Da giorni sono in atto alcuni
dispositivi mediatici semplici nel loro funzionamento, eppure sempre efficaci.
In primo luogo, dal principio il mainstream si è prodotto a rappresentare il
rapimento di Maduro come un evento accolto con giubilo dai venezuelani nel
mondo. Il meccanismo mediatico, collaudatissimo, consiste nel mostrare soltanto
una sola faccia della luna, amplificarla convenientemente e presentarla come LA
verità, innescando così a ridosso dell’evento un’onda mediatica gigantesca che
produce un effetto di primo impatto, orientando la formazione dell’opinione.
Questo è il principio
fondamentale della videocrazia (i cui effetti sono rafforzati dai rapidissimi
tempi di fruizione dei social): esiste soltanto quello che viene mostrato.
Fatto questo, dopo si potrà anche mostrare qualche frammento dell’altra faccia della
luna – pur sempre senza esagerare, naturalmente – cioè quella parte, molto
consistente, maggioritaria, del popolo venezuelano che invece sostiene Maduro e
la rivoluzione bolivariana. Ma pur sempre orchestrando la rappresentazione che
prevede un punto di vista vero tra i due: che Maduro era un dittatore, che il
suo popolo era oppresso e che, dunque, la gran parte del popolo venezuelano ha
ottime ragioni di gioire per essersene finalmente liberato, in un modo o in un
altro.
Da ultimo, si è aggiunto un
altro tassello in questa narrativa, quello di considerare come unico punto di
vista legittimo e informato quello dei venezuelani, più o meno: “Non puoi
parlare se non sei nato e se non sei vissuto in Venezuela”. Una richiesta investita
di apparente ragionevolezza ma in realtà atroce sul piano del ragionamento e da
ogni punto di vista. Per capirlo basta svilupparne soltanto alcune
implicazioni. Un punto di innesco di questo elemento narrativo è il battibecco
occorso a Roma tra alcuni militanti della CGIL e alcuni cittadini venezuelani
residenti in Italia. Ma l’origine dell’elemento narrativo non è rilevante,
importante è la sua funzione specifica.
Questa “argomentazione” (le
virgolette sono d’obbligo) circola ora ampiamente e viene usata da chi vuole
sostenere che il popolo venezuelano, coincidente, si suppone, per intero con
l’unico e monolitico punto di vista legittimo, è quello che esulta per la fine
politica di Maduro. Non esistono altri venezuelani, non esistono altri punti di
vista. Veniamo quindi alle implicazioni.
Non puoi saperne nulla e non
puoi parlare se non sei nato e non hai vissuto in Venezuela. Quindi del
Venezuela parlino solo i venezuelani. Estendendo il criterio, ognuno parli
soltanto del suo Paese. L’unico punto di vista legittimo e veritiero sulle dinamiche
sociali, politiche, culturali di un Paese è quello di chi è nato e abbia almeno
vissuto nel suo Paese.
Soltanto gli italiani parlino
dell’Italia. Gli inglesi dell’Inghilterra. I francesi della Francia. Ogni altro
punto di vista sia bandito come un imperdonabile atto di arroganza, offensivo
verso la sofferenza di quel popolo. Ne consegue anche, in modo immediato, che
sulle dinamiche sociali, politiche, ecc. dell’Inghilterra, gli inglesi siano
tutti d’accordo tra di loro. Prima atrocità: non esisterebbe alcuna
conflittualità di posizioni. Lo stesso per i venezuelani. Lo stesso per gli
italiani. Si chieda come la vedono, sulla politica, sulla società, su quello
che si vuole, a Maurizio Gasparri, a Elly Schlein e al sottoscritto. Nello
stesso modo o in modo diverso? Chi detiene il punto di vista oggettivo? (Tra
quelli che ho citato, io ovviamente, ma adesso lasciamo pure stare…). Chi ha
l’angolazione “vera” della realtà descritta? Il punto di vista oggettivo, chi è
il decisore? Pare proprio che la diversità dei punti di vista sia la norma, che
persone nate nello stesso luogo, o che condividono la stessa nazionalità (senza
nemmeno entrare nei criteri chiamati a specificare l’identità, introducendo
altri elementi problematici) la vedano, legittimamente, in modo diverso.
