1973-2026: avvio, crisi e ristrutturazione del ciclo neoliberale


Il paragone tra il golpe cileno del 1973 e l’aggressione militare al Venezuela da parte degli Stati Uniti non è solo del tutto possibile. È anche utile e opportuno per agevolare la comprensione della fase attuale dell’imperialismo statunitense nel quadro della politica mondiale.

L’accostamento non ha certamente il senso di voler istituire un confronto tra la figura politica di Allende e quella di Maduro. In primo luogo perché il compagno Allende è, a mio parere, quasi privo di termini di comparazione, tanto è stato alto il suo spessore umano e politico. Ma perché mai un simile confronto, del resto? In ogni caso, Maduro è l’erede di Chavez e della rivoluzione bolivariana. Ed è stato rapito con un’azione militare mirata commettendo una “gravissima violazione della sovranità del Venezuela”, secondo l’ineccepibile dichiarazione del presidente del Brasile Lula. 

Il paragone, dunque, ha un senso del tutto diverso. Non riguarda le figure politiche di Allende e di Maduro. Rivela molto, piuttosto, sulla continuità e le affinità nel modus operandi degli Stati Uniti, in due passaggi decisivi: il primo si colloca all’inizio, il secondo nella fase senescente del lungo ciclo neoliberale attuale che si aprì proprio con il golpe cileno, si consolidò nella dittatura argentina e si approfondì negli anni Ottanta con il thatcherismo e il reaganismo.

Altro elemento in comune, naturalmente, risiede nel fatto che Allende e Maduro sono stati entrambi sia democraticamente eletti che violentemente estromessi. Notoriamente, dopo l’elezione di Salvador Allende a presidente del Cile (1970), Henry Kissinger ebbe a dichiarare: “Non vedo alcuna ragione per cui a un Paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.”

Se dalle parole di Kissinger emergevano con estrema chiarezza il disprezzo del diritto all’autodeterminazione del popolo cileno e l’arrogante ingerenza degli Stati Uniti, ormai lontana anni luce dai tempi della politica rooseveltiana del “buon vicinato”, il trumpismo ha lasciato cadere anche la maschera. Tutte le maschere, in realtà, ad eccezione di un trucco molto leggero di “esportazione della democrazia”. Tuttavia, Trump ha dichiarato subito senza giri di parole la volontà di installare in Venezuela gli interessi delle grandi multinazionali petrolifere a stelle e strisce.

Non diversamente da allora, la penetrazione del capitale statunitense è preparata dalla forza militare. Nel 1973 fu un colpo di Stato ordito dai militari cileni con il sostegno della CIA. Questa volta si è trattato di un intervento militare esterno diretto e mirato, che ha condotto al rapimento del presidente Maduro e della moglie. In ogni caso, è stato immediatamente chiaro, riflettendo sulle dinamiche, che difficilmente il rapimento di Maduro potrebbe essere avvenuto senza complicità nell’esercito venezuelano e un preventivo accordo con gli USA. Stanno inoltre emergendo evidenze del ruolo attivo di Israele. Il golpe cileno condusse alla dittatura di Pinochet, mentre il futuro assetto del Venezuela sarà via via più chiaro nei prossimi giorni.

Nel 1973, alla vigilia del golpe, Allende aveva già nazionalizzato le banche. Aveva inoltre attuato una riforma agraria che prevedeva l’esproprio dei latifondi e la distribuzione delle terre ai contadini, Ma fu quando annunciò un progetto per la nazionalizzazione delle miniere di rame, risorsa strategica per il Cile, che cadde vittima del colpo di Stato. Fino a quel momento, il mercato del rame cileno era stato proficuo appannaggio di due grandi gruppi statunitensi, Kennecot e Anaconda. Per Nixon e Kissinger così doveva continuare ad essere. E così fu, grazie alla dittatura di Pinochet, che distrusse le coraggiose riforme di Allende e applicò le massicce ricette liberiste dei “Chicago boys”.

