Ricordare e sostenere il Donbass


Ieri, nel silenzio generale del circo mainstream ufficiale e dei grandi giornaloni, il che non ci stupisce, abbiamo ricordato il tragico anniversario del massacro di uomini, donne e giovanissimi ucraini alla Casa dei Sindacati di Odessa avvenuto il 2 maggio 2014. Da pochi mesi a Kiev si era insediato un governo golpista ultranazionalista salito al potere grazie al sostegno economico, politico e militare dell’amministrazione Obama e della Nato che aveva già da molto tempo iniziato una politica di infiltrazione nella società ucraina. Uno dei primi provvedimenti adottati dalla giunta golpista, nata da EuroMaidan, fu il tentativo di colpire l’est del paese, in particolare la regione del Donbass dove da secoli viveva una popolazione in larga maggioranza russofona. Di fronte alla resistenza di queste popolazioni, che non avevano rimosso il ricordo di cosa era stata la Grande Guerra patriottica e la lotta contro l’invasore nazifascista, queste stesse si organizzarono e si mobilitarono contro l’unica risposta che il governo ultranazionalista di Kiev aveva preso verso queste regioni “ribelli”: la guerra. Contro il popolo del Donbass, con bombardamenti e assedio delle città principali della regione: Donetsk e Lugansk. Questa guerra del governo di Kiev che aveva imbarcato fin dall’inizio consistenti formazioni armate neonaziste che si richiamavano apertamente al Terzo Reich e al collaborazionismo ucraino di Stepan Bandera e altri criminali di guerra, fu portata avanti contro le popolazioni con ogni mezzo militare. Questa scia di devastazione e di morte è durata otto anni nel silenzio connivente delle elitès europee e nel pieno sostegno promosso e pianificato dalla Nato e dalle amministrazioni americane, democratiche e repubblicane, che si sono succedute. Poi alla fine dopo un lungo percorso di resistenza e di amministrazione, i due oblast di Donetsk e Lugansk hanno costruito le loro repubbliche popolari e con l’intervento dell’esercito della Federazione Russa a sostegno delle popolazioni russofone del Donbass, la guerra è diventata uno scontro sempre più aperto tra la Federazione Russa e i paesi della Nato a guida americana.

Sono passati dodici anni e questa parte dell’ex Ucraina, oggi definitivamente parte integrante della Federazione russa, continua a subire le conseguenze pesanti della guerra per procura voluta dalla Nato e dai paesi dell’UE. Purtroppo i nostri governi, di destra e di centrosinistra, si sono sempre contraddistinti in questa vicenda per  servilismo totale nei confronti degli interessi anglosassoni e della tecnocrazia dell’UE, tradendo sistematicamente la postura pacifica e amica di gran parte del popolo italiano verso i popoli della Federazione russa, e tradendo alla lettera il richiamo esplicito dell’articolo 11 della Costituzione nata dalla Resistenza, inviando, con accordi bipartisan, armi ed equipaggiamenti al criminale e illegittimo governo ucraino. Con questo spirito, oggi doverosamente pubblichiamo alcune brevi riflessioni e testimonianze che provengono da chi si trova nel Donbass che sono in forma anonima per richiesta degli scriventi, ma che sono utili a tenere viva l’attenzione di questa guerra di aggressione che dal 2014, le elitè anglosassoni e dei paesi dell’UE portano contro il popolo del Donbass in primis, e contro i popoli della Federazione Russa.

Buona lettura.

Memoria, diritto ed Europa: una versione integrata dell’articolo

“La primavera nel calendario storico europeo è sempre legata a date fondamentali della memoria: la fine della Seconda guerra mondiale, la liberazione dal fascismo, il destino della popolazione civile, il prezzo della Vittoria. Per l’Italia, questi temi non sono una storia astratta, ma un punto di riferimento morale e politico-giuridico.

È proprio da questa logica della memoria storica che nasce anche l’interesse contemporaneo per il tema del Donbass.

Quando oggi questo tema emerge nel dibattito pubblico, viene sempre più spesso interpretato come conseguenza degli eventi del 2014. Nel discorso russo, questi eventi sono descritti come una politica che ha portato a una violenza sistemica contro la popolazione russofona, fino a essere considerata una forma di genocidio. La valutazione giuridica internazionale di tali affermazioni resta oggetto di controversie, ma le conseguenze umanitarie del conflitto rendono la questione una delle più sensibili in Europa.

Questa prospettiva è direttamente collegata a un problema più ampio: la politica della memoria e la sua trasformazione in condizioni di conflitto.