Andando oltre: che la vedono diversamente perché hanno interessi diversi, e
magari conflittuali…
Basta, quindi, ragionare
appena un po’ per capire che l’argomentazione addotta è terrificante. Il punto
di vista oggettivo sulla corretta lettura della situazione complessiva di un
dato Paese in un dato contesto e momento storico ce l’hanno soltanto quanto vi
appartengono – che guarda caso si suppone che siano sempre quelli che
sostengono che Maduro fosse un dittatore. Per giunta, per dimostrarlo invocano
il fatto che il popolo è povero / stava male ecc., cioè altre argomentazioni
del tutto inconsistenti, detto solo per inciso, visto che si dovrebbe esaminare
se per caso (per caso eh) la povertà del Venezuela, come in generale la diffusa
povertà dell’America Latina, non sia storicamente causata proprio dalle
ingerenze del Capitale straniero, degli Stati Uniti, dal fatto che l’autonomo
corso dello sviluppo civile di questi popoli sia stato costantemente impedito
proprio dalle pesantissime ingerenze esterne, interventi militari e colpi di
Stato; dal fatto che il diritto all’autodeterminazione è stato sistematicamente
disprezzato e calpestato.
Non bastasse tutto questo,
ulteriore implicazione è che anche la corretta valutazione sulla geopolitica
internazionale dovrebbe detenerla chi è venezuelano e cioè, secondo quanto
sopra, chi sostiene che Maduro è un dittatore, che opprimeva il suo popolo ecc.
Nessun altro dovrebbe essere autorizzato ad articolare un ragionamento in
chiave geopolitica e di politica internazionale che coinvolga il Venezuela
– e per caso è possibile fare un
ragionamento complessivo che non lo coinvolga? – se non è nato e non abbia
almeno vissuto in Venezuela.
Insomma la richiesta può
sembrare ragionevole soltanto a chi non ragiona. In realtà si raccoglie un
punto di vista solo, anzi peggio un umore solo e lo si amplifica, lo si
rilancia, lo si presenta come l’unico, ma è soltanto quello funzionale.
Non certo ultimo per
importanza, i venezuelani che, in quanto tali, sono presentati come gli unici
titolati a parlare, sono tutti residenti all’estero. Non ci vuole molto a
capire che sono usati per screditare la solidarietà internazionale nei
confronti di Maduro, del popolo venezuelano e della rivoluzione bolivariana.
Eppure basterebbe sintonizzarsi cinque minuti su TeleSur per bucare la cappa
mediatica prodotta dai centri dell’anglosfera e avere un visione, appunto
dall’interno, molto più vicina al vero.
All’inizio degli Settanta, il
presidente socialista del Cile, Salvador Allende, democraticamente eletto (come
Maduro) e poi violentemente rovesciato l’11 settembre del 1973 dagli Stati
Uniti, aveva espropriato i grandi latifondisti e distribuito le terre ai
contadini. I latifondisti erano contenti? E i contadini?
Quanto agli asset strategici
nazionali, Chavez cercò di fare con il petrolio lo stesso che Allende fece con
il rame cileno: riportare il settore sotto il controllo dello Stato
sottraendolo alla rapacità del capitale statunitense.
Nelle società esistono
interessi tra loro conflittuali e le politiche economiche non sono mai neutre.
Quali venezuelani oggi
esultano? E quali, invece, sostengono la rivoluzione bolivariana?
Si potrebbe seguitare a lungo.
Mi fermo per ora nel commento delle atrocità. Del resto temo che non mancherà
occasione.