C’è qualcosa di onesto, prima ancora che di corretto, nel titolo scelto da Lelio Demichelis per il suo ultimo libro, Tecno-archía. O la «Nave dei folli». La banalità digitale del male (DeriveApprodi, 2025). Onesto perché non promette una nuova epoca — non un post, non un dopo — ma un nome per ciò che per-dura. Da tre secoli, scrive Demichelis, la modernità è governata da una razionalità strumentale e calcolante che ha smesso di essere un mezzo per diventare principio di comando: un’archía, appunto, prima ancora di essere una tecnica. È una mossa lessicale semplice e insieme radicale, perché sposta il bersaglio della critica da ciò che gli algoritmi fanno a ciò che gli algoritmi sono: non strumenti neutri messi al servizio di interessi identificabili ma la forma stessa attraverso cui oggi si esercita il comando.
Va detto subito che il gesto polemico del libro non
è rivolto soltanto al tecnocapitalismo digitale, ma anche — con una certa
insistenza, quasi un vecchio conto che si salda — a un marxismo che continua a
pensare la tecnica come strumento neutro, incapace di vedere che essa possiede
oggi una potenza propria, funzionalmente integrata al capitale ma non
riducibile ad esso. È una postura che Demichelis coltiva da un ventennio, da La
religione tecno-capitalista alla Grande alienazione fino alla Società-fabbrica,
e che qui trova la sua formulazione più netta: la sinistra ha un problema con
le macchine perché continua a chiedersi chi comanda, quando la domanda
vera sarebbe ormai come si comanda — con quale grammatica, attraverso
quale episteme.
Il libro è costruito su tre immagini che si
rincorrono senza mai sovrapporsi del tutto. La prima è quella, dichiarata fin
dal titolo, della nave dei folli di Bosch: un’umanità imbarcata, priva di meta,
che Demichelis corregge subito — a differenza del relitto cinquecentesco, la
nostra nave ha vele spiegate e una rotta precisissima, che si chiama profitto,
digitalizzazione, sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. La seconda è
quella arendtiana della banalità del male, trasferita dal funzionario che
esegue ordini senza pensarli all’algoritmo che decide senza nemmeno la
possibilità di pensare. La terza, meno appariscente ma più insidiosa, è la
“nuova classe delle macchine”: non più solo mezzo di produzione, ma
soggetto di comando che retrocede l’uomo a funzione esecutiva del proprio
stesso apparato.
Di queste tre immagini, la seconda è quella su cui
vale la pena fermarsi più a lungo, perché è lì che il libro tocca il suo punto
più scoperto — e più fecondo. Arendt aveva bisogno, per la sua diagnosi, di un
soggetto ancora presente sebbene svuotato: Eichmann pensa poco, pensa male ma
pensa in un senso minimo che consente di giudicarlo. La banalità era lo
scandalo di un male senza abisso, non di un male senza autore. Ora, se si
prende sul serio l’ipotesi che l’algoritmo sia oggi la forma compiuta del
comando — non più maschera che ha bisogno di un volto per parlare, come ancora
il sovrano hobbesiano, ma dispositivo che decide senza volere — allora la
formula arendtiana rischia di essere insieme necessaria e insufficiente.
Necessaria, perché resta l’unico lessico disponibile per pensare un male
impersonale. Insufficiente, perché quel male non ha più nemmeno bisogno di un
funzionario che smetta di pensare: non richiede
l’assenza di pensiero in qualcuno, richiede
soltanto l’efficienza di una procedura. È un male, se si vuole, più radicale di
quello arendtiano proprio perché senza colpevoli — e dunque, strutturalmente,
inattaccabile nella forma in cui finora si è imparato ad attaccare il male:
processando qualcuno.
A questo proposito, viene da chiedersi se la
categoria più esatta non sia altrove nella stessa tradizione tedesca del
Novecento — non nella Arendt del funzionario, ma nell’Anders della discrepanza
prometeica, quella distanza incolmabile tra ciò che l’uomo sa produrre e ciò
che riesce ancora a rappresentarsi, a sentire, a rispondere moralmente. Il male
digitale di cui parla Demichelis non è tanto banale quanto sproporzionato:
eccede da subito la capacità umana di farsene carico, non perché nessuno pensi
ma perché l’atto che produce la sofferenza e la sofferenza stessa non
condividono più la stessa scala. Chi scrive un algoritmo di ottimizzazione
logistica non è nella posizione di Eichmann nel lager; è più simile a chi preme
un pulsante a distanza infinita dall’effetto che quel pulsante produce, incapace
persino, per pura sproporzione cognitiva, di formarsi un’immagine adeguata di
ciò che ha messo in moto. Demichelis lo sa, e infatti il suo bersaglio polemico
non è mai un singolo tecno-oligarca, ma la razionalità calcolante come tale. Ma
proprio per questo il richiamo alla banalità — parola che porta ancora
con sé l’idea di una soggettività minima, per quanto atrofizzata — forse
trattiene il libro un passo più indietro rispetto a dove la sua stessa analisi
lo conduce: verso un male non più banale ma operativo, che produce
sofferenza con precisione chirurgica senza che nessuno, in nessun punto del
processo, l’abbia voluta né, forse, potuta immaginare.
