La testata online L’Interferenza intervista l’ambasciatore
iraniano presso la Santa Sede, Sua Eccellenza Mohammad Hossein Mokhtari, disaminando non solo
le dinamiche dell’aggressione imperialista condotta da USA e Israele contro la
Repubblica Islamica dell’Iran, ma anche il rapporto intercorrente fra il
Vaticano ed il mondo musulmano-sciita.
(Intervista a cura di Stefano Zecchinelli)
- Dr.
Mokhtari, ringraziandoLa in primo luogo per questa intervista, Le chiedo qual è
il Suo giudizio in merito al rapporto diplomatico intercorrente fra la Santa
Sede – sostanzialmente col papato di Leone XIV – e la Repubblica Islamica
dell’Iran.
La
Santa Sede e l’Iran hanno mantenuto relazioni diplomatiche ufficiali a partire
dagli anni ’50 e tale rapporto non si è interrotto neppure dopo la Rivoluzione
del 1979; questa continuità dimostra che il Vaticano non considera l’Iran
soltanto un attore politico, ma lo ritiene uno dei più importanti centri del
mondo islamico, in particolare dello sciismo. Il rapporto tra Iran e Santa Sede
possiede una grande potenzialità. Affinità come la difesa della famiglia, la
critica al secolarismo estremo, l’opposizione alla guerra e l’importanza della
religione nella vita pubblica possono costituire una base di cooperazione.
- Il
dialogo fra cattolici e musulmani, essendo l’Europa una sorta di semi-colonia
nord-americana, è diventato problematico proprio a causa della “propaganda” di
guerra statunitense e sionista. Qual è il miglior antidoto (tanto politico
quanto culturale) nei confronti della dottrina neocons dello “scontro di
civiltà”?
A mio avviso, una risposta efficace alla logica neoconservatrice dello
«scontro di civiltà» non è né il non essere passivi né il ricorso allo slogan,
ma deve invece fondarsi su una alleanza morale tra le religioni abramitiche.
L’Europa conserva ancora una certa autonomia istituzionale, ma in ambito di
sicurezza e dei media, soprattutto sotto l’ombrello della NATO e le pressioni
geopolitiche degli Stati Uniti, talvolta mostra una limitata indipendenza
strategica. Il rafforzamento della diplomazia religiosa indipendente è dalle
assi guerrafondaie. Ciò significa che Teheran, il Vaticano, i centri sciiti, le
istituzioni cattoliche e le università europee dovrebbero portare il dialogo
dal livello delle formalità diplomatiche a quello delle questioni reali:
Palestina, dignità umana, migrazione, islamofobia, cristianofobia, famiglia,
povertà, ambiente. Papa Leone XIV, durante un incontro con le istituzioni del
dialogo cristiano-islamico, ha sottolineato che cristiani e musulmani devono
«risvegliare l’umanità» e trasformare l’indifferenza in solidarietà; questo è
esattamente il punto opposto alla teoria dello scontro di civiltà. Anche la
soluzione culturale consiste nella produzione di una narrazione condivisa.
Musulmani e cattolici non devono permettere che la loro immagine reciproca sia
costruita soltanto da un certo tipo di stampa. È necessario creare progetti scientifici
comuni, traduzioni di testi, incontri teologici, cooperazione a livello di
media, scambio di professori e studenti e dichiarazioni congiunte su pace e
giustizia. Papa Leone XIV, all’inizio del suo pontificato, ha inoltre definito
la continuazione del dialogo interreligioso come parte del percorso complessivo
della Chiesa. Di fronte alla teoria dello scontro di civiltà, bisogna opporre
la teoria della «cooperazione tra le civiltà che credono alla dignità umana».
La politica da sola non è sufficiente senza la cultura, e la cultura senza
coraggio politico rimane inefficace. La via corretta è quella di connettere il
dialogo teologico con la difesa concreta della pace, della giustizia, della
Palestina, della famiglia, dei poveri e dell’autonomia morale dell’Europa dalla
logica della guerra permanente.
- Che idea
si è fatto dei “Files Epstein”? Pensa, al pari di molti analisti, che Donald
Trump sia sotto ricatto da parte di potenti strutture lobbistiche
transnazionali, la lobby sionista per intenderci?
