In un paese spaccato di fatto in due, in cui vi è da una parte autorità assoggettate agli interessi USA e l’altra molto vicina e legata per diversi motivi all’Iran, con gli ultimi attacchi e provocazioni contro le milizie legate a Teheran, se la guerra prosegue il paese potrebbe entrare nel conflitto. Tutto questo mentre Stati Uniti e NATO, su espressa richiesta di Baghdad, pressata dalle potenti milizie PMF ( Forze di Mobilitazione Popolare) stanno abbandonando l’Iraq. Addirittura la coalizione ha richiesto un cessate il fuoco per evacuare le sue truppe dall’Iraq. Il conflitto rischia di allargarsi man mano che gli attacchi israelo statunitensi proseguono, travolgendo il fragile scenario di sicurezza e politico iracheno e regionale.
Mentre le tensioni e gli scontri, per
ora parziali si susseguono quotidianamente, all’interno di questo quadro molti
analisti mediorientali e russi ritengono che se l’aggressione statunitense non
cessa, sarà inevitabile la scesa in campo militare dell’Iraq, come richiedono le componenti più legate all’Iran. I funerali della scorsa
settimana a Baghdad, per salutare e
onorarei combattenti delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) uccisi
nei raid aerei vicino a Mosul, che
hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone, che inneggiavano alla
solidarietà concreta e alla scesa in campo a fianco del paese aggredito, sono
la dimostrazione tangibile del clima esplosivo. Le milizie sostenute dall’Iran minacciano ritorsioni, mentre gli
attacchi alle basi statunitensi si intensificano.
Le milizie
sciite irachene hanno acconsentito per un
cessate il fuoco a tempo, per consentire
alle forze statunitensi e della NATO
di ritirare in sicurezza i loro contingenti dalla base aerea di Victoria a Baghdad verso le basi
statunitensi in Giordania. Secondo
alcune fonti, le unità occidentali avrebbero già lasciato le regioni centrali
e meridionali dell’Iraq, ad eccezione dei territori settentrionali; parte
del contingente è ancora presente nelle regioni curde, il che sta creando molte
tensioni, ritenendo la loro presenza una violazione della sovranità del paese e
accusando le autorità regionali curde (già note per il loro asservimento a USA e Israele) di collusione col nemico.
Questo potrebbe portare a un pericoloso cambiamento e sconvolgimento negli
equilibri di potere del Paese. Abu
Mahdi al-Jaafar, portavoce ufficiale di una delle milizie, il gruppo Saraya
Awliya al-Dam, ha commentato l’accordo, ammonendo gli USA, con una citazione del Corano: «Forse il tuo Signore avrà pietà di te. Ma se
tornerai a comportarti in modo illecito, Noi torneremo al castigo. E abbiamo
fatto dell’Inferno un luogo di reclusione per voi».
Dopo
l’attacco alle basi del PMF nelle
province di Ninive e Saladino nel nord dell’Iraq, da parte di aerei da guerra senza
contrassegni, ma indicati come statunitensi, con morti e feriti anche civili, le autorità
irachene hanno autorizzato l’esercito a
utilizzare ogni mezzo per respingere gli attacchi contro le forze della milizia
di Hashd al-Shaabi e le loro installazioni militari. Lo
ha annunciato Sabah al-Naaman,
portavoce del Comandante in capo delle Forze armate, al termine di una riunione
del Consiglio di sicurezza nazionale.
Baghdad ha giustificato la decisione
citando la crescente frequenza degli attacchi, che considera una violazione
della sovranità nazionale. L’esercito è autorizzato a rispondere agli attacchi
aerei, di missili e droni, nell’ambito dell’autodifesa.
A poco più
di un mese dall’inizio dell’aggressione di Stati
Uniti e Israele, l’Iraq si sta spostando sempre più da una posizione di
osservazione, a diventare un attore attivo nello scontro. Nonostante questo,
analisti e osservatori considerano che le autorità di Baghdad continuano a cercare di perseguire una politica per
contenere e non intensificare le tensioni regionali.
Dall’inizio
della guerra, il governo iracheno ha continuamente affermato che le decisioni
sulla guerra e la pace si decideranno esclusivamente dentro le istituzioni
statali, in conformità con la Costituzione e la legge. Ma questa posizione si
trova ogni giorno sempre più difficile e condizionata agli sviluppi del campo.
Le fazioni armate hanno intensificato le incursioni interne e rivendicato gli
attacchi alle basi statunitensi.
Haider Saeed Abbas, ricercatore del
Centro iracheno di studi strategici e l’accademico Ammar Abdul Hadi Shallal hanno detto che l’Iraq
sta “camminando su una corda tesa tra
l’esplosione militare e il contenimento”, cercando di evitare di scivolare
in uno scontro aperto. Attribuendo questo approccio alla posizione geopolitica
sensibile dell’Iraq e le conseguenze
di vasta portata che qualsiasi ampia escalation potrebbe avere sulla stabilità
regionale, in particolare quella sulla sicurezza globale ed energetica.
Ahmed Al-Yasiri, capo della Centro
arabo-australiano per gli studi strategici, ha osservato che Baghdad di fatto, mediante le milizie
filo iraniane, si è già spostata oltre la neutralità, anche se non è entrata
ancora nel conflitto come un combattente diretto: “L’Iraq è diventato un teatro di conflitto piuttosto che una parte di
combattimento, che è più pericoloso, perché combina il targeting esterno con la
divisione interna “, ha detto a Shafaq
News, aggiungendo che “ la sovranità
irachena viene violata da tutte le direzioni”. Al-Yasiri ha osservato che questa situazione ha spinto il governo iracheno a prendere in questi
giorni una “decisione eccezionale”,
nel concedere alle forze di sicurezza l’autorità di rispondere e difendersi,
espandendo lo spostamento delle regole di ingaggio.
