È fresca la notizia della
presentazione, da parte di una decina di senatori del PD (primo
firmatario Delrio, meraviglia ci sia fra i sottoscrittori anche la
rappresentante di una minoranza a suo tempo repressa dal regime
fascista), di un disegno di legge1
di asserito contrasto all’antisemitismo, che si aggiunge alle tre
proposte avanzate nei mesi scorsi dai parlamentari Gasparri, Romeo e
Scalfarotto: un’aspirazione, come si vede, bipartisan.
L’elemento che accomuna le
quattro iniziative, oltre alla levatura piuttosto omogenea dei loro
proponenti, è l’esplicito accoglimento della definizione di
antisemitismo formulata dall’IHRA. Se il DDL Scalfarotto prevede la
possibilità di vietare riunioni e manifestazioni pubbliche in odore
di antisemitismo e quello predisposto da Gasparri prospetta ai
reprobi addirittura il carcere, il testo elaborato dal senatore
Delrio “si limita” a suggerire il bando dalle piattaforme online
per chiunque diffonda contenuti giudicabili contra
legem, assegnando ad
AGCOM il compito di monitorare, intervenire e naturalmente censurare.
Cosa si nasconda dietro una sigla
dal suono poco rassicurante è presto detto: l’acronimo inglese
IHRA sta per Alleanza internazionale per la memoria
dell’Olocausto, l’organizzazione intergovernativa che –
apprendiamo dal sito
ufficiale https://holocaustremembrance.com/ – raggruppa
35 Paesi quasi tutti membri della NATO e dell’Unione Europea (l’unico
“intruso” è la Serbia) ed è guidata da Israele e Stati Uniti
d’America.
Esaminiamo ora la definizione
adottata a Bucarest nel 2016 dall’IHRA: “L’antisemitismo è una
certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per
gli ebrei.
Manifestazioni di antisemitismo verbali o fisiche sono dirette
verso gli ebrei o i non ebrei e/o
alle loro proprietà, verso
istituzioni comunitarie ebraiche ed
edifici utilizzati per il culto.” La formula è scritta male e
difetta di chiarezza, ma l’ambiguità sembra voluta giacché, come
ben sapevano gli antichi, in
claris non fit interpretatio.
Che cosa significa “una certa percezione degli ebrei che può essere
espressa come odio”, forse che basta una larvata antipatia o un
vago timore nei loro confronti per passare dalla parte del torto? Il
“può” lascia aperte tutte le porte e si presta, per l’appunto, a
interpretazioni di comodo, ma a suscitare perplessità è anche il
passaggio successivo: “Manifestazioni di antisemitismo (…) sono
dirette verso (…) i non ebrei”. Dobbiamo intendere che qualsiasi
attacco, qualsiasi critica rivolta a chi, pur “gentile” (ad
esempio un politico o un giornalista mainstream),
sostiene le ragioni di un generico ebraismo si
configura come manifestazione antisemita? Se le cose stessero
così sarebbe sufficiente contestare in diretta il panegirico di
Israele “unica democrazia del Medio Oriente” fatto da un
partecipante a un talk show per incorrere nei rigori della legge! Il
sospetto non è peregrino alla luce della locuzione “istituzioni
comunitarie ebraiche” adoperata dagli estensori. Non si allude
evidentemente alle sole comunità ebraiche insediate all’estero,
quasi tutte acriticamente ed aggressivamente schierate con Tel
Aviv: non è forse lo stato la massima “istituzione comunitaria”
in cui ciascun popolo si riconosce? Parrebbe proprio di sì, e non va
scordato che dal 2018 lo Stato in questione, fondato sull’ideologia
sionista, si proclama orgogliosamente “Ebraico” e garantisce la
concessione automatica della cittadinanza a tutti gli ebrei
sparsi per il mondo. Di fatto la dichiarazione di Bucarest
implicitamente (e subdolamente) equipara l’antisionismo
all’antisemitismo, facendo dei due concetti un tutt’uno.