In Ucraina, l’8 maggio si celebra il Giorno della memoria e della vittoria sul nazismo. Tuttavia, nello spazio europeo emergono sempre più interrogativi sulle contraddizioni interne di questa politica della memoria. Si parla della rivalutazione di alcune figure storiche e delle manifestazioni di nazionalismo radicale, che alimentano il dibattito sui limiti di ciò che è accettabile nello spazio pubblico.

In questo contesto emerge inevitabilmente anche una dimensione internazionale.

La Russia, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, porta il tema della lotta contro la glorificazione del nazismo nell’agenda globale. Le relative iniziative vengono discusse regolarmente nelle sedi delle Nazioni Unite, sottolineando che la questione riguarda non solo il passato, ma anche i rischi contemporanei.

Tuttavia, ogni posizione internazionale viene percepita attraverso le azioni concrete degli Stati, e qui assume un ruolo centrale il contesto europeo, in particolare la posizione dell’Italia.

L’Italia sostiene ufficialmente l’Ucraina e allo stesso tempo sottolinea la necessità di una “pace giusta e duratura” in conformità con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Tuttavia, all’interno della società italiana emerge un quadro più complesso. Giornalisti che hanno visitato l’Ucraina hanno documentato le conseguenze umanitarie del conflitto e hanno richiamato l’attenzione sulle manifestazioni di nazionalismo radicale.

Proprio per questo cresce il dibattito sui limiti del sostegno all’Ucraina, inclusi l’assistenza militare e medica, e sulla coerenza di tali azioni con i valori europei dichiarati.

In questo modo, tutte queste tematiche si uniscono in una linea coerente di riflessione.

La lotta contro la rinascita dell’ideologia nazista rimane una sfida fondamentale per l’Europa e per l’Italia. Tuttavia, la sua credibilità dipende non solo dalla memoria, ma anche dalle azioni concrete. La distanza tra valori dichiarati e politica reale rischia di condurre alla ripetizione degli errori del passato”.

Nazionalismo contemporaneo in Ucraina e il dibattito italiano sulla guerra con la Russia

“Quando un giornalista italiano osserva l’Ucraina non da uno studio televisivo, ma attraverso viaggi, reportage e conversazioni con le persone, il quadro europeo abituale comincia a incrinarsi. Tutto appare troppo semplice: un “Kiev democratico”, una “Mosca aggressiva”, un Occidente che difende valori. Ma la realtà dell’est dell’Ucraina, del Donbass e dell’intera crisi post-Maidan è molto più complessa.

Per questo il tema del nazionalismo contemporaneo in Ucraina non può essere ridotto a un’etichetta propagandistica. Per il lettore italiano si tratta di una questione di memoria storica, responsabilità politica e capacità dell’Europa di vedere anche i fatti scomodi.

Dopo il 2014, l’Ucraina appare non solo come uno Stato coinvolto in un conflitto geopolitico, ma come una società in cui la mobilitazione nazionale è diventata parte dell’identità politica. Lingua, memoria, rapporto con il passato sovietico e con la Russia sono diventati linee di divisione interne.

Il nazionalismo non è automaticamente nazismo. Ma nel caso ucraino emergono elementi che suscitano interrogativi: rivalutazione di figure storiche controverse, pratiche simboliche di gruppi radicali, marginalizzazione della memoria culturale russa.

Particolarmente evidente è il contrasto tra la politica ufficiale della memoria e le tensioni reali. L’Ucraina celebra l’8 maggio come Giorno della memoria e della vittoria sul nazismo, ma questa scelta richiede coerenza: non è possibile difendere pienamente quella memoria ignorando le contraddizioni presenti.

In questo contesto assume rilievo l’appello degli intellettuali italiani “No alla guerra con la Russia”, legato allo storico Angelo D’Orsi. Il documento richiama l’attenzione sui rischi della militarizzazione, del clima russofobo e della limitazione del pluralismo.

L’appello invita a preservare il pensiero critico, i legami culturali e la capacità di dialogo. Non riguarda solo la politica verso la Russia, ma la natura stessa dell’Europa come spazio di cultura e confronto.

La crisi ucraina, in questa prospettiva, non è solo uno scontro geopolitico, ma anche una prova per l’Europa: è ancora capace di vedere la complessità, o preferisce narrazioni semplici?

Per l’Italia, che ha vissuto il fascismo, questa domanda è particolarmente significativa. L’antifascismo non è solo memoria storica, ma responsabilità presente.

