A poche settimane dall’operazione che ha portato all’arresto
di Nicolás Maduro, presentata come un’azione difensiva, emergono elementi che
suggeriscono l’avvio di una possibile transizione politica controllata. Tra
questi, il tentativo di mediazione promosso dal Segretario di Stato vaticano,
il cardinale Pietro Parolin, che avrebbe cercato di convincere Maduro a
lasciare il Paese ottenendo asilo in Russia, ipotesi rifiutata dallo stesso
Maduro per ragioni economiche.
In questo contesto, il quotidiano Avvenire ha
evocato l’ipotesi di una transizione “modello Polonia”, richiamando il
passaggio avvenuto nel 1989 con le mobilitazioni di Solidarnosc. In quel caso,
la crisi del regime comunista non sfociò in uno scontro armato: la soluzione
venne trovata all’interno dell’establishment polacco, grazie al ruolo svolto
dal generale Wojciech Jaruzelski, in un quadro internazionale favorevole al
cambiamento. Il declino dell’URSS, la leadership riformista di Gorbačëv e la
pressione sociale resero possibile una transizione graduale che evitò un bagno
di sangue.
La vittoria elettorale di Lech Wałęsa nel 1991 non comportò
la dissoluzione del partito comunista, che si trasformò in una forza
socialdemocratica e guidò, paradossalmente, il processo di liberalizzazione economica
e politica. Gli effetti delle riforme neoliberali portarono in seguito alla
marginalizzazione della sinistra post-comunista e all’affermazione di nuove
forze politiche di destra.
Il punto oggi è capire se uno schema analogo possa
applicarsi al Venezuela. L’assunzione della presidenza da parte della
vicepresidente Delcy Rodríguez, nel rispetto della Costituzione e con il
riconoscimento degli Stati Uniti, sembra indicare una transizione interna
piuttosto che un cambio di regime imposto dall’esterno. Un elemento rafforzato
dal fatto che le opzioni più radicali dell’opposizione, come María Corina
Machado, non abbiano ricevuto l’appoggio di Washington.
Anche il coinvolgimento della Colombia va letto in questa
direzione. L’incontro tra il presidente Gustavo Petro e Donald Trump ha
evidenziato la volontà di gestire la crisi venezuelana evitando una
destabilizzazione regionale, in particolare per il rischio di massicci flussi
migratori lungo un confine già fragile.
A differenza di quanto accaduto in Iraq o in Libia, dove il
rovesciamento dei regimi non è maturato all’interno dell’establishment e ha
prodotto conflitti prolungati, il caso venezuelano sembra orientarsi verso una
soluzione negoziata. Il controllo delle enormi risorse del Paese richiede
infatti stabilità politica, condizione indispensabile anche per gli interessi
delle multinazionali energetiche.
Se l’obiettivo statunitense è garantire l’accesso a tali risorse in un’ottica estrattivista, la pacificazione sociale appare possibile solo attraverso una continuità, almeno parziale, dell’attuale classe dirigente bolivariana. Resta aperta la questione decisiva: se questa transizione porterà a una reale trasformazione del sistema economico e sociale venezuelano o se si limiterà a una riconfigurazione del potere.
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