Ma
c’è di più: in calce alla definizione soprariportata l’IHRA si
premura di individuare alcuni “esempi contemporanei di
antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle
scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa” (perché non
anche fra le mura domestiche e nei locali pubblici?), precisando
che l’elencazione non è affatto esaustiva. Colpisce – e non appare
affatto casuale – che i redattori della lista abbiano mischiato con
estrema disinvoltura atteggiamenti obiettivamente inqualificabili e
minacciosi (incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei
in nome di un’ideologia radicale; negare il fatto o l’intenzione del
genocidio del popolo ebraico per mano della Germania
Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici; fare insinuazioni
mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come
individui) con manifestazioni di pensiero magari opinabili, ma che,
ai sensi dell’articolo 21 Cost., rientrano senz’altro nell’ambito
della libertà di espressione riconosciuta al cittadino. È
davvero blasfemo “accusare i cittadini ebrei di essere più
fedeli a Israele che agli interessi della loro nazione”? Siamo di
fronte a una generalizzazione impropria, considerato che molte
persone di origine e cultura ebraica condannano le atrocità commesse
da Israele, ma è sotto gli occhi di tutti che, se applicata a
parecchi esponenti delle comunità ebraiche italiane, la c.d.
accusa è più che altro una constatazione.
Per quale ragione dovrebbe poi essere vietato “fare paragoni
(purché basati sui fatti e motivati, intendiamoci) tra la
politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”, visti il
trattamento riservato da decenni nei territori occupati ai
palestinesi e il genocidio in corso a Gaza? Sostenere che
“l’esistenza di Israele è una espressione di razzismo” sarà
magari sbrigativo, ma che Israele sia una “democrazia” per molti
(i cittadini ebrei) ma non per tutti (i sudditi “arabi”), cioè
su base etnica, è un semplice dato di fatto. Il colmo di
impudenza viene però raggiunto nella seguente frase, che sembra
rubata all’autore di 1984: costituirebbe un atto di
antisemitismo “applicare due pesi e due misure nei confronti
di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto
a nessun altro stato democratico” (sic)!
Ci rendiamo conto dell’enormità di quest’affermazione? A nessun
altro stato, democratico o meno che sia, sarebbe dunque richiesto di
attenersi alle norme del diritto internazionale, di rispettare le
risoluzioni dell’ONU, di non discriminare i cittadini in ragione
dell’appartenenza etnica o religiosa: bastano ventiquattro parole,
poco più di due righe per calpestare e capovolgere una realtà tanto
palese quanto sgradita – e quindi da occultare.
Fin
qui abbiamo trattato tuttavia di dettagli, seppur scabrosi e
rivelatori, perché la radice del problema sta altrove, nella natura
stessa dell’IHRA che, come abbiamo anticipato, è un’istituzione
di parte, plasmata da
Israele e dal suo principale sponsor a tutela dei loro interessi. La
formula coniata nove anni fa a Bucarest risponde all’esigenza del
regime sionista di munirsi di uno scudo “giuridico” dietro cui
ripararsi da qualsiasi imputazione, denuncia e biasimo – e uno
scudo può essere brandito anche come strumento di offesa, poiché è
risaputo che la miglior difesa è spesso l’attacco. In questo
specifico caso – e nella generalità di quelli in cui è coinvolto
Israele – non vale l’antica massima Nemo
iudex in re sua, per
la banale ragione che secondo l’élite occidentale tutti gli stati
sono uguali, ma un paio sono più uguali degli altri e uno, in
particolare, è ugualissimo.
Accettando la definizione di antisemitismo veicolata da
un’istituzione come l’IHRA, che esprime una posizione
sfacciatamente di parte, si dimostra la stessa ingenuità
dell’ipotetico avventore che domanda fiducioso all’oste se il
vino è buono e il cibo di prima qualità o dell’arbitro alle prime
armi che fischia un rigore per la squadra di casa perché il pubblico
glielo chiede a gran voce – fatto sta, però, che nel 2020 il
secondo Governo Conte, senz’altro il peggiore dei due, adottò
senza batter ciglio la nozione di antisemitismo che oggidì
conseguenzialmente ispira i quattro disegni di legge in discussione.
