Nei numerosi
articoli di Costanzo Preve vi è la ricerca di percorsi politici e
antropologici per progettare l’alternativa socialista/comunista.
La sua militanza nel DP (Democrazia Proletaria) fu esperienza totale.
Nella militanza nel DP ritroviamo l’uomo, il filosofo e il
cittadino nel contempo. Si è dinanzi a un’esperienza vissuta con
la consapevolezza che il fallimento di Democrazia Proletaria nel
fondare un nuovo percorso verso il socialismo/comunismo avrebbe
contribuito alla sconfitta del comunismo nei decenni a venire. Noi
siamo figli di quella sconfitta. La sconfitta di quell’esperienza,
non era ancora caduto il Muro di Berlino, apriva le porte al caos
dell’ordoliberismo e all’ideologia dei diritti individuali ormai
“feticcio” e “dogma” dell’Occidente che ha rinunciato alla
prassi e al pensiero divergente per adattarsi senza speranza al male
di vivere delle “menzogne conosciute”. Ciò malgrado Costanzo
Preve continua a parlarci del nostro tempo e del futuro. Egli delinea
nel 1987 il rivoluzionario del futuro e lo definisce con un lessico
chiaro e che non comporta fraintendimenti: “rivoluzionario non
ascetico”.
Il
rivoluzionario non ascetico è ciò di cui abbiamo bisogno. Si tratta
di una figura antropologica netta nella trasparenza e mai
attraversata dal timore della “contaminazione”. Non un’anima
turrita e chiusa nei suoi slogan e nelle sue granitiche risposte e
formule da ricettario, ma un uomo capace di coniugare il pensiero
forte, la saldezza del carattere e i principi politici con la
capacità di ascolto. Un rivoluzionario pronto a confrontarsi con i
suoi dubbi e disponibile ad accoglierli e a dare ad essi risposte mai
chiuse in semplicismi adialettici. Nessun estremismo e nessun
fanatismo, ma un uomo capace di tenere la schiena dritta in una
realtà di maneggioni e di fanatici. Il rivoluzionario deve
conservare il senso del limite e con esso la sua umanità per non
alienarsi nell’estremismo incapace di relazionarsi proficuamente
con la storia e con le comunità patrie. La consapevolezza che la
rivoluzione è responsabilità personale e prassi militante dovrà
connotarlo. La rivoluzione non è scritta nelle leggi dell’economia
e della storia ma nell’abilità di curvare responsabilmente le
potenzialità storiche verso l’ideale socialista e comunista. Tra i
suoi compiti più alti dev’essereci la facoltà di osservare e
capire le variabili storiche per condurle verso l’obiettivo
mediante la forza dialettica della comunità politica, egli è parte
di un tutto e deve ergersi come fosse “il profeta della storia”:
“Ci
vuole dunque una vera rivoluzione copernicana nell’impostazione della
questione della “scissione”. In proposito, credo che DP abbia
bisogno di promuovere sempre più l’educazione di un tipo umano di
militante, simpatizzante ed elettore che definirei un “rivoluzionario
non ascetico” (utilizzo qui l’ottima espressione di Lukàcs a
proposito della figura di Lenin). Con il termine di rivoluzionario
non ascetico intendo una figura che si contrapponga qualitativamente,
a vista d’occhio, a tutti gli aspiranti maneggioni alla gestione
politica e ideale del capitalismo e nello stesso tempo sia del tutto
priva di quelle sgradevoli caratteristiche “missionarie”, un po’
rigide e fanatiche, degli infaticabili drogati della militanza,
insistenti testimoni di Geova di un regno comunisti di Dio, metà
convento e metà caserma. II rivoluzionario non ascetico non ha
quella fissità un poco allucinatoria di coloro che sembra debbano
fare la rivoluzione perché così ha ordinato il medico. A volte, è
inevitabile, l’odio per il capitalismo «gli rende roca la voce»
(Brecht), ma in generale egli sa che il personale, per fortuna, non e
politico, è che anche nel capitalismo (come del resto nello
schiavismo e nel feudalesimo) è possibile conseguire ragionevoli
momenti di felicità umana, proprio perché (ed usiamo qui
consapevolmente il linguaggio di Jurgen Habermas) il capitalismo non
ce la fa strutturalmente a «colonizzare l’interno mondo della vita».
