Il paragone tra il golpe cileno del 1973
e l’aggressione militare al Venezuela da parte degli Stati Uniti non è solo del
tutto possibile. È anche utile e opportuno per agevolare la comprensione della
fase attuale dell’imperialismo statunitense nel quadro della politica mondiale.
L’accostamento non ha certamente il
senso di voler istituire un confronto tra la figura politica di Allende e
quella di Maduro. In primo luogo perché il compagno Allende è, a mio parere,
quasi privo di termini di comparazione, tanto è stato alto il suo spessore
umano e politico. Ma perché mai un simile confronto, del resto? In ogni caso,
Maduro è l’erede di Chavez e della rivoluzione bolivariana. Ed è stato rapito con
un’azione militare mirata commettendo una “gravissima violazione della
sovranità del Venezuela”, secondo l’ineccepibile dichiarazione del presidente
del Brasile Lula.
Il paragone, dunque, ha un senso del
tutto diverso. Non riguarda le figure politiche di Allende e di Maduro. Rivela
molto, piuttosto, sulla continuità e le affinità nel modus operandi
degli Stati Uniti, in due passaggi decisivi: il primo si colloca all’inizio, il
secondo nella fase senescente del lungo ciclo neoliberale attuale che si aprì
proprio con il golpe cileno, si consolidò nella dittatura argentina e si
approfondì negli anni Ottanta con il thatcherismo e il reaganismo.
Altro elemento in comune, naturalmente,
risiede nel fatto che Allende e Maduro sono stati entrambi sia democraticamente
eletti che violentemente estromessi. Notoriamente, dopo l’elezione di Salvador
Allende a presidente del Cile (1970), Henry Kissinger ebbe a dichiarare: “Non
vedo alcuna ragione per cui a un Paese dovrebbe essere permesso di diventare
marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo
importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da
soli.”
Se dalle parole di Kissinger emergevano
con estrema chiarezza il disprezzo del diritto all’autodeterminazione del
popolo cileno e l’arrogante ingerenza degli Stati Uniti, ormai lontana anni
luce dai tempi della politica rooseveltiana del “buon vicinato”, il trumpismo
ha lasciato cadere anche la maschera. Tutte le maschere, in realtà, ad
eccezione di un trucco molto leggero di “esportazione della democrazia”.
Tuttavia, Trump ha dichiarato subito senza giri di parole la volontà di
installare in Venezuela gli interessi delle grandi multinazionali petrolifere a
stelle e strisce.
Non diversamente da allora, la penetrazione
del capitale statunitense è preparata dalla forza militare. Nel 1973 fu un
colpo di Stato ordito dai militari cileni con il sostegno della CIA. Questa
volta si è trattato di un intervento militare esterno diretto e mirato, che ha
condotto al rapimento del presidente Maduro e della moglie. In ogni caso, è
stato immediatamente chiaro, riflettendo sulle dinamiche, che difficilmente il
rapimento di Maduro potrebbe essere avvenuto senza complicità nell’esercito
venezuelano e un preventivo accordo con gli USA. Stanno inoltre emergendo
evidenze del ruolo attivo di Israele. Il golpe cileno condusse alla dittatura
di Pinochet, mentre il futuro assetto del Venezuela sarà via via più chiaro nei
prossimi giorni.
Nel 1973, alla vigilia del golpe,
Allende aveva già nazionalizzato le banche. Aveva inoltre attuato una riforma
agraria che prevedeva l’esproprio dei latifondi e la distribuzione delle terre
ai contadini, Ma fu quando annunciò un progetto per la nazionalizzazione delle
miniere di rame, risorsa strategica per il Cile, che cadde vittima del colpo di
Stato. Fino a quel momento, il mercato del rame cileno era stato proficuo
appannaggio di due grandi gruppi statunitensi, Kennecot e Anaconda. Per Nixon e
Kissinger così doveva continuare ad essere. E così fu, grazie alla dittatura di
Pinochet, che distrusse le coraggiose riforme di Allende e applicò le massicce
ricette liberiste dei “Chicago boys”.
Nel caso del cambio di regime in
Venezuela, l’intervento militare deve spianare la strada agli interessi della Chevron
e delle altre grandi multinazionali petrolifere statunitensi. Insomma,
sostituendo al rame cileno il petrolio venezuelano non cambiano i termini
dell’equazione imperialista degli Stati Uniti, che spinge costantemente
indietro il progresso civile dei popoli latinoamericani alleandosi con le
classi dirigenti locali.
Altro elemento in comune è quello della
pianificazione, che attende soltanto il momento più opportuno per realizzarsi.
Nel suo “Salvador Allende. L’uomo, il politico”, Jesus Manuel Martinez ha
dimostrato come l’intento di Nixon di rovesciare Allende non fosse legato ai
risultati della sua azione politica, bensì ne prescindeva, fin dal giorno
dell’elezione. Inoltre, gli Stati Uniti da tempo investivano massicciamente
nelle campagne elettorali cilene per orientarle. Sono, questi, altri elementi
comuni. Che poi Trump, che rappresenta il culmine della tecnocrazia
neoliberale, affidi la costruzione del Washington consensus più ai
ritrovati dell’intelligenza artificiale e meno a costose agenzie e gruppi di
pressione (si veda lo smantellamento di USAID), non cambia la sostanza.
Le differenze
Ci sono poi le differenze, naturalmente.
Una su tutte. Nel 1973 il contesto è quello della Guerra fredda, le dittature
del Cono Sud si offrono come laboratorio del neoliberismo e la “trappola di
Tucidide” con la Cina, lontanissima, non sarebbe scattata ancora per i
successivi quattro decenni. Interessi cinesi erano presenti, ma ancora
limitati.
Il ricercato cambio di regime in
Venezuela e la collegata rielaborazione della dottrina Monroe si propongono,
invece, in primo luogo di estromettere la Cina come attore economico regionale.
Come tutte le analogie, quella tra il
1973 e il 2026 può essere utile nella misura in cui se ne mettano a fuoco sia
gli elementi di affinità che le differenze. In questo caso, direi la continuità
nella discontinuità. Il golpe cileno si colloca agli esordi e l’aggressione del
Venezuela nel punto di presumibile massima crisi del lungo ciclo neoliberale
iniziato circa mezzo secolo fa, e che ha conosciuto nella guerra in Ucraina un
passaggio chiave. Con la partita del multipolarismo aperta, gli Stati Uniti di
Trump puntano sull’esplicita sostituzione del diritto internazionale con la
forza per ristrutturare la loro egemonia mondiale, in una versione più cruda
del primato statunitense, che non ha più bisogno degli orpelli retorici dei
precedenti presidenti USA, sia Dem che repubblicani. E che individua strategie
chiaramente complementari nell’ultimativa riduzione dell’Europa a colonia e nella
brutale rapacità nel proprio presunto “cortile di casa”.
Non si sono fatte attendere dichiarazioni di netta condanna dell’aggressione e di supporto al Venezuela da Cina, Russia e Iran. Ma i Brics saranno disposti ad intraprendere azioni più incisive? Non sembra probabile. E un passo dopo il Venezuela, c’è naturalmente il rapporto tesissimo tra Stati Uniti e Iran, che detiene la terza riserva petrolifera mondiale (il Venezuela la prima). Le ripercussioni della mossa di Trump sulla partita globale tra i Brics e il campo euro-atlantico sono ancora da misurare.
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