Iran: una vittoria strategica del mondo multipolare


L’aggressione imperialista della “coalizione di Epstein” nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran ha mutato gli assetti della geopolitica globale, accelerando la transizione dell’Occidente verso una nuova Architettura di potere. Dall’altra parte anche le nazioni “non allineate” hanno rivisto le loro interconnessioni: mentre il Venezuela s’avvia verso una fase di realismo politico post-chavista, l’Iran ha preso la guida del campo antimperialista rilanciando il sogno di Ali Shariati: l’indipendenza energetica del Sud Globale.

Il presidente Donald Trump, sconfitto in Iran così come Biden ha incassato una dura disfatta in Ucraina nel 2022-‘23, ha dovuto prendere atto dei limiti del pensiero di Andrew Jackson: i Paesi dell’Asia Occidentale (“Medio Oriente allargato” nel linguaggio suprematista euro-atlantico) considerano il concetto di patria un prodotto della genesi storica e culturale d’un popolo, quindi non sono disposti a barattare la propria sovranità economica, politica e militare in cambio di denaro. Per questa ragione, Trump ha dato seguito alla “strategia della privazione”: l’operazione di pirateria post-moderna del 3 gennaio 2026 condotta da Mossad e Delta Force contro Caracas, ha privato Pechino e l’Havana di un partner strategico nei rifornimenti energetici; al contrario, l’Operazione “Furia di Epstein” si è rivelata fallimentare, costringendo un governo moderato (come quello riformista di Teheran) a riabbracciare la dottrina antimperialista di Khomeini, intensificando la cooperazione d’intelligence iraniana-cinese. La disfatta nord-americana è figlia dell’incapacità di leggere gli scenari geostrategici, sovrapponendo l’ideologia alle disamine degli analisti militari come Scott Ritter. L’Iran ha vinto a mani basse.

I Guardiani della Rivoluzione, durante il conflitto, non si sono limitati a conquistare il territorio nemico, ma hanno distrutto il super-radar con cui gli Stati Uniti sorvegliavano l’intera regione. Trump millanta d’aver decapitato i vertici della Repubblica islamica-sciita, ciò nonostante nel 1981 gli stragisti del MEK-MKO, nel giro di pochissimi giorni, portarono a termine una mattanza di proporzioni maggiori: ben presto, il governo sciita rimpiazzò i propri statisti. Uccidere un leader politico e religioso non è strategia militare, ma crimine; impedire alla “coalizione di Epstein” di sorvegliare un’area geografica radendo al suolo le sue basi militari è strategia militare, una asimmetria nella rilettura dei conflitti decisamente complessa. Il conflitto scoppiato alla fine del febbraio 2026 ha sancito una doppia verità: Teheran ha riscoperto lo spirito rivoluzionario della rivolta del 1978-’79 (cosa ben diversa dall’”anima imperiale” della tradizione persiana), mentre Tel Aviv transita verso il fascismo (forse nazismo) ebraico.

Gli Occidentali ritengono, ignorantemente, che l’Iran opprima le donne, contrariamente sono state proprio le donne iraniane ad assumere un ruolo fondamentale nella gestione del conflitto. Secondo la Dott.ssa Zohreh Shariati Naseri, direttrice del centro di studi islamici del seminario Jamiat al-Zahra di Qom, intervistata dall’Agenzia Hawzah News:

“la convergenza tra fronte militare, diplomazia e società rappresenta una priorità strategica. Per realizzarla, è necessario anzitutto definire obiettivi chiari e condivisi – sicurezza, stabilità, superamento della crisi e rafforzamento della posizione del Paese. In assenza di una meta comune, i comportamenti tendono a divergere, rendendo impossibile costruire un’azione coordinata.

Accanto alla chiarezza degli obiettivi, è fondamentale una precisa distribuzione dei ruoli. Il fronte militare è responsabile della gestione diretta delle minacce; la diplomazia deve prevenire l’erosione delle risorse e aprire canali di soluzione nel quadro della dignità nazionale; il popolo, infine, svolge una funzione di sostegno, resilienza e trasmissione delle realtà vissute ai decisori. Quando ogni componente è consapevole del proprio ruolo, le energie si concentrano in una direzione unitaria.” 1

Uno degli aspetti chiave per contrastare la “guerra ibrida” è la circolazione di informazioni corrette; in questa prospettiva, in Europa partendo dall’Italia, il giornalismo professionista è diventato una sorta di Cavallo di Troia della lobby sionista.

Per quanto priva di partiti comunisti – il Tudeh (Partito Comunista Iraniano) è costretto ingiustamente all’esilio – la società iraniana è profondamente coesa, mescolando culture autoctone ed elementi di classe: un intreccio fra anti-neoliberismo (nella concezione islamica la privazione dei beni superflui), misticismo (proprio, più che altro, della tradizione zoroastriana) ed avversione alla politica culturale occidentale, il cui significato è stato totalmente travisato dalla sinistra eurocentrica.

Ad Islamabad, Trump ci si è rifiutati di riconoscere la vittoria della Umma islamica sulla “coalizione di Epstein”: l’imperialismo “pedo-satanista”, per sopravvivere alla propria decomposizione, ha già pubblicato ilmanifesto di ventidue punti dell’azienda Palantir 2 sul nuovo “fascismo tecnocratico”, una forzatura fisiologica ispirata al pensiero reazionario di James Burnham ed alla distopia di George Orwell. Washington, in termini politici e socio-criminologici, è diventata la cloaca del mondo.

Per Washington e Tel Aviv “l’etica è roba da ingenui”, nello stesso modo Trump e Netanyahu hanno stravolto le parole di Terenzio: “tutto ciò che è disumano m’appartiene”.

https://mostafamilani.ir/blog/2026/04/26/ruolo-donne-crisi-mobilitazione-resilienza-sociale-apr-2026?fbclid=IwY2xjawRfTHFleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeBpjnPIbjd4193-V0WpV6Kk9EsTD-T8OTaVE-HgShsTGZFti5e59ZZF4L42s_aem_SGIt0u4phaLGjmaq8tD5FQ
https://luogocomune.net/scienza-e-tecnologia/una-delle-cose-pi%C3%B9-spaventose-che-abbia-mai-visto-scatta-l-allarme-per-il-manifesto-tecnofascista-di-palantir
Guerra in Iran, le news del 13 marzo. Morto soldato francese attacco Erbil  - la Repubblica

Fonte foto: La Repubblica (da Google)

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