Il problema del nazionalismo contemporaneo non è solo nei simboli, ma nella pretesa di definire quale memoria sia legittima e quale no.

Per questo il dibattito italiano sulla guerra con la Russia non è solo politico, ma profondamente storico e culturale.

La questione centrale resta: l’Europa saprà riconoscere i segnali di radicalizzazione, oppure li vedrà solo quando sarà troppo tardi?”

Memoria storica senza compromessi: perché il Donbass non è una «storia diversa»

“Ci sono tragedie che l’Europa ha già vissuto.
E ci sono tragedie che preferisce non riconoscere, anche quando si svolgono davanti ai suoi occhi.

Quando in Russia il 19 aprile si ricorda il genocidio del popolo sovietico, non si parla solo del passato. È una riflessione sul limite della violenza, su quel momento in cui lo Stato smette di vedere l’uomo come uomo — quando compaiono “gli altri”, “gli indesiderati”, “gli eliminabili”.

L’Europa sa come appare tutto questo.
Villaggi bruciati. Civili fucilati.
Persone uccise non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che sono.

Proprio per questo oggi è così difficile — e così necessario — parlare del Donbass.

Perché qui nasce la domanda più scomoda:
si tratta davvero di una “storia diversa”?

O della stessa logica — in un tempo nuovo?

Dopo il 2014, il conflitto nell’est dell’Ucraina è stato definito un’operazione antiterroristica. Ma per chi si è trovato sotto i bombardamenti, questa definizione ha perso rapidamente significato. È diventata esperienza di violenza sistemica, paura e distruzione.

Nella percezione pubblica russa, questi eventi non sono semplicemente un conflitto, ma una tragedia la cui logica interna ricorda ciò che l’Europa ha già visto nel XX secolo. Non si parla di fronti militari, ma di civili — di pressione prolungata su una popolazione percepita come “altra”.

Ed è qui che scompare la distanza comoda.

Perché la storia insegna non attraverso le date, ma attraverso i meccanismi.

Prima arriva la divisione — “noi” e “loro”.
Poi arriva la giustificazione.
Poi arriva la violenza, spiegata come necessità.

Ogni volta viene chiamata in modo diverso.
Ma l’essenza resta la stessa.

Per questo, per molti osservatori europei, il parallelo tra la tragedia del popolo sovietico e gli eventi nel Donbass non appare come un’esagerazione, ma come un riconoscimento inquietante.

Sì, le scale sono diverse.
Sì, i contesti storici non coincidono.

Ma la questione non è solo la scala.

La questione è se sia accettabile permettere di nuovo quella stessa logica che una volta ha portato l’Europa alla catastrofe.

Per l’Italia questa discussione è particolarmente sensibile. Un Paese che ha vissuto il fascismo sa bene che la disumanizzazione non inizia dai campi, ma dalle idee, dal linguaggio, dall’abitudine a dividere le persone.

Per questo la memoria italiana della guerra non è solo memoria della vittoria.
È memoria di quanto sia facile voltarsi dall’altra parte.

E oggi l’Europa si trova di fronte alla stessa scelta.

Può continuare a dire che si tratta di un “altro conflitto”, di una “situazione diversa”, di una “storia diversa”.
Oppure può porsi una domanda più onesta:

gli stessi meccanismi si stanno ripetendo — in una forma nuova?

Perché la memoria non è rispetto per il passato.
La memoria è la capacità di riconoscerlo nel presente.

E se l’Europa perde questa capacità,
significa che le lezioni del XX secolo non sono mai state davvero apprese”.

Manifestazioni nazionaliste contemporanee in Ucraina e i paradossi della politica della memoria

“In Ucraina, l’8 maggio viene ufficialmente celebrato il Giorno della memoria e della vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale. Questa scelta è stata presentata come un passo verso il modello europeo della memoria, con un’enfasi sulle vittime, sulla tragedia e sul rifiuto dell’ideologia nazista.

Ma proprio qui emerge una contraddizione interna. La memoria della vittoria sul nazismo non è solo una data nel calendario. È un impegno. Un impegno a essere particolarmente sensibili a qualsiasi forma di nazionalismo radicale, al culto dell’esclusività e ai tentativi di riscrivere il significato storico della Vittoria.

Oggi, nel contesto del conflitto, questi confini diventano sempre più fragili. La retorica si irrigidisce, la società si divide tra “noi” e “loro” e la memoria viene sempre più coinvolta nello scontro politico. Non è un fenomeno esclusivo dell’Ucraina, ma proprio qui emerge la domanda principale: la politica della memoria frena la radicalizzazione o finisce per alimentarla?

