Le due guerre dell’Occidente


Nelle prime ore del 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco coordinato su larga scala contro l’Iran.  L’operazione, denominata “Epic Fury“, ha preso di mira i vertici del regime iraniano fin dalle prime fasi. La Guida Suprema Ali Khamenei è stata uccisa, insieme al comandante dei Guardiani della Rivoluzione e al ministro della Difesa. Le infrastrutture nucleari, i siti militari e le basi dei Pasdaran sono stati colpiti in tutto il paese. Le esplosioni hanno squarciato il cielo di Teheran, Isfahan, Shiraz e Qom.

L’Iran ha risposto con ondate di missili balistici lanciati verso Israele. Israele aveva aperto un secondo fronte in Libano. Hezbollah ha risposto. Gli Houthi hanno colpito navi nel Mar Rosso e hanno persino lanciato i loro primi missili verso il territorio israeliano. Lo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, è stato chiuso. Il prezzo è balzato oltre i 110 dollari al barile. Il gas europeo è aumentato del 70 per cento in una settimana.

Il bilancio, secondo fonti ufficiali iraniane, ha superato le ventiquattromila vittime tra morti e feriti. Oltre ottantunomila strutture civili sono state danneggiate. L’aviazione israeliana ha colpito quartieri residenziali di Teheran. I missili iraniani hanno raggiunto la base di Dimona nel Negev, dove si trova il reattore nucleare israeliano, e hanno ferito decine di civili ad Arad.

Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha chiesto pubblicamente a Stati Uniti e Israele di fermare la guerra, definendola una fonte di “immense sofferenze umane” e di conseguenze economiche devastanti. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha avvertito che un’ulteriore escalation porterebbe a un “devastante arretramento globale”. Persino il cessate il fuoco annunciato da Trump l’8 aprile 2026 è già stato violato: Israele continua a bombardare il Libano e Teheran ha richiuso lo Stretto di Hormuz, dichiarando che riaprirà solo quando Stati Uniti e Israele cesseranno la loro aggressione.

Questo cambiamento radicale della situazione sul campo costringe a rivedere completamente qualsiasi analisi sulle priorità strategiche dell’Occidente. Non si può più parlare di “prima l’Iran e poi la Russia” o “prima la Russia e poi l’Iran”. Perché entrambe le guerre sono già in corso simultaneamente.

L’Ucraina è ancora in fiamme. Il conflitto è entrato nel suo quarto anno. Le fabbriche di munizioni occidentali lavorano incessantemente. Le scorte si sono esaurite più volte. Eppure, invece di concentrare tutte le risorse su un unico fronte, Stati Uniti e Israele hanno deciso di aprirne un secondo, in Medio Oriente, contro un nemico che ha dimostrato di poter colpire ben oltre i propri confini.

Questa scelta rivela una verità scomoda: l’Occidente collettivo non è affatto diviso sull’obiettivo finale. Può anche litigare su quale nemico sia prioritario, come di fatto avviene, ma alla fine li vuole indeboliti entrambi. I democratici americani e l’Europa danno la priorità alla Russia, perché la vedono come la minaccia immediata all’ordine europeo. I repubblicani e Israele danno la priorità all’Iran, perché lo considerano una minaccia

esistenziale e perché nel Golfo ci sono interessi petroliferi immensi. Nessuna di queste due fazioni, però, propone di fare pace con l’altro nemico. I democratici non dicono “prima la Russia, poi faremo pace con l’Iran”. Magari pensano: “prima la Russia, poi ci occuperemo dell’Iran con maggiore determinazione”. I repubblicani non dicono “prima l’Iran, poi abbandoneremo l’Ucraina al suo destino”. Dicono “prima l’Iran, poi torneremo con più forza contro la Russia”. In altre parole, l’Occidente ha dichiarato guerra su due fronti. Non importa se questa scelta sia saggia o suicida. È un fatto.

La conseguenza più immediata è che Russia e Iran, che fino a ieri avevano un’alleanza tattica e contingente, ora si trovano a combattere lo stesso nemico su due teatri distinti ma collegati. Non sono alleati formali, e probabilmente non lo diventeranno mai. Hanno tuttavia l’interesse comune di sopravvivere. E sanno entrambi che se uno dei due crolla, l’altro potrebbe essere il prossimo.

Questa consapevolezza è il vero tallone d’Achille della strategia occidentale. Perché una guerra su due fronti funziona solo se i due nemici restano separati e se si ha la capacità di chiudere rapidamente un fronte prima di aprire il successivo. La guerra in Ucraina, però, ha già dimostrato il contrario: è diventata un conflitto di logoramento che dura da anni, e non c’è alcuna certezza che finisca presto. La guerra in Iran, se continuerà con questa intensità, sarà ancora più distruttiva, coinvolgendo il Golfo, Hezbollah, e probabilmente chiudendo per un tempo ancora più lungo lo Stretto di Hormuz – con conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale.

L’Occidente potrebbe anche voler indebolire entrambi. Potrebbe anche avere piani su carta che prevedono una sequenza. La realtà dei vincoli materiali – munizioni limitate, economie fragili, opinioni pubbliche stanche – rende improbabile che si possa vincere su due fronti contemporaneamente. È molto più probabile che entrambi i conflitti continuino a trascinarsi, logorando le risorse occidentali su due tavoli contemporaneamente. E in questo logoramento, paradossalmente, Russia e Iran trovano la loro migliore risorsa strategica.

C’è poi un’altra considerazione, che molti analisti preferiscono ignorare. L’idea che l’Occidente sia un blocco monolitico che decide razionalmente quali nemici colpire è una semplificazione. Le guerre non si fanno solo per ragioni strategiche. Si fanno anche per ragioni interne, elettorali, ideologiche, economiche. L’amministrazione Biden aveva bisogno di dimostrare determinazione contro la Russia. Il governo israeliano aveva bisogno di colpire l’Iran per garantire la propria sicurezza e forse anche per distrarre l’opinione pubblica dalle tensioni interne. L’amministrazione Trump ha bisogno di mostrare i muscoli in Medio Oriente per compiacere la sua base filo-istraeliana e rafforzare la sua immagine geopolitica globale.

Insomma, la guerra su due fronti è il risultato di spinte contraddittorie, di interessi divergenti, di calcoli elettorali, di paure reali e immaginarie. E forse, questa è la notizia più inquietante di tutte: nessuno ha il controllo della situazione. Le guerre si alimentano da sole, si allargano, coinvolgono attori che nessuno aveva previsto. Il conflitto tra Israele e Iran rischia di trascinare l’intero Medio Oriente. Il conflitto in Ucraina può esaurire le risorse occidentali al punto da rendere impossibile sostenere entrambi i fronti. Ambedue i conflitti potrebbero avviare sempre più il mondo sulla via della catastrofe economica e militare.

E intanto, i missili continuano a cadere. A Teheran, a Kiev, a Tel Aviv, a Beirut. Le vittime civili aumentano. L’economia mondiale vacilla. E nessuno sembra in grado di fermare questa spirale.

1 commento per “Le due guerre dell’Occidente

  1. Ivana Rinaldi
    10 Aprile 2026 at 8:26

    Grazie dell’: analisi prof. Martone

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