Nel caso del cambio di regime in Venezuela, l’intervento militare deve spianare la strada agli interessi della Chevron e delle altre grandi multinazionali petrolifere statunitensi. Insomma, sostituendo al rame cileno il petrolio venezuelano non cambiano i termini dell’equazione imperialista degli Stati Uniti, che spinge costantemente indietro il progresso civile dei popoli latinoamericani alleandosi con le classi dirigenti locali.

Altro elemento in comune è quello della pianificazione, che attende soltanto il momento più opportuno per realizzarsi. Nel suo “Salvador Allende. L’uomo, il politico”, Jesus Manuel Martinez ha dimostrato come l’intento di Nixon di rovesciare Allende non fosse legato ai risultati della sua azione politica, bensì ne prescindeva, fin dal giorno dell’elezione. Inoltre, gli Stati Uniti da tempo investivano massicciamente nelle campagne elettorali cilene per orientarle. Sono, questi, altri elementi comuni. Che poi Trump, che rappresenta il culmine della tecnocrazia neoliberale, affidi la costruzione del Washington consensus più ai ritrovati dell’intelligenza artificiale e meno a costose agenzie e gruppi di pressione (si veda lo smantellamento di USAID), non cambia la sostanza.

Le differenze

Ci sono poi le differenze, naturalmente. Una su tutte. Nel 1973 il contesto è quello della Guerra fredda, le dittature del Cono Sud si offrono come laboratorio del neoliberismo e la “trappola di Tucidide” con la Cina, lontanissima, non sarebbe scattata ancora per i successivi quattro decenni. Interessi cinesi erano presenti, ma ancora limitati.

Il ricercato cambio di regime in Venezuela e la collegata rielaborazione della dottrina Monroe si propongono, invece, in primo luogo di estromettere la Cina come attore economico regionale.

Come tutte le analogie, quella tra il 1973 e il 2026 può essere utile nella misura in cui se ne mettano a fuoco sia gli elementi di affinità che le differenze. In questo caso, direi la continuità nella discontinuità. Il golpe cileno si colloca agli esordi e l’aggressione del Venezuela nel punto di presumibile massima crisi del lungo ciclo neoliberale iniziato circa mezzo secolo fa, e che ha conosciuto nella guerra in Ucraina un passaggio chiave. Con la partita del multipolarismo aperta, gli Stati Uniti di Trump puntano sull’esplicita sostituzione del diritto internazionale con la forza per ristrutturare la loro egemonia mondiale, in una versione più cruda del primato statunitense, che non ha più bisogno degli orpelli retorici dei precedenti presidenti USA, sia Dem che repubblicani. E che individua strategie chiaramente complementari nell’ultimativa riduzione dell’Europa a colonia e nella brutale rapacità nel proprio presunto “cortile di casa”.

Non si sono fatte attendere dichiarazioni di netta condanna dell’aggressione e di supporto al Venezuela da Cina, Russia e Iran. Ma i Brics saranno disposti ad intraprendere azioni più incisive? Non sembra probabile. E un passo dopo il Venezuela, c’è naturalmente il rapporto tesissimo tra Stati Uniti e Iran, che detiene la terza riserva petrolifera mondiale (il Venezuela la prima). Le ripercussioni della mossa di Trump sulla partita globale tra i Brics e il campo euro-atlantico sono ancora da misurare.

Fonte foto: da Google

2 commenti per “1973-2026: avvio, crisi e ristrutturazione del ciclo neoliberale

  1. renatorap
    5 Gennaio 2026 at 14:28

    Potrebbe essere l’inizio di un assestamento degli equilibri di potere in aree di influenza/predominio delle nuove potenze mondiali.

  2. Jaime
    11 Gennaio 2026 at 18:15

    La forza prevaricatrice degli Usa sta anche, tra fli altei fattori, nell’essere un mercato di destinazione per migliaia di imprese europee ed extraeuropee. Il fatto che esistano i Brics e l’idea di multilateralismo, fa si che ci si potrebbe porre la seguente domanda: cosa impedisce a tutti i paesi del mondo di non commercializzare più con gli stati uniti, ma con gli altri paesi, isolando in questo modo gli Usa?

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