Da Londra, Haitham Al-Haiti, professore di
scienze politiche presso l’Università di
Exeter, ha dichiarato che molti leader politici iracheni, in particolare
all’interno delle fazioni sciite, “potrebbero
non voler schierarsi a fondo con l’Iran, ma sono costretti, dalle spinte dal
basso a far parte della battaglia”.
Recenti decisioni
del governo iracheno riflettono oggettivamente questo paradosso. Mentre le
autorità hanno concesso alle forze di sicurezza, comprese le PMF, il diritto di rispondere, hanno
contemporaneamente sottolineato il bisogno di sottoporre le armi al controllo
statale, impedire attacchi a diplomatici e missioni, negare l’uso del
territorio iracheno per lanciare attacchi su paesi vicini. Queste misure sono
viste come un tentativo di contenere la pressione da parte delle fazioni armate
evitando al contempo il confronto frontale con gli Stati Uniti.
Le sfide si
estendono oltre gli aspetti militari, ma anche in ambiti politici ed economici.
L’Iraq, che dipende dal petrolio per il 90 per cento dei suoi
ricavi, deve affrontare una pressione crescente anche causa la chiusura del Stretto di Hormuz e gli attacchi ai
giacimenti petroliferi chiave, tra cui Majnoon,
Rumaila, e Kirkuk; ciò complica ulteriormente la situazione economica.
Questa
tensione economica coincide con la pressione diplomatica coordinata da parte di
sei paesi arabi, l’Arabia Saudita, la Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain e
Giordania, che hanno invitato e minacciato Baghdad, a prendere misure immediate per fermare gli attacchi da
parte delle fazioni armate locali sugli stati vicini.
All’interno
di questo scenario, la regione del Kurdistan rimane un fattore rilevante e delicato nell’equilibrio di
potere, a causa della presenza delle basi militari internazionali e dei gruppi armati
di opposizione iraniani. Sulla regione si assiste ormai quotidianamente ad
attacchi reciproci, così comprovando nuovamente la sua sensibilità strategica.
Chi sono e
qual è la forza delle “Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd ash-Sha’bi)o PMF, esse sono la più
potente milizia popolare del paese, in realtà una rete di unità paramilitari composte
da confessioni sciite, sunnite, yazide e cristiane, nate per combattere in Iraq contro l’ISIS. Ma molti di loro erano già combattenti contro la presenza USA nel paese.
Va premesso e
sottolineato che da tutte le parti interne ed esterne, esse sono considerate,
per efficienza e capacità operative militari, la spina dorsale e il settore fondamentale
dell’esercito iracheno. Alcuni loro critici le definiscono un “potere dentro il potere”.
Le PMF
si costituirono dall’unione di gruppi paramilitari già attivi nell’insorgenza
contro le forze di occupazione americane, divenendo un “ombrello” coordinato delle varie milizie affini, si stima che ci
siano oltre 70 organizzazioni
all’interno delle PMF.
Dapprima furono ritenuti dal governo
iracheno come organizzazioni criminali, in seguito acquisirono una
legittimazione nazionale dopo la benedizione dell’ayatollah Ali Al-Sistani. Ora sono diventate parte integrante, ma militarmente autonome dello stato
iracheno, come Forze di Sicurezza
dell’Iraq e rispondono solo al Consiglio di Sicurezza iracheno. La
guida della Milizia Popolare è
affidata alla Direzione Generale per gli
Affari della Milizia Popolare (GUNO), che ha lo stesso status dei ministeri
iracheni. Il capo della Direzione Generale per gli Affari della
Milizia Popolare risponde al Comandante
Supremo in Capo (Primo Ministro)
dell’Iraq.
Il numero complessivo dei miliziani è calcolato tra 150.000 e 200.000 uomini.
Sostenute e affiliate al Corpo delle Guardie
Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) dell’Iran, sono strutturate operativamente sul modello delle milizie Basij iraniane
e dei “Collectivos” chavisti venezuelani,
molti dei suoi comandanti e dirigenti sono da anni designati come terroristi
dagli Stati Uniti, perché già
combattenti contro la presenza statunitense in quanto occupanti del paese.
I compiti principali ufficiali e riconosciuti della milizia popolare sono:
- Protezione del confine di Stato con la Siria, dopo la presa del potere degli jihadisti di Al Jolani;
- garantire la
sicurezza delle aree sensibili del paese;
- protezione
delle comunicazioni strategiche di trasporti e comunicazioni;
- protezione
degli impianti di produzione e trasporto di idrocarburi;
- condurre
operazioni speciali indipendenti per individuare e distruggere le cellule
terroristiche o anti nazionali e le loro infrastrutture;
- sminamento
dei territori liberati;
- sostegno
alle fasce popolari più deboli.
Per migliorare l’efficacia del comando e dell’operatività, le sue brigate sono state accorpate in comandi
regionali, garantendo cos una presenza territoriale capillare.
L’armamento dellePMF è considerato estremamente moderno e consiste di armi leggere, mortai, pezzi di
artiglieria forniti dall’Iran, armi pesanti avuti dalle forze armate
irachene. BMP-1; veicoli cingolati fuoristrada MTLB e T-55 e T-72. Per il trasporto del personale vengono utilizzati
veicoli fuoristrada ricondizionati o nuovi. Durante le operazioni militari, la
Milizia popolare viene supportata, se necessario, da unità delle Forze Armate irachene.
Tutti ritengono che da esse potrebbero dipendere gli esiti di una eventuale entrata in campo dell’Iraq al fianco di Teheran.
A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG – 4 aprile 2026