Al netto della
violazione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, del mancato
rispetto del diritto internazionale e delle inevitabili condanne di ordine
morale, è necessario ragionare su ciò che è realmente accaduto a partire dalla
crisi finanziaria globale e dalla successiva crisi dei debiti sovrani.
Una precisazione
preliminare sul diritto internazionale è funzionale al ragionamento che segue.
Il diritto, per essere tale, necessita di istituzioni che lo producano e
dispongano del potere necessario a farlo rispettare. Affinché il diritto
internazionale possa essere effettivamente vincolante, sarebbe necessaria una
sorta di Stato mondiale dotato di potere legislativo e coercitivo. Il
cosiddetto diritto internazionale, invece, non possiede queste caratteristiche:
esso si fonda sul riconoscimento reciproco tra Stati aderenti a determinati
trattati, su consuetudini e su equilibri di forza. In sostanza, il diritto
internazionale dipende integralmente dalla volontà degli Stati di rispettarlo
e, in caso di violazione, dalla capacità degli altri Stati di imporne
l’osservanza. Questa precisazione, pur non esaustiva, è indispensabile per
comprendere la dinamica degli eventi recenti.
La fine della
globalizzazione, rispetto alla quale è possibile assumere come riferimento il
periodo compreso tra il 2008 e il 2010, ha aperto nuovi scenari, ancora in fase
di definizione, nei rapporti tra le potenze militari, economiche e politiche
emerse dopo la dissoluzione dell’ordine bipolare. Se la fine della divisione
del mondo in blocchi ha sancito il tramonto dell’assetto scaturito dagli
accordi di Yalta, la fine della globalizzazione ha segnato la conclusione di un
mondo caratterizzato dall’unipolarismo statunitense. La crisi finanziaria
globale del 2008-2010 rappresenta lo spartiacque storico di questo processo.
In questo nuovo
contesto, alcuni attori sono riemersi sulla scena mondiale, mentre altri hanno
progressivamente acquisito un peso crescente. Russia e Cina sono tornate a
essere potenze centrali; altri Paesi, come India, Brasile, Sudafrica, Nigeria e
più in generale quelli riconducibili all’area dei BRICS, si avviano a svolgere
un ruolo sempre più rilevante. Il periodo compreso tra il 2010 e il 2015 può
essere interpretato come una fase di intermezzo, caratterizzata dalla prima
presidenza Trump, dal tentativo dell’amministrazione Biden di restaurare
l’egemonia globale statunitense attraverso il confronto con la Russia,
utilizzando l’Ucraina e l’Unione Europea come strumenti geopolitici, e infine
dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Il ritorno di Trump
alla presidenza degli Stati Uniti sancisce in modo definitivo la fine della
globalizzazione. Trump prende atto dell’esistenza di altre potenze imperiali
sul piano internazionale e, di conseguenza, del tramonto dell’illusione di un
ordine globale a guida statunitense. La fine della globalizzazione e l’avvento
di un nuovo multilateralismo non coincidono con la fine degli imperi né con un
ritorno agli Stati-nazione ottocenteschi o della prima metà del Novecento. Il
multilateralismo contemporaneo riguarda essenzialmente gli Stati imperiali.
Allo stato attuale, in attesa che altri soggetti si affaccino stabilmente sulla
scena mondiale, tali Stati sono tre: Stati Uniti, Russia e Cina.
Gli Stati-nazione
tradizionali non dispongono delle risorse materiali, demografiche, economiche e
militari necessarie per svolgere un ruolo imperiale su scala globale. L’Unione
Europea, in questo quadro, appare come un progetto ormai esaurito: ha perso
troppe occasioni storiche per trasformarsi in un attore geopolitico autonomo.
