Cigni Grigi

Guilherme_Kramer

Guilherme Kramer

Avventuriero matematico e trader finanziario Nassim Nicholas Taleb ha goduto negli ultimi anni di una certa fama per la sua concezione degli eventi rari che egli definisce “cigni neri”[1] in contrapposizione ai molto più comuni cigni bianchi. La brillante discussione di Taleb tratta ogni tipo di evento anche se l’obiettivo è quello di dare una descrizione degli eventi rari in economia, ovvero gli improvvisi “crolli” del mercato. L’andamento imprevedibile dell’economia capitalistica viene in questo caso mascherato in una teoria moderatamente formale dell’evento raro. D’altra parte anche Benoit Madelbroot era molto interessato alle serie temporali della borsa ed è possibile teorizzare come queste siano dotate di una correlazione non triviale, ovvero non sono puro “rumore”, ma mostrano un comportamento in qualche modo coordinato tra loro[2]. Questa storia ha un risvolto esotico: Harold Edwin Hurst, idrografo inglese, studiando le piene del Nilo si imbatté in una classe di eventi rari, le piene appunto, che cercò di descrivere per mezzo di una teoria matematica che lo portò a formulare l’idea di “esponente di Hurst”[3]. Un’esponente di Hurst non pari a 1/2 implica una correlazione oltre quella triviale (scorrelata) del rumore (eventi casuali scorrelati). Gli esponenti di Hurst delle serie temporali della borsa, come quelli delle piene del Nilo, non sono triviali. Il riflesso di tutto ciò lo si ritrova nelle distribuzioni probabilistiche: il “rumore” è sinonimo di “curva degli errori”, o distribuzione normale, la probabilità di eventi rari va rapidamente a zero sulle code della distribuzione. Le altre classi di eventi hanno code relativamente più “ingrossate”: la possibilità dell’evento raro è piccola ma non esponenzialmente nulla. Statisticamente si parla di “Curtosis”, il momento quarto della distribuzione, che misura l’”ingrossamento” delle code, il quale è sensibilmente diverso da zero in questi casi.

Perché questa introduzione troppo matematica: la verità è che vorrei concentrare l’attenzione non tanto su Taleb e i suoi “cigni neri”, e nemmeno sulla prosecuzione della sua opera in Antifragile (2012) che indica alcune vie per far fronte agli eventi rari che sarebbero di grande aiuto a tutta una serie di disastri che il nostro modello sociale comporta, specialmente dal punto di vista della gestione e dell’amministrazione. Ma vorrei iniziare dall’idea del “cigno nero” per trarne alcune conseguenze sociali dalle osservazioni economico-fisiche di Taleb, in particolare vorrei parlare di eventi che non sono estremi (l’Estremistan di Taleb) o frequenti (il Normalistan della “curva degli errori”). Eventi che definirei piuttosto dei “cigni grigi”, né troppo rari, né troppo frequenti (la definizione ovvia è anche in Taleb).

Un evento raro nel corso della vita è sicuramente la morte precoce (non ovviamente quella determinata dall’invecchiamento biologico) per un incidente, o una malattia. Questi eventi però non sono ancora veramente rari in quanto l’ordine di grandezza di queste morti è dell’ordine delle migliaia o decine di migliaia l’anno, anche se possono esserlo per il singolo individuo. Ma eventi rari sono anche essere colpiti da un vaso sulla testa mentre cammino per la strada o vincere una somma rilevante ad una lotteria. Possiamo attribuire a questi eventi la qualifica di “cigni neri” o “grigi” facendo una distinzione abbastanza semplice. Se la probabilità che mi ammali di cancro è dello 0