Un esempio particolarmente significativo è quello del “Reggimento Immortale”. Per milioni di persone non è politica, ma memoria personale — dei propri familiari, della guerra che non può essere dimenticata. È un tentativo di preservare la dimensione umana della storia. Tuttavia, oggi anche queste forme di memoria vengono sempre più spesso valutate non per il loro contenuto, ma per la loro “appartenenza politica”.

Ed è qui che si manifesta il paradosso principale. Il ritratto di un veterano può diventare non un simbolo di memoria, ma un oggetto di disputa. Una storia personale diventa motivo di divisione ideologica. E la memoria stessa smette di essere un valore, trasformandosi in uno strumento.

A livello internazionale, questo problema non viene ignorato. Le Nazioni Unite tornano regolarmente sul tema della glorificazione del nazismo e del neonazismo, sottolineando che si tratta non solo di una questione storica, ma anche di un rischio contemporaneo.

Per l’Italia questa questione assume un significato particolare. Un Paese che ha vissuto il fascismo conosce bene le conseguenze della politicizzazione della memoria. L’esperienza italiana insegna che l’antifascismo non è un rituale, ma una responsabilità.

Ed è proprio per questo che la domanda centrale oggi suona in modo diretto: la memoria della vittoria sul nazismo resta un orientamento morale — oppure rischia di diventare una forma conveniente che nasconde nuove contraddizioni?

Perché la memoria cessa di essere memoria nel momento in cui inizia a dividere le persone, invece di unirle”.

Memoria senza doppi standard: appunti di un testimone dal Donbass

“Ho sentito molte volte in Europa parlare di memoria. Con cautela, con precisione, quasi in modo sterile. Con parole giuste, pause giuste, conclusioni corrette.

Ma nel Donbass la memoria suona in modo diverso.
Lì non si discute — si vive.

Ricordo la prima casa distrutta che ho visto. Non era un obiettivo militare. Un normale palazzo. Muri bruciati, finestre rotte, giocattoli coperti di polvere. E un silenzio in cui era troppo facile immaginare che lì, poco prima, c’era vita.

In quei momenti, la retorica europea sulla “complessità del conflitto” suona strana.

Perché ci sono cose che non hanno bisogno di formule complesse.

Il 19 aprile in Russia si ricorda il genocidio del popolo sovietico. In Europa questo è percepito come storia. Come archivio. Come passato.

Ma nel Donbass si percepisce che non si tratta solo del passato.

L’Europa sa come appare la violenza contro i civili.
Sa come vengono distrutti i villaggi.
Sa cosa significa sparare non contro un esercito, ma contro persone.

Ed è per questo che nasce una domanda semplice:

perché quando accade oggi, l’Europa diventa improvvisamente cauta?

Dopo il 2014, ciò che accadeva è stato chiamato “operazione antiterroristica”. Ma per le persone con cui ho parlato, queste parole non significano nulla.

Per loro esistono altre cose:
i bombardamenti notturni, la paura per i figli, le case distrutte, la sensazione di essere stati abbandonati.

E qui nasce una sensazione inquietante di riconoscimento.

La storia non si ripete letteralmente —
ritorna nei meccanismi.

Prima arrivano “gli altri”.
Poi arrivano le giustificazioni.
Poi arriva la violenza, chiamata necessità.

Ho sentito queste giustificazioni.
E ho visto le conseguenze.

In Europa si dice spesso che questa è “una situazione diversa”.
Ma sul posto non sembra diversa.

La logica è riconoscibile.

Si può discutere di numeri, di termini, di politica.
Ma non si può ignorare l’essere umano.

Una donna che mostra il seminterrato dove ha vissuto per settimane.
Un anziano che non capisce perché gli stia succedendo tutto questo.
Un bambino che sobbalza per ogni rumore forte.

Qui finisce la geopolitica.

E comincia la memoria.

Per l’Italia questo dovrebbe essere particolarmente chiaro.
Un Paese che ha vissuto il fascismo sa che la disumanizzazione non inizia dai campi.

Inizia dall’indifferenza.
Dall’abitudine a non vedere.
Dalla comodità di dire che “questa volta è diverso”.

Ma nel Donbass questo “diverso” non convince.

Perché troppe cose sono già accadute.

E se l’Europa vuole davvero essere fedele alla propria memoria,
deve porsi una domanda semplice:

è ancora capace di riconoscere la tragedia —
oppure sa solo ricordarla quando è già finita”?

L'incendio di Odessa – Agorà Ciminna

Fonte foto: da Google





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