direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo, Joseph Cklay
Kent, che ha detto a chiare lettere che l’Iran non rappresenta una minaccia per
gli Stati Uniti e che la guerra è stata scatenata solo e soltanto per volontà
di Israele. A ciò si deve aggiungere il licenziamento della ex ministra della
giustizia, Pam Bondi accusata da Trump di non aver perseguito con successo i
nemici del tycoon e di non aver saputo gestire l’affaire degli “Epstein files”.
Ancora più clamorosa la frattura con il giornalista e noto influencer Tucker
Carlson, una delle anime del mondo MAGA, e con altri personaggi del mondo
mediatico statunitense come l’ex deputata della Georgia, Marjorie Taylor Green, e del commentatore Alex Jones che hanno
chiesto la rimozione di Donald Trump appellandosi al 25° emendamento, quello
che consente la rimozione del Presidente da parte del Congresso laddove la
maggioranza dei membri del governo lo proponesse per manifesta incapacità dello
stesso Presidente di esercitare i propri poteri.
Ora, la
politica ha le sue leggi non scritte e ci spiega che il principio di egemonia
passa innanzitutto dalla capacità di tessere, costruire e consolidare alleanze
e ampliare i propri consensi; Trump ha fatto l’esatto contrario. E’ molto
probabile che alle prossime elezioni di midterm che si terranno a novembre subirà
una sconfitta. A quel punto, una volta delegittimato elettoralmente dal voto
popolare, si potrà escogitare l’artificio giuridico per farlo fuori, o, come
già detto, attraverso il 25° emendamento o, al limite, attraverso un vero e
proprio impeachment. Ma solo e soltanto dopo il voto di novembre che
legittimerebbe politicamente una tale decisione. Naturalmente siamo in un
contesto dove tutto muta repentinamente da un giorno all’altro se non da un
minuto all’altro e quindi tutto dovrà sempre essere costantemente monitorato,
però mi pare proprio che l’andazzo sia quello testè descritto. Resta da vedere
i poteri forti – lobby, potentati economici e finanziari nazionali e transnazionali,
apparati industriali e militari, “deep state” ecc. – cioè quelli che contano
veramente, che posizione prenderanno. Tendo però a pensare che quello che
chiamiamo sistema capitalista, in tutte le sue concrete determinazioni, se da
una parte ha una necessità fisiologica della guerra (non per scelta ideologica
ma perché non può farne a meno), dall’altra tende per sua natura ad optare per
assetti politici che garantiscano stabilità e solidità. E’ abbastanza evidente
che non è Trump a garantirgliele.
In ogni
caso, state tranquilli, le guerre imperialiste continueranno con o senza Trump,
e magari fra non moltissimo tempo con una rinnovata amministrazione dem che ci
spiegherà che bisogna attaccare questo o quello “stato canaglia” per portare
diritti, democrazia e naturalmente liberare le donne dai veli o dai regimi patriarcali.
L’eterno ritorno dell’identico, come avrebbe detto un vecchio filosofo.
Fonte foto: alanews (da Google)