Qui il rivoluzionario non ascetico (di cui DP dovrebbe sempre più
dare l’esempio di formazione) incontra un potente alleato oggettivo:
la manipolazione capitalistica non ce la fa ontologicamente a
sottomettere la vita quotidiana dell’individuo moderno. Questa
affermazione, a mio parere, non è una mera scommessa pascaliana (del
tipo: scommettiamo che non ce la faccia; in ogni caso non avremo
perso niente; se vinciamo faremo la rivoluzione socialista; se
perdiamo avremo vissuto almeno una vita di resistenza al servilismo,
al binomio straccione e di cattivo gusto fra agòn e luxus, alla
rivendicazione di un mondo migliore). Questa affermazione è molto di
più. È dalla vita quotidiana (per usare un termine tecnico della
filosofia di Lukàcs, dal rispecchiamento quotidiano) che nascono
incessantemente, ogni giorno le possibilità ontologiche di
resistenza alla manipolazione capitalistica (in proposito, lo studio
della genesi e dello sviluppo delle recentissime lotte degli studenti
e dei ferrovieri francesi potrebbe essere ricchissimo di
insegnamenti). Il rivoluzionario non ascetico, dunque, trova la sua
radice proprio dalla vita quotidiana: è dalle contraddizioni che in
essa si sviluppano, e che il capitalismo cerca strutturalmente di
manipolare, che DP può trovare la sua migliore legittimazione
iniziale. A proposito della seconda questione, di essa abbiamo già
molto parlato, e potremo pertanto andare veloci. Se la quinta area è
il partito storico del socialismo, DP non potrà che cambiare
coraggiosamente l’immagine pubblica che ha sino ad ora avuto. Non
più il gruppo avanguardista, un po’ casinista, un po’ radicale,
verde, simpaticamente provocatorio, che “serve” a spingere il Pci
ma che non “serve a niente votare”; ma la forza politica che
intende unificare la quinta area, che ha iniziativa politica verso le
altre due componenti politiche della quinta area stessa, che pone il
problema esplicito, con uno stile quotidiano improntato al
radicalismo non estremistico ed al rivoluzionarismo non ascetico, del
vecchio e sempre nuovo e non tramontato problema del superamento
socialista del capitalismo. Se è così, giocare sul terreno degli
altri, cioè di coloro che non si pongono questo obiettivo politico,
è fuorviante e non serve assolutamente a niente. Inseguire su questo
piano l’aspirante ceto politico dei verdi in cerca di sanzione
elettorale oppure fare chilometrici convegni sulle eurochiacchiere
della componente “sinistra” della eurosinistra sono cose che si
possono fare (perché mai rifiutare un gentile invito a pranzo da un
amico!), ma non smuovono di un millimetro il problema. Data la
grandissima vischiosità dell’elettorato italiano (di cui in
particolare la terza area paga il prezzo) non è consigliabile
nutrire aspettative smodate di crescita a freccia; ma è ragionevole,
più che ragionevole, pensare che con una accentuazione dell’immagine
socialista antisistema (e non solo vagamente alternativistica) anche
sul piano elettorale alcuni frutti verranno raccolti1”.
Il
vento della storia
Forse
Costanzo Preve pensava alla sua biografia politica, quando teorizzò
con poche pennellate lessicali “il rivoluzionario non ascetico”.