Abbiamo usato il termine “ingenuità”, ma il sostantivo
sudditanza
pare maggiormente adeguato – almeno fino a quando il progetto non
diverrà legge, perché a quel punto potremo essere tacciati di
diffondere “il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei
che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o
altre istituzioni all’interno di una società”.
Mi
concedo qualche considerazione finale. Alcuni guardano speranzosi al
futuro e ritengono possibile una prossima riappacificazione tra
oppressi e oppressori a somiglianza di quanto (sorprendentemente)
avvenuto in Sudafrica nei primi anni ’90. La prospettiva è
senz’altro auspicabile ma poco realistica, poiché le analogie tra
le due situazioni esistono, ma le differenze non sono di poco conto.
La Repubblica Sudafricana (democratica,
se prendiamo in considerazione i soli cittadini bianchi) era situata
all’estrema periferia dell’Occidente e, una volta crollata
l’Unione Sovietica, perdette rapidamente la funzione a lungo
rivestita di decentrato baluardo contro l’espansione del comunismo;
inoltre, essa era egemonizzata dai discendenti di coloni olandesi che
con il mondo anglosassone avevano intrattenuto rapporti alquanto
burrascosi (ottimi invece quelli con Tel Aviv). Paragonare il potere
dei gruppi di pressione boeri a quello della lobby sionista,
ramificata, attiva in tutti i paesi occidentali e strapotente a
Washington, è un nonsenso, ma tocca anche tener conto del dato che
Israele è per gli USA il principale e indefettibile punto di
riferimento in un’area ad altissima valenza strategica come il
Vicino Oriente. Benché tornasse (ribadiamolo: localmente) utile alla
superpotenza americana, il Sudafrica dell’apartheid fu oggetto di
prolungate sanzioni ed emarginato con il benestare degli Stati Uniti
e dei loro satelliti; Israele è invece intoccabile e persino le
corti internazionali espongono a rischi i loro componenti se osano
chiedere conto delle sue azioni al governo di Tel Aviv.
Che
questa corrività delle nostre istituzioni nei confronti dei diktat
sionisti possa aumentare il livello di sicurezza e l’integrazione
dei cittadini di religione o discendenza ebraica è da escludersi:
avverrà l’esatto contrario. Come ho già scritto in altre
occasioni questa insistenza nel vittimizzare gli ebrei in quanto
tali, compresi coloro – e non sono pochi – che bollano come
criminali le politiche di Israele, creerà intorno a questa comunità
fintamente protetta un alone di sospetto, sfiducia e antipatia,
favorendo l’insorgere di un antigiudaismo reattivo che fa il gioco
della dirigenza sionista, non certo di milioni di persone disperse
nel mondo, la maggioranza delle quali non ha nessun desiderio di
sentirsi (e venire additata come) “speciale”, vale a dire
diversa.
Venendo
a questioni meno drammatiche e assai più prosaiche, la vicenda del
DDL Del(i)rio ci consegna una sorta di autoscatto del centrosinistra
e soprattutto del PD, partito garante dell’atlantismo e dell’ordine
neoliberale, “diretto” da una testimonial
spacciata per rivoluzionaria/rinnovatrice da coloro che l’hanno
selezionata. Il camaleonte sa mimetizzarsi e sparire alla vista, ma
l’occhio spalancato ne tradisce la presenza: ecco, il disegno di
legge contro l’antisemitismo è quell’occhio che si dischiude
all’improvviso, rivelando assai più di tanti melliflui discorsi
propagandistici.
Niente
di strano che un regime (pluripartitico, ma per finta) che,
disconoscendo la natura umana, pretende di regolamentare
minuziosamente baci e amplessi, stigmatizzi non il carnefice, ma
vittime e testimoni.
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https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/59733.pdf
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