Ho letto un post su FB nel quale l’autore,
Alberto Scotti, riflette, giustamente, sul fatto che la sempre più massiccia e
sistematica presenza di donne nelle istituzioni e nelle stanze del potere non
comporta di per sé nessuna garanzia di emancipazione e progresso spiegando che,
riporto testualmente, “QUALUNQUE divisione della società in senso orizzontale è una boiata
pazzesca, un vero imbroglio, un’arma di distrazione di massa, il modo in cui il
liberismo politico si preserva dall’unico conflitto reale, quello verticale, di
classe, tra sfruttati e sfruttatori”.
Non posso che concordare ma manca
un tassello fondamentale alla sua analisi.
Il problema a mio parere non è
soltanto nel processo di “zombificazione” complessiva della società ma nella
capacità dell’ideologia femminista di paralizzare psicologicamente le persone
e, ovviamente, soprattutto gli uomini. E’ proprio questa capacità uno dei
mattoni fondamentali di questa “zombificazione” complessiva.
La vergogna – ancor più del senso di colpa scientemente instillato – è l’arma principale, insieme alla paura, al vero e proprio terrore di essere marchiati a fuoco come maschilisti, misogini, fascisti ma, soprattutto, come “sfigati”, cioè, letteralmente, “senza figa”. Siamo di fronte ad una sorta di versione postmoderna del vecchio concetto nietzschiano di “sottouomo”. Chi osa criticare il femminismo viene dunque bollato come “sfigato”, di fatto come un “untermensch” che non riuscendo a relazionarsi con il meraviglioso (per definizione) universo femminile sviluppa risentimento, rancore e frustrazione. In questo modo si impedisce ogni possibile confronto dialettico perchè si disconosce a priori lo stesso interlocutore che viene appunto disconosciuto come tale. Per la serie, quello che dici è soltanto il prodotto del tuo risentimento ma non ha alcun fondamento reale.
Il femminismo e in generale la “sinistra”
sia liberal che radical (ma vale per tutto il mondo liberale e neoliberale,
anche di quello non di “sinistra”) che hanno sposato in toto la narrazione
femminista di fatto elevandola ad una sorta di Verità Assoluta se non ad una vera
e propria Scienza Esatta, fanno dunque leva sulla parte più sordidamente reazionaria
del pensiero nietzschiano (che, a mio modesto parere, non può fortunatamente
essere ridotto solo a questo) per bloccare sul nascere ogni possibile critica alla
suddetta narrazione. Si tratta,
ovviamente, di una clamorosa contraddizione per chi sostiene di essere
portatore di una ideologia di eguaglianza e di liberazione delle donne e dell’umanità
intera, ma tant’è.
E non sarà di certo un Vannacci a salvarci, perché fintanto che la critica a questa narrazione resterà nell’alveo di una destra estrema e revanscista, sarà molto facile per il femminismo e per il mondo neoliberale di destra o di “sinistra” combatterla con efficacia. Perché la critica al femminismo continuerà ad essere derubricata, appunto, come un rigurgito di risentimento reazionario, maschilista e patriarcale, dovuto al sentimento di frustrazione di quegli uomini che, perso il potere, non sono più in grado di relazionarsi con un femminile evoluto e portatore, in quanto tale, di progresso, libertà e liberazione. In tal senso il “fenomeno Vannacci” si rivela funzionale alla narrazione femminista. E’ soltanto sfidando il femminismo sul terreno che ipocritamente sostiene di rappresentare e di occupare, cioè quello dell’eguaglianza, della parità e della liberazione di tutti gli esseri umani, a prescindere dal sesso, che sarà possibile far emergere le sue contraddizioni e la sua reale natura di ideologia sessista, “suprematista”, oltre che funzionale e organica all’attuale ordine sociale neoliberale e neoliberista.
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