Riguardo ai «casi Epstein» e al fatto se Donald Trump sia sotto l’influenza di lobby transnazionali? Ma la seconda parte della vostra domanda – «Trump è sottoposto a pressioni o influenze da parte di potenti lobby, in particolare la lobby sionista?» – richiede un’analisi più strutturale. Nella politica americana, quasi nessun presidente – né repubblicano né democratico – agisce completamente in modo indipendente dalle reti di potere (lobby, grandi capitali, industria della difesa, media, gruppi ideologici ed elettorati organizzati). Uno di questi attori è rappresentato dalle lobby pro-Israele. Per quanto riguarda Trump, le evidenze mostrano che egli ha adottato politiche molto allineate con la destra israeliana sulla questione di Israele (come il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il sostegno ad alcune politiche del governo israeliano). Tuttavia, in altri casi ha avuto forti divergenze con parte delle élite tradizionali americane e persino con alcuni alleati internazionali. Pertanto, se devo dare una sintesi analitica breve: è molto probabile e documentato che Trump, come qualsiasi politico americano, sia stato influenzato da lobby e coalizioni di potere; esistono prove solide e dirette che dimostrano che è «completamente sotto il controllo» di una specifica lobby o che è stato “contenuto” a causa del caso Epstein.
- Le chiedo
di spiegarci, in sintesi, in che modo l’Islam sciita contempla il tema della
Giustizia Sociale, ciò che l’Imam Khomeini chiamava “la Rivoluzione degli
Oppressi”?
Nella prospettiva sciita, la giustizia
sociale non si limita alla distribuzione della ricchezza; è piuttosto un
concetto multilivello che comprende la giustizia in sé oltre che nei campi
economico, morale e politico. I suoi principali assi sono i seguenti: dignità intrinseca dell’essere umano (tutti gli esseri umani sono uguali nella loro dignità originaria e il
governo non ha il diritto di creare una classe privilegiata e immune dal
rispondere); lotta
contro gli oppressori e l’emarginazione (nel linguaggio rivoluzionario dell’Imam
Khomeini, la società globale era divisa in due poli, quello degli «oppressori»
e quello degli «oppressi»; l’oppresso non è semplicemente il povero in senso
economico, ma anche chi è soggetto a dominio politico e culturale); equilibrio tra proprietà privata e giustizia
(lo sciismo classico
riconosce la proprietà privata, ma non la considera assoluta. Strumenti come
zakat, khums, elemosine, waqf e il divieto di monopolio sono previsti per
evitare forti disuguaglianze sociali). In una sola frase: nella lettura sciita
della giustizia, la società ideale è quella in cui il potere e la ricchezza
sono al servizio della dignità umana, della lotta contro l’ingiustizia e del
sostegno ai più deboli, e non il contrario.
- Per
concludere, Dr. Mokhrari, Le chiedo se, alla luce della resa statunitense
dinanzi la resistenza sciita, la vittoria politica e militare dell’Iran
potrebbe aprire le porte a nuove Rivoluzioni antimperialiste in Asia
occidentale?
Sì. Il ritiro dell’America di fronte alla resistenza, se inteso come riduzione della pressione militare, accettazione del negoziato o incapacità di imporre la propria volontà, può trasmettere un messaggio chiaro ai popoli della regione: le grandi potenze non sono invincibili. La vittoria dell’Iran può diventare fonte di ispirazione per rivoluzioni anti-imperialiste solo quando si trasformi in una vittoria politica, morale, economica e mediatica; cioè quando dimostri che la resistenza può sia garantire indipendenza sia costruire un ordine più giusto. In Asia occidentale, molti popoli sono stanchi del dominio straniero, della guerra, delle sanzioni, dell’occupazione e della dipendenza politica. Se l’Iran e l’asse della resistenza riuscissero a presentare un modello di dignità, giustizia, unità islamica e governance efficiente, la possibilità di nuove ondate anti-dominazione diventerebbe molto concreta. Ma se la resistenza rimanesse soltanto a livello di conflitto militare, oppure fosse intrappolata nel settarismo o nella debolezza economica, questa capacità storica si ridurrebbe. Pertanto, la risposta è chiara: sì, questa vittoria può costituire il terreno per un risveglio e per nuove rivoluzioni anti-imperialiste nella regione, a condizione che sia accompagnata da razionalità politica, unità del popolo e un modello di governance efficace.
Fonte foto: infovaticana (da Google)