Paesi come Francia, Regno Unito e Germania coltivano l’illusione di poter
giocare un ruolo indipendente, ma nei fatti non dispongono della potenza
necessaria per competere con Stati Uniti, Cina e Russia. I comportamenti dei
loro governi appaiono spesso velleitari, soprattutto se letti alla luce della
loro storia imperiale passata. Pensare di poter condizionare la Cina con
strumenti analoghi a quelli delle guerre dell’oppio è semplicemente
anacronistico. Il fatto stesso che posizioni chiave dell’Unione Europea, come
quelle relative alla politica estera e alla difesa, siano affidate a
rappresentanti di Stati marginali dal punto di vista economico e demografico è
indicativo dell’irrilevanza geopolitica dell’UE.
Con la fine della
globalizzazione, ciascuna potenza imperiale ha avviato una ridefinizione delle
proprie aree di influenza. La Russia lo fa nello spazio post-sovietico e in
particolare in Ucraina; la Cina in Asia e sempre più in Africa, dove la sua
presenza economica e politica cresce rapidamente, richiamando alla memoria le
spedizioni cinesi del XV secolo lungo le coste dell’Africa orientale, prima
della storica chiusura del Paese verso l’esterno. Gli Stati Uniti, dal canto
loro, concentrano nuovamente la propria attenzione sull’Occidente, inteso sia
come Unione Europea sia, soprattutto, come America Centrale e Meridionale. È in
questo contesto che si colloca il ritorno della Dottrina Monroe, rivisitata e
adattata al nuovo ordine mondiale.
Per comprendere il
ritorno della Dottrina Monroe è necessario richiamare il contesto storico in
cui essa fu formulata. Gli Stati Uniti nacquero come Stato indipendente nel
1776 e furono impegnati nella guerra di indipendenza contro la Gran Bretagna
fino al 1783. A differenza degli Stati dell’America centrale e meridionale,
sorti dalla disgregazione dell’Impero spagnolo, gli Stati Uniti conquistarono
l’indipendenza circa trent’anni prima. Il primo Stato latinoamericano a
proclamare l’indipendenza fu il Venezuela nel 1811; seguirono le province che
avrebbero dato origine all’Argentina e, successivamente, gli altri Stati. Le
lotte di indipendenza furono precedute da rivolte popolari, come quella guidata
da Tupac Amaru II nell’attuale Bolivia alla fine del Settecento, repressa
brutalmente dalle autorità coloniali, o quella messicana del 1808 guidata da
Miguel Hidalgo, anch’essa soffocata nel sangue.
Le guerre di
indipendenza latinoamericane furono al tempo stesso liberali e conservatrici,
come dimostrano i tentativi di instaurare monarchie nei nuovi Stati: dal
carlottismo nel Río de la Plata, ai progetti monarchici in Perù ed Ecuador,
fino all’impero di Iturbide in Messico e alla monarchia brasiliana durata fino
al 1889. Quando, negli anni Venti dell’Ottocento, questi Stati ottennero
l’indipendenza, l’Europa era entrata nella fase della Restaurazione seguita
alla sconfitta di Napoleone. Le potenze restauratrici miravano anche al
recupero delle ex colonie spagnole. Gli Stati Uniti, reduci dalla guerra del
1812 e impegnati a definire i propri confini settentrionali, percepirono tale
prospettiva come una minaccia diretta alla propria sicurezza.
È in questo contesto
che il presidente James Monroe, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2
dicembre 1823, formulò la dottrina sintetizzabile nello slogan «l’America agli
Americani». Essa sanciva il principio della non interferenza statunitense nelle
questioni europee e, reciprocamente, della non interferenza europea negli
affari del continente americano. Nel corso del XIX secolo, tuttavia, la
Dottrina Monroe rimase in larga misura una dichiarazione di intenti. Le potenze
europee continuarono a intervenire in America Latina: la Spagna tentò di
riconquistare i territori perduti, mantenne Cuba e Porto Rico; Regno Unito,
Francia e Germania investirono e interferirono negli affari regionali.