Anche la terza immagine, quella della “classe
delle macchine”, merita di essere presa sul serio nella sua ambiguità
produttiva. Chiamarla classe è una scelta che porta con sé tutto il peso
della grammatica marxiana — interesse, posizione nei rapporti di produzione,
potenziale conflitto — applicata a un soggetto che di quella grammatica sembra
proprio la smentita: le macchine non hanno interessi, non possono essere
espropriate di nulla, non conoscono coscienza di classe né falsa coscienza. È
forse proprio questo lo scandalo che il termine vuole produrre: mostrare che il
comando ha trovato un modo di esercitarsi come se fosse una classe — con
una posizione strutturale di dominio, con una funzione storica di accumulazione
— pur senza esserlo in nessun senso classico, e che questa mimesi imperfetta è
precisamente ciò che rende il concetto marxiano di lotta di classe inservibile
senza un supplemento genealogico. Marcuse, con la sua società a una dimensione,
aveva già intuito che la razionalità tecnologica poteva farsi ideologia senza
bisogno di un ideologo; Demichelis porta quella intuizione fino alla soglia in cui
l’ideologia non ha più nemmeno bisogno di essere creduta, perché è incorporata
nell’infrastruttura stessa dell’agire quotidiano.
C’è poi la questione della genealogia, su cui il
libro compie una scelta netta e dichiarata: la tecno-archía precede e rende possibili
i totalitarismi novecenteschi, non il contrario. È una tesi che ha il pregio
della coerenza — se l’archía è la razionalità strumentale nata con
Bacone e Cartesio, allora il fascismo e il nazismo sono soltanto due sue
precipitazioni storiche particolarmente violente. Eppure, si potrebbe muovere
un’obiezione, non per confutare la tesi ma per complicarla: se il rapporto
fosse invece di trasfigurazione formale piuttosto che di semplice
discendenza cronologica? Il fascismo storico, cioè, non come antenato remoto ma
come la prima grande sperimentazione — ancora goffa, ancora bisognosa di un
capo, di un simbolo, di un confine visibile tra dentro e fuori — di un
principio che la tecnica avrebbe poi saputo realizzare senza più bisogno di
alcuna mediazione simbolica. In questa seconda ipotesi il fascismo non sarebbe
un episodio dentro la storia della tecno-archía, ma la sua prova generale: il
tentativo, destinato a fallire perché ancora vincolato a un volto, a una
nazione, di ciò che il capitalismo digitale realizza infine senza vincoli — la
mobilitazione totale dell’esistenza senza bisogno di un mito che la
giustifichi, l’integrazione coatta senza bisogno della camicia nera, perché
basta lo smartphone. Non è una
correzione da poco, perché sposta l’accento dal contenuto del potere
(chi comanda, con quale ideologia) alla sua forma (come si organizza,
indipendentemente da chi la occupa) — ed è proprio su questo terreno formale,
più che su quello dei contenuti ideologici, che la continuità tra Novecento e
presente sembra oggi più inquietante. Detto altrimenti: forse non è la
tecno-archía ad aver generato i totalitarismi come propri momenti
storici, ma i totalitarismi ad aver anticipato, nella forma più rozza e
più visibile di cui la loro epoca era capace, un principio di dominio che solo
la tecnica della modernità avanzata avrebbe saputo compiutamente liberare dal
bisogno di apparire.
Anche la metafora della nave merita una postilla.
Una nave, per quanto alla deriva, presuppone ancora un mare che la circonda,
una possibilità — sia pure remota — di virare, di gettare l’ancora, di scendere
a terra. È un’immagine che conserva, suo malgrado, un fuori: la stessa scelta
di Bosch, che dipinge la follia collettiva vista da un punto che follia non è,
lo testimonia. Ma se la diagnosi di Demichelis è corretta nella sua radicalità
— se davvero la razionalità calcolante ha sussunto economia, politica,
desiderio, persino l’immaginazione di ciò che potrebbe essere altrimenti —
allora la figura più esatta non sarebbe forse quella della nave, bensì quella
del labirinto: una struttura in cui non ci si chiede più dove si stia
andando, perché ogni corridoio somiglia identico a ogni altro, e il centro
— a differenza che nel mito — non è in nessun luogo particolare, ed è per questo
che sembra ovunque. La nave ha ancora un timone, sia pure in mani sbagliate; il
labirinto no: la sua potenza sta proprio nell’aver eliminato la domanda sulla
rotta, sostituendola con l’illusione della scelta a ogni bivio. Chi crede di
scegliere tra corridoi è già prigioniero, e non lo sa. È un’osservazione che
non contraddice la diagnosi del libro — anzi, la conferma quando descrive un’alternanza
tra destra e sinistra che lascia intatta la sostanza del comando tecnico — ma
che forse ne radicalizzerebbe ulteriormente le implicazioni, se applicata fino
in fondo: perché a quel punto il problema non sarebbe più trovare la rotta
giusta, ma riconoscere che la domanda sulla rotta è essa stessa un prodotto del
labirinto, il suo modo più raffinato di tenerci occupati.
