Iran: l’etica comunitaria oltre la geopolitica


L’amministrazione Trump, nonostante la sconfitta dell’Operazione “Furia Epica” (“Furia di Epstein”), stanno concentrando le proprie forze armate in Asia occidentale, utilizzando come basi logistiche le monarchie del Golfo. Prigioniere dell’incapacità di rompere il legame gerarchico con l’imperialismo statunitense, le monarchie sunnite si stanno autocondannando alla dissoluzione nella fase di transizione al multipolarismo.

Trump, inoltre, ha ripreso ad utilizzare il solito linguaggio da fascista sociopatico. Ha scritto su Truth Social (alla fine del luglio 2026) che qualsiasi attacco iraniano al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz avrebbe provocato la distruzione di “un ponte o una centrale elettrica, compresi quelli situati vicino o all’interno della capitale, Teheran”. Come nota il World Social Web Site (WSWS), ciò costituisce una dichiarazione pubblica di intenti a commettere crimini di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, le quali stabiliscono che “gli obiettivi civili non devono essere oggetto di attacchi o rappresaglie”. Gli Stati Uniti d’America, come Israele, sono di per sé un regime fascista, ma le amministrazioni di Trump e Netanyahu svelano ciò che l’ideologia “politicamente corretta” ha malcelato negli ultimi settant’anni: il totalitarismo neoliberale, un sistema di potere che, con cinismo e nell’indifferenza, contempla la distruzione di una gran parte del pianeta.

In termini di prestigio militare, soprattutto davanti l’ascesa di Russia e Cina, l’impatto della sconfitta in Iran – nel complesso dovremmo rilevare in tutta l’Asia occidentale – è stato abnorme. Questo è quello che rileva il giornalista marxista, analista per la testata rivoluzionaria WSWS, Andre Damon, solitamente molto ben informato:

“Una logica analoga si applica alla guerra contro l’Iran, in condizioni ancora più pericolose. Washington stima che un ritiro, dopo quasi cinque mesi di perdite, minerebbe la posizione globale dell’imperialismo statunitense agli occhi dei suoi rivali — innanzitutto la Cina — e assesterebbe un colpo devastante al predominio degli Stati Uniti.” 1

Il confronto con la guerra in Vietnam, proposto da Damon, è corretto: l’imperialismo USA non è più in grado di vincere una “guerra convenzionale” avendo un esercito di terra deprivato di conoscenze e competenze tecniche da utilizzare nel monitoraggio del territorio, quindi si trova costretto a ripiegare sulla “guerra irregolare”. Pechino, utilizzando l’Ucraina come banco di prova, ha già declinato con successo le nuove tecnologie d’intelligence contro l’aggressore strategico nord-americano nella guerra “di quinta” e “di sesta generazione”. 

La resistenza iraniana ha rilevato un’altra grande verità: un popolo in armi, ideologicamente motivato, può sconfiggere un esercito di professione. De Gaulle e “Che” Guevara appresero questo principio basico della guerra “di terza generazione” nel 1962, davanti la Rivoluzione algerina guidata politicamente da Ahmed Ben Bella. Al contrario, uccidere un leader politico (es. Nasrallah) o una guida spirituale (es. Khamenei), come sistematicamente fa Israele, non è strategia militare, ma crimine. Israele è, riadattando le parole di Guevara, “il genocida più rispettato del pianeta”.

Leggiamo l’hojjatoleslam Seyyed Mohammad Hosseyn Raji, il quale ha pubblicato un articolo sul quotidiano iraniano Kayhan il 17 luglio 2026:

Credere che, solo perché circondati, apparentemente inferiori ad un nemico agguerritissimo, e con delle infrastrutture particolarmente vulnerabili, si sia incontestabilmente destinati alla sconfitta, è un approccio squisitamente ateo e materialista. Indubbiamente, il comando coranico “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete…” (8: 60) ci impone di esser pronti ed opportunamente armati, e oggi, per grazia di Dio, siamo al culmine della nostra potenza militare.

Tuttavia, l’errore fatale è considerare le “armi” come la causa ultima della vittoria. Le armi sono un mezzo per raggiungere un dato obiettivo, ma la vittoria finale è un traguardo prettamente metafisico: “E la vittoria non viene che da Allah”.

È tempo che i nostri analisti, invece di annaspare in un oceano di equazioni puramente immanenti, aprano gli occhi sulle realtà trascendentali e abbiano fede nell’infinita potenza di Dio; quella stessa potenza in grado di sconvolgere, in un solo istante, tutti i calcoli e le previsioni delle cosiddette superpotenze.

Il nostro vero fallimento non sta nella scarsità di benzina e di grano, ma nel dimenticare il “Signore dei Mondi”.

A proposito: quante lezioni di Tavakkal (totale affidamento a Dio) sono state finora frequentate dai nostri analisti e funzionari?” (Traduzione a cura del canale Telegram “Notizie dall’Iran islamico e rivoluzionario”)

Questo è ciò che la geopolitica non può comprendere. Il fattore ideologico è stato l’elemento caratterizzante la vittoria sciita: l’Occidente è il “Nulla” proprio perché prigioniero dell’”ateismo devoto” della “coalizione di Epstein”; l’Iran è l’Uomo non perché religioso, ma per l’etica comunitaria che lega un meraviglioso mosaico sociale al concetto di “guerra partigiana” dell’élite governativa.

Conclude Damon:

“La guerra alimenta inevitabilmente la lotta di classe negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Già nella prima metà del 2026, questo movimento ha iniziato a emergere in modo esplosivo. La classe operaia internazionale, armata di un programma socialista, è la forza sociale su cui deve fondarsi la lotta contro la guerra imperialista.”

Gli europei, strangolati dall’imperialismo culturale anglofono, hanno sacrificato la loro Libertà dismettendo le grandi rivoluzioni del passato: dal giacobinismo al Risorgimento italiano. In Eurasia il discorso cambia: l’Iran aprirà le porte a nuove Rivoluzioni antimperialiste.

https://www.wsws.org/es/articles/2026/07/25/1a51-j25.html
Famiglia islamica, due donne e un bambino, Kashan, Iran . — Foto stock  editoriale di © grigvovan #186560276

Fonte foto: DepositPhotos (da Google)

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