I bombardamenti israeliani sulla “nuova Siria” islamista


I bombardamenti israeliani della “nuova Siria” sunnita, a dispetto dell’apertura di Trump ad Al Qaeda nella Comunità Internazionale, configura la centralità dell’entità sionista nella dottrina della “guerra eterna”, ovvero dichiarare guerra all’idea stessa di Civiltà. Sistematizzata dai neoconservatori USA, la dottrina della “guerra senza fine” contempla una catena di conflitti a bassa intensità, scatenati artificialmente, combattuti non per essere vinti, ma per gettare intere aree geografiche nel caos.

Qualche anno addietro, Bashar al-Assad con la consueta lucidità spiegò ad un giornalista come “Non era Gheddafi il bersaglio, era la Libia. Non era Saddam, era l’Iraq. E oggi non è Bashar, è la Siria”, inquadrando il nemico principale dell’imperialismo del ventunesimo secolo: lo Stato nazionale, figlio della Rivoluzione francese, da disgregare materialmente attraverso una reversione atavica collettiva. Israele è l’epicentro di una controrivoluzione globale. Incapace di reggere un conflitto territoriale con l’Iran, il governo israeliano-fascista ha colpito il regime sunnita di Damasco il quale, dopo il golpe dell’8 dicembre, paga il prezzo d’aver dolosamente distrutto le fondamenta statuali e militari appartenenti alla Siria baathista. Non basta darsi una ripulita, al sionismo interessa comandare, per questa ragione ci sarà sempre un “Islam americano” funzionale alla geopolitica dello Stato “per soli ebrei”.

L’apertura del “corridoio di Davide”1 per riattaccare l’Iran è una tesi plausibile, ciononostante esporrebbe l’entità sionista al rischio di un conflitto territoriale con la Repubblica Islamica dell’Iran, una guerra in cui Israele ha lo svantaggio territoriale: l’estensione geografica del bastione sciita copre la proiezione geopolitica dell’impero persiano, un’area di conflitto insostenibile per un esercito di guarnigione come quello israeliano. Contando sull’inerzia della Turchia, Tel Aviv ha con tutta probabilità optato per un bersaglio morbido, trascendendo la crisi interna ed i guai giudiziari del premier con l’ennesima, barbara aggressione.

La società israeliana è atavica e selvaggia: la “guerra per la guerra”, nella cinica mentalità dell’”israeliano medio” configura il “male per il male”. Detto ciò, Netanyahu ha degli alleati silenti ed insospettabili: dal regime turco, un’opposizione di comodo artificialmente governata dalla Loggia di Londra, al brigantaggio curdo, le cui milizie-terroristiche hanno pauperizzato su mandato di Mike Pompeo la Siria baathista svendendo il petrolio siriano alle multinazionali “yankee”. Una sequela di cofattori che, negli ultimi quindici anni, ha portato al “1989” del panarabismo laico e filo-sovietico; una dinamica atavica acclamata in quanto “rivoluzione” dalla “sinistra invertebrata” occidentale.

Scrive il reporter antimperialista Fulvio Grimaldi:

“Pensare che uno Stato criminale come quello sionista, rotto a tutte le violazioni di tutti gli accordi, potesse acconciarsi ad accontentarsi della sua fettina territoriale del bottino, le falde del Golan e poco più, rivelava sacche di dabbenaggine nei vecchi compari della mattanza: turchi e Isis.

Con il risultato che Israele si permette impunemente di bombardare quanto si definisce esercito siriano (nient’altro che le milizie terroriste ripulite) fino ai palazzi dell’ex-tagliateste Al Jolani. E l’ex-socio terrorista, i cui compagni feriti venivano riparati nelle cliniche del padrino Netanyahu sul Golan, non riesce neppure a pigolare un lamento.” 2

Il pavidissimo Donald Trump contrappone a Netanyahu poco meno d’un balbettio, ciononostante il regime sionista è bollito militarmente e demograficamente: “E’ un micropaese di 8 milioni di abitanti spaventati, stufi di bunker e attratti dalla remigrazione (80.000 hanno lasciato il paese dal 7 ottobre, 10.000 si sono trasferiti in Grecia, 200.000 sono ancora evacuati dagli insediamenti in Galilea colpiti da Hezbollah), minato al suo interno da lacerazioni sociali, resistenza indomabile palestinese, umiliazioni missilistiche iraniane e yemenite, repulsione morale e intellettuale mondiale. E’ uno Stato artificiale con i piedi nella fossa.” (Ibidem)

Qualora il piano configurante il “corridoio di Davide” dovesse essere realistico, una popolazione decotta si troverebbe accerchiata da 4/5 eserciti guerriglieri ideologicamente formati e con una chiara motivazione. Sarebbe la fine del nazionalismo territoriale-imperialista di Tel Aviv.

Seguendo le politiche imperialiste di Biden, Trump ha consigliato al narco-Fuhrer ucraino di bombardare Mosca; soltanto gli Alt Media, un prodotto della Cambridge Analitica per fomentare la dissonanza cognitiva, potevano inquadrare la dottrina Trump come una “ribellione”. La “guerra cognitiva” è la caratteristica più importante dell’imperialismo del ventunesimo secolo, una realtà sottaciuta dai “professionisti dell’informazione”, per dirla con Udo Ulfkotte, “giornalisti comprati”.

Israele è il genocida più rispettato del pianeta: un regime lombrosiano che non contempla la diversità.

https://ilfarosulmondo.it/corridoio-di-david-parte-piano-grande-israele/
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Il fumo causato dal bombardamento israeliano sul ministero della Difesa siriano a Damasco (REUTERS/Khalil Ashawi)

Fonte foto: Il Post (da Google)

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