Gli effetti concreti
della Dottrina Monroe si manifestarono solo dopo la guerra di Secessione e
l’affermazione definitiva degli Stati Uniti come potenza continentale. A
partire dalla fine dell’Ottocento, e soprattutto con la presidenza di Theodore
Roosevelt, la dottrina fu reinterpretata come strumento ideologico per
giustificare l’egemonia statunitense sull’intero emisfero occidentale.
Associata al concetto di Manifest Destiny, la Dottrina Monroe divenne il
presupposto ideologico dell’espansione statunitense: prima nelle Americhe, poi
nel Pacifico e in Asia, quindi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Essa
giustificò l’occupazione economica e militare dei Caraibi, gli interventi
diretti e indiretti in America Latina durante la Guerra fredda e, negli anni
Settanta del Novecento, operazioni come il Piano Condor, che portarono a colpi
di Stato e al sostegno di dittature sanguinarie.
Con la fine della
Seconda guerra mondiale, il controllo statunitense sull’America Latina si fece
sempre più stringente, come dimostra la nascita dell’Organizzazione degli Stati
Americani nel 1948. Durante la fase della globalizzazione, tuttavia, la
Dottrina Monroe perse progressivamente rilevanza: la vittoria nella Guerra
fredda e la scomparsa dell’URSS alimentarono l’illusione di una funzione
imperiale statunitense senza limiti geografici. Il ritorno sulla scena mondiale
di Russia e Cina ha imposto una riformulazione della Dottrina Monroe. Più che
nei documenti ufficiali di sicurezza nazionale, il presupposto teorico di
questa svolta può essere rintracciato nel saggio di Samuel Huntington Lo
scontro delle civiltà. Huntington non auspicava uno scontro, ma il
riconoscimento della pluralità del mondo e la necessità, per gli Stati Uniti,
di concentrarsi sulle proprie aree tradizionali di influenza.
In un sistema
multilaterale fondato sui rapporti tra potenze imperiali, il controllo
dell’America Latina diventa cruciale. Ricca di risorse naturali, la regione ha
attratto durante la globalizzazione investimenti di altre potenze, in primo
luogo della Cina. La recente vicenda venezuelana si inserisce pienamente in
questo quadro. I contatti tra Maduro e Trump, le aperture del governo
venezuelano sulla gestione delle risorse petrolifere e il successivo intervento
statunitense, culminato nell’arresto di Maduro, risultano di difficile
interpretazione. Nulla esclude che si sia trattato di un cambio di leadership
concordato.
Il regime venezuelano
era ormai economicamente insostenibile: un Paese che importa circa il 97% dei
beni di cui ha bisogno e dipende quasi esclusivamente dalle rendite
petrolifere, ridottesi negli ultimi anni anche a causa delle sanzioni e del
calo del prezzo del greggio, difficilmente può reggere nel lungo periodo. Il
mancato intervento delle forze armate suggerisce l’esistenza di accordi pregressi.
La storia dell’America Latina mostra come simili operazioni non siano affatto
inedite: le oligarchie locali hanno spesso cercato l’appoggio di potenze
esterne per mantenere il controllo interno delle risorse.
Le dichiarazioni di
Cina e Russia, alleati del Venezuela, sono dichiarazioni di rito. L’Unione
Europea, con Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, ha dimostrato ancora una volta
la propria totale incapacità. Lo stesso vale per i singoli governi nazionali,
che si sono affrettati a sostenere le motivazioni addotte da Trump, il quale ha
dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti per autodifesa.
La Russia ha la necessità di chiudere la partita ucraina, mentre la Cina deve affrontare, prima o poi, il dossier di Taiwan. Per quanto riguarda le forniture di petrolio venezuelano, lo stesso Trump ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di bloccarle verso la Cina. La vicenda venezuelana rappresenta dunque solo un ulteriore passo nel processo di ridefinizione degli equilibri mondiali successivo alla fine della globalizzazione.