Il capitolo sull’ecocidio, infine, è tra i più
convincenti proprio perché rifiuta la tentazione — ancora diffusa in certa
critica ambientalista — di trattare la crisi climatica come un effetto
collaterale correggibile, un difetto di progettazione da emendare con più
tecnica, più efficienza, più ottimizzazione. Demichelis la lega invece,
giustamente, alla stessa razionalità estrattiva che produce disuguaglianza e
alienazione cognitiva: non due crisi parallele, ma un’unica logica che tratta
la biosfera come tratta i dati, il tempo di vita, la capacità di attenzione —
come materia prima da mettere a valore senza residuo. Vale la pena spingere l’osservazione
un grado oltre, in termini quasi termodinamici: se il sistema descritto è
davvero un sistema chiuso che concentra ordine e valore in un punto — la
piattaforma, l’azionista, l’algoritmo che ottimizza — allora deve
necessariamente espellere disordine altrove, e quell’altrove ha oggi coordinate
geografiche precise: suoli desertificati, mari trasformati in discariche o in
cimiteri, periferie dove la vita è resa strutturalmente più breve. L’ecocidio,
in questa luce, non è l’eccesso patologico del sistema ma la sua condizione
fisica di possibilità — il prezzo entropico che l’ordine concentrato altrove
deve necessariamente far pagare a qualche parte del mondo. È qui che il libro
trova forse il suo terreno più solido, perché la desertificazione dei suoli e l’inaridimento
dell’attenzione obbediscono, mostra bene Demichelis, alla stessa grammatica.
Ma è forse proprio a questo punto che si tocca il
nervo più scoperto. Un mondo che calcola
tutto può essere, in ogni singolo passaggio, esatto — e proprio per questo, nel
suo insieme, non essere giusto. L’esattezza è una proprietà del calcolo sotto
un criterio dato; la giustizia, da Aristotele a Kant, è ciò che si giudica senza
un criterio dato, o meglio: è la capacità di istituire il criterio stesso, non
di applicarlo con più efficienza. È la differenza, mai chiusa, tra la phronesis
e la techne. Nel linguaggio della Arendt interprete di Kant, è la
distanza tra il giudizio riflettente e quello determinante — e un sistema che
procede per ottimizzazione non può, per sua costituzione, produrre l’uno mentre
affina indefinitamente l’altro. Ecco perché la tecno-archía, portata alle sue
estreme conseguenze, produce uomini funzionanti ma non necessariamente una
società di cittadini capaci di decidere, insieme e in pubblico, che cosa sia il
bene e che cosa il male: produce prestazioni, non deliberazioni; produce utenti
ottimizzati, come dice bene lo stesso Demichelis, non cittadini che possano
ancora rispondere, gli uni davanti agli altri, della propria scelta. È il punto
in cui la banalità arendtiana del male torna, ma capovolta: non più l’assenza
di pensiero in un singolo funzionario, bensì l’assenza strutturale, in un
intero ordinamento, dello spazio pubblico in cui il giudizio — quello che
nessun algoritmo può delegare a se stesso — potrebbe ancora essere esercitato.
Resta, sul finale, la proposta propositiva del libro: uscire dalla tecno-archía riscoprendo di essere soggetti anziché utenti, rivendicando il diritto all’errore, all’inefficienza, persino al silenzio. È un appello che ha la dignità morale di ogni appello umanistico, e che condivide con un’intera tradizione — da Rousseau a Pasolini — la convinzione che la resistenza cominci da un atto di lucidità individuale. Tuttavia, proprio la parte più forte del libro, quella sulla tecno-archía come regime ontologico e non più semplicemente politico, dovrebbe rendere sospettosi verso ogni soluzione che faccia ancora leva su un soggetto capace di scegliere dall’esterno la propria uscita dal sistema. Se il comando è davvero penetrato fino all’immaginazione — se, come suggerisce lo stesso Demichelis, non vediamo più le sbarre perché sono diventate i confini del visibile — allora “tornare soggetti” non può essere un atto di volontà premesso al pensiero, ma può essere, al massimo, un effetto raro e non garantito di una frizione che il sistema stesso, in alcuni corpi e non in altri, non riesce del tutto a metabolizzare. Il “diritto al silenzio” che Demichelis invoca, in questo senso, non sarebbe allora la premessa della resistenza ma, semmai, il suo esito più difficile da raggiungere — non uno strumento a disposizione di chiunque lo voglia impugnare, ma la rarissima skholè di chi, per ragioni che nessuna teoria può anticipare del tutto , non riesce ad abitare fino in fondo le piste che il sistema gli offre. Il libro di Demichelis ha il merito di formulare con precisione la domanda; lascia volutamente aperta, e forse è la sua onestà più profonda, la questione di chi — o che cosa, in ciascuno di noi — potrebbe davvero rispondere.