La banditesca aggressione al
Venezuela conferma, per chi avesse nutrito dei dubbi, la natura squisitamente imperialista
dell’attuale amministrazione americana. Ma in realtà conferma la natura (e la
struttura) imperialista degli USA di cui l’attuale amministrazione è soltanto
una delle sue diverse rappresentazioni. Che alla Casa Bianca ci siano i
repubblicani o i democratici, i conservatori o i “progressisti”, i
neoconservatori o i liberal, Bush oppure Obama, Clinton o Trump, la musica non cambia né può cambiare. Possono
mutare le strategie, le tattiche e le “coperte” ideologiche, ma la sostanza
resta immutata. Gli Stati Uniti nascono e si affermano come potenza e poi come superpotenza
imperialista mondiale e tale vogliono rimanere, a qualsiasi costo.
Questo sfacciato e criminale
attacco ha diversi obiettivi. Innanzitutto liberarsi di un governo socialista e
ovviamente non prono ai diktat di Washington sostituendolo con un governo
fantoccio e asservito, e naturalmente mettere le mani sulle grandi risorse
petrolifere di quel paese, con la complicità delle classi proprietarie locali,
cioè di una borghesia corrotta, sordidamente reazionaria e antipopolare che non
ha mai fatto mistero dei suoi intenti golpisti. Una borghesia stracciona e “compradora”
di cui la neo vincitrice del Premio Nobel per la Pace (ormai da tempo una farsa
a scopi propagandistici e mediatici), Maria Corina Machado, è la più “valida”
rappresentante.
Ma c’è dell’altro. L’aggressione
militare diretta è un chiaro messaggio a tutti gli altri paesi latino
americani, in particolare a quelli guidati da governi progressisti o anche
timidamente socialdemocratici, e cioè che l’America Latina era e deve tornare
ad essere il giardino di casa degli Stati Uniti (l’hanno chiamata “Dottrina
Monroe”). Per qualche tempo le diverse congiunture internazionali hanno fatto
sì che la morsa degli Usa sul continente si allentasse ma ora si torna ai
vecchi “fasti”. Onde per cui allineatevi – questo il senso – altrimenti quello
che è successo al Venezuela succederà anche a voi. Fatevene una ragione. L’attacco
al Venezuela costituisce anche un salto di qualità nella strategia americana.
Non siamo infatti in presenza di una “rivoluzione colorata” o di un colpo di
stato interno (anche se è decisamente evidente la complicità di almeno un pezzo
dell’esercito venezuelano nell’operazione e nell’arresto del Presidente Maduro
da parte delle forze speciali americane), come avvenuto in tanti altri casi (fra
tutti ricordiamo il colpo di stato che nel 1973 rovesciò in Cile il governo
socialista presieduto da Allende e mandò al potere il torturatore Pinochet), ma
di una vera e propria aggressione da parte dell’esercito statunitense. Non è un fatto da poco.
Ma c’è ancora molto altro. L’attacco
al Venezuela e l’arresto di Maduro è un messaggio rivolto a tutti quei paesi
che negli ultimi tempi hanno oscillato, tentennato e hanno pensato di potersi
finalmente affrancare dalla tradizionale e storica sudditanza nei confronti
degli Stati Uniti, magari avvicinandosi ai BRICS. E’ un messaggio che parla
forte e chiaro e dice che se qualcuno pensa di potersi liberare dal dominio degli
USA (e del dollaro…) sa a cosa va o potrebbe andare incontro. E’ un messaggio rivolto a tanti paesi africani
(per la serie “Se pensate di liberarvi di noi come vi siete liberati della
Francia avete fatto male i vostri calcoli…”) e ovviamente anche asiatici (“l’indopacifico”
è nostro e non abbiamo nessuna intenzione di mollarlo…”), e infine (ma non per
ultimo) è un messaggio, anche molto schietto, alla Cina e anche alla Russia.
Gli USA non fanno un passo indietro e l’idea trumpiana di una “tripartizione”
del mondo deve comunque vedere gli Stati Uniti in una posizione di egemonia,
con le buone o, preferibilmente, con le cattive. Anzi, meglio con le cattive, perché
con le buone gli Stati Uniti non riescono a tenere testa sia economicamente che
tecnologicamente, alla Cina.
In estrema sintesi queste sono le
ragioni che hanno spinto il governo americano ad attaccare il Venezuela. Un
attacco che, ovviamente, era stato organizzato già da molto tempo e anticipato da
un’offensiva mediatica finalizzata a criminalizzare il legittimo governo
socialista e a dipingere il Presidente Maduro come un feroce dittatore dedito
al narcotraffico. Un’accusa, quest’ultima, priva di ogni fondamento e
soprattutto del tutto strumentale, se pensiamo che l’ex presidente dell’Honduras,
Juan Orlando Hernández, è stato prima arrestato, estradato negli Stati Uniti, condannato
per traffico di cocaina e successivamente graziato dallo stesso Trump.
E’ evidente che siamo entrati in
una nuova fase. Coloro (alla meglio gli sprovveduti, per non voler infierire…)
che pensavano che Trump e sodali potessero rappresentare una svolta nella
politica mondiale e addirittura favorire il processo verso un mondo
multipolare, sono stati clamorosamente smentiti. Stiamo andando verso una acutizzazione
dello scontro a livello globale. Gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione
di rinunciare a dominare il pianeta. E’ ovvio che non possono non tenere conto
della Cina e della Russia ma non hanno nessuna intenzione di allacciare con
questi paesi relazioni da pari a pari. Il loro obiettivo è mantenere il dominio
assoluto sulle aree di loro “competenza”, indebolire e disarticolare i BRICS,
frenare il processo di de-dollarizzazione, riportare l’india nel loro alveo, rafforzare
il controllo sui paesi asiatici loro alleati, Giappone e Corea del Sud in
primis, mantenere l’egemonia nel Vicino e Medio Oriente (l’Iran deve essere in
qualche modo destabilizzato), tenere l’Europa in una condizione di sudditanza e
dipendenza e, naturalmente, tentare quanto più possibile di isolare la Cina. Nubi fosche all’orizzonte, è inutile
nascondercelo.
Fonte foto: Minute.br (da Google)