Mentre i mandanti del genocidio del popolo palestinese ordinano la distruzione totale dei gazawi e della loro terra, aumentano i morti per suicidio tra i soldati israeliani.
Roi Wasserstein, 24 anni, riservista paramedico dell’IDF, dopo aver prestato servizio per oltre 300 giorni in missioni traumatiche a Gaza, si è tolto la vita a fine luglio 2025. La sua morte ha scosso profondamente l’opinione pubblica israeliana. La famiglia ha parlato di un “figlio pieno di luce, umile, di cuore gentile… tornato a casa con un silenzio che nessuno di noi riusciva a rompere”. L’IDF inizialmente non lo ha riconosciuto come “caduto”, perché al momento del suicidio non era più ufficialmente in servizio attivo. La sua vicenda ha sollevato critiche e richieste politiche, con due membri del parlamento che hanno invitato il ministro Katz a riconoscere la sua morte come conseguenza della guerra. Poco dopo, il capo del personale dell’esercito ha promesso alla famiglia di promuovere questa forma di riconoscimento, e il generale Zamir ha ordinato la preparazione di riforme legislative per riconoscere come caduti i riservisti che muoiono per motivi collegati al trauma post-servizio. Nel frattempo, si registra un drammatico aumento dei suicidi tra i soldati: quasi 50 casi dall’inizio della guerra di Gaza (Ottobre 2023), con sette solo nell’ultimo mese.
Una frattura etnico-culturale radicata
Le tensioni tra
sefarditi/mizrahi e
ashkenaziti in
Israele hanno radici profonde: gli ashkenaziti,
provenienti principalmente dall’Europa centrale e orientale, hanno
dominato politicamente, culturalmente ed economicamente nei primi
decenni dello Stato, relegando i sefarditi/mizrahi in
ruoli marginali e relegati ai “development towns” WikipediaJewish
Action. Questo squilibrio ha generato un senso di esclusione,
spingendo molti sefarditi/mizrahi a votare per partiti nazionalisti
come il Likud o per movimenti religiosi come Shas, come reazione
all’establishment askenazita VoxJewish
Action. Inoltre, tensioni sociali si sono manifestate anche a
livello popolare: l’idea del “melting pot” ha spesso cancellato
identità culturali sefardite, alimentando una frattura tra
“superiori” e “inferiori” (jewishideas.orgJewish
Currents).
Zamir e Netanyahu: due mondi a confronto di fronte a una crisi
umana
Eyal Zamir, di origini
sefardite/mizrahi, nipote di ebrei yeminiti trasferitisi in Israele
nel 1949, ha risposto alla tragedia dei suicidi come un comandante
che vede il soldato come persona,
non come cifra. Ha promosso commissioni, aumentato la presenza di
specialisti in salute mentale, e avviato riforme legislative per
riconoscere le vittime del trauma, anche se non più in servizio
attivo Time
di Israele. Benjamin Netanyahu,
di radici ashkenazite, invece incarna una leadership orientata
all’immagine e al risultato politico, dove i soldati
rischiano di essere ridotti a strumenti sacrificabili per
la propria narrativa di potere.
La sfida è etica, non solo strategica
La tragedia delle morti per suicidio tra i militari israeliani non è un “danno collaterale”: è un grido che interroga la leadership. Il conflitto tra una tradizione di cura e responsabilità (Zamir) e una politica dell’immagine e del trionfo simbolico (Netanyahu) non riguarda solo strategie militari, ma la capacità di ascoltare il dolore umano. Questo non è più un semplice contrasto strategico: è una domanda su chi consideriamo veramente “caduto per la patria”.
Fonte: La
Citta Futura
Foto da Google