Negli anni ’80 dinanzi al disfacimento dell’esperienza comunista
e al pericolo sempre più palese della chiusura di quell’esperienza
egli invitò DP a non chiudersi in un isolamento senza futuro ma ad
aprirsi a nuove alleanze per ridare anima e spirito all’esperienza
socialista. La quinta area doveva essere un aggregato non
raccogliticcio di forze socialiste che avrebbero dovuto riprendere il
dialogo con gli elettori e costruire una nuova casa comune con i
socialisti uniti nell’anticapitalismo. Senza una bussola marxista e
senza una progettualità forte i socialisti (quelli veri e autentici)
si sarebbero arenati nelle paludi insidiose delle false alternarive.
Le alternative che abbacinano sono state più letali delle
manipolazioni del liberismo reale e integrale. La quinta area non
prese quota e forma e la storia galoppò più velocemente fino a
travolgere il socialismo reale e non solo:
“In
proposito, è meglio essere chiari. La quinta area, per il momento,
non può essere unificata sul piano sociale attraverso aggregazioni
spontanee di spezzoni convergenti (che magari convergono nel
quotidiano, ma che richiedono la “scienza” per riconoscersi e
unirsi); la quinta area non può che essere progressivamente
unificata sul piano ideologico; e la sola ideologia rivoluzionaria
che può unificarla è un marxismo rinnovato dalle fondamenta (uso
qui l’accezione positiva, leniniana, del termine “ideologia”, e
non quella soltanto negativa, giovane-marxiana). Senza una bussola
marxista, DP andrà allo sbaraglio a tutti gli appuntamenti
ideologico-politici: l’operaio filosovietico del Pci gli dirà che
la libertà di Sacharov non riguarda il proletariato, che anzi lo
fucilerebbe; la militante femminista gli dirà che occorre una
“sessuazione della politica”; il pacifista gli dirà che esiste
un “sistema di sterminismo” delle due cattive superpotenze contro
i popoli del mondo; l’ecologista gli dirà che vi è un conflitto fra
i Tempi della Natura e i Tempi dell’Uomo. In questa simpatica Armata
Brancaleone, in questa anarchica “adunata dei refrattari”, in
questo carnevale ideologico, si instaura un clima di kermesse in cui
nessuna unificazione della quinta area potrà mai avvenire. In questo
momento, in Italia, nessuno possiede questa bussola ideologica,
tantomeno il sottoscritto. Il marxismo, infatti, non è una lampada
di Aladino, che permette di fare uscire il genio buono che mette a
posto tutte le cose. In questo momento, il marxismo in Italia (ed in
Europa) è un progetto collettivo di ricostruzione, che richiede, da
un lato, un’assoluta autonomia dai tempi e dai luoghi della politica
di tipo partitico e parlamentare, ed esige dall’altro lato un
rapporto intimo, dialettico, con questi tempi e luoghi stessi, ad
esempio nella costituzione politica ed ideologica di aree (come la
nostra quinta area), che non si danno affatto da sole sul piano
sociale, come opinano in modo superficiale gli spontaneisti2”.
Mentre lo
sfascio si avvicinava minaccioso, Costanzo Preve non cadde in un
facile pessimismo. Molti di coloro che sono passati “dall’altra
parte” hanno usato la chiacchiera interiore (dinanzi a se stessi) e
pubblica (dinanzi ai compagni di merenda) del pessimismo e del “non
c’è più niente da fare e da dire” per giustificare il loro
repentino passaggio verso le vie temperate del capitale. Altri
usarono l’alternativa in funzione della società dello spettacolo,
limitandosi alla critica e accarezzando la possibilità di fare
carriera senza proporre nulla di reale:
“Personalmente,
ho una forte volontà soggettiva ad oppormi a tutto questo. Il fatto
di sapersi politicamente ed ideologicamente dei nani non è in alcun
modo una frase ipocondriaca, maniaco-depressiva, gonfia di timidezza
aggressiva e d falsa modestia appena nascosta. Si tratta di una
valutazione oggettiva e di una consapevolezza tranquilla, che non si
rovescia in lamentazione patetica ed in pathos della miseria, ma che
permette di fotografare la situazione attuale del socialismo, del
comunismo e del marxismo. Per dirla molto chiara, non sono
interessato ad eclettiche operazioni di immagine, a
convegni-passerella, a riviste-contenitore. Ce ne sono già centinaia
all’anno, non servono a nulla, neppure a chi vi partecipa. Mi
interessa la quinta area, mi interessa il socialismo, il comunismo,
il marxismo. È questo l’obiettivo principale, cui tutti gli altri
devono essere subordinati3”.
Costanzo
Preve mantenne la saldezza politica ed etica, questo non gli è stato
perdonato, egli ha dimostrato che è possibile conservare non solo la
coerenza ma anche una severa progettulità. Non c’è bisogno di
ascetismo rivoluzionario per mantenere dritta la barra del comunismo.
Ha continuato in tutta la sua esistenza a lavorare per il
socialismo/comunismo. Oggi possiamo emularlo, oltre che ricordalo,
senza barocche grida di fanatismo, ma semplicemente rammentando che è
possibile conservare, pur tra le macerie che gronadano di sangue e
guerra, la speranza comunista e agire per l’ideale secondo le
circostanze in cui si è situati. In questo tempo in cui tutto è
programmato per una veloce obsolescenza, resistiamo, e non
adattiamoci ma lavoriamo per l’alternativa con la pazienza di
coloro che sanno attendere il tempo opportuno e lo preparano. Il
rivoluzionario non ascetico per essere tale deve congedarsi dal
mercato e dal ricettario per riprendere il cammino della storia che
attende il contributo di ciascuno. Ci sono piccoli e grandi
rivoluzionari non ascetici, ma nessuno di loro ha il suo tempo di
obsolescenza:
“In
questa terza età del capitalismo l’obsolescenza rapida delle merci
diventa programmata, la pubblicità diventa dominante, e per usare la
corretta definizione del situazionismo francese, “il valore d’uso
delle merci tende a zero e quello di scambio tende all’infinito”.
Ed in questo clima di frenetico movimento l’avanguardismo diventa
l’ultimo stadio del conservatorismo. Un educato convegno di
antichisti che parlano sottovoce di Seneca è infinitamente meno
“conservatore” (dello spirito del capitalismo, intendo) di quanto
non lo sia un concerto rock dei centri sociali con musica ad
altissimo volume. L’apologia avanguardistica del gesto diventa così
l’anticamera del falso anticonformismo della pernacchia televisiva.
Il mercato dell’arte fagocita tutto, e la critica artistica del
capitalismo finisce simbolicamente il giorno in cui un pittore
italiano, di cui mi scuso di non ricordare il nome e di non voler
perdere tempo a cercarlo, riesce a vendere a buon prezzo un suo
barattolino che ha come etichetta “merda d’artista”4.
La
Rivoluzione non ha obsolescenza e non è un prodotto commerciale, in
ogni tempo ci saranno e ci sono uomini e donne orientati al
mutamento radicale, ciò malgrado l’esperienza del socialismo reale
e delle lobbistiche confraternite comuniste timorose di essere
contaminate dal “pensiero altro” devono indurci a pensare un
altro modo di vivere l’esperienza radicale e “il rivoluzionario
non ascetico” può essere un buon inizio.
1
Costanzo Preve, Lettera aperta ai compagni di DP Per un profilo
ideologico chiaro e riconoscible, espilcitamente marxista. Per una
forza politica esplicitamente rivoluzionaria, democratica e
socialista. [In: Democrazia Proletaria, Anno V, Apr. 1987, pag. 32]
2
Ibidem
3
Ibidem
4
Costanzo Preve, La crisi culturale della terza età del capitalismo
[Testo tratto da www.katechon.org – Feb. 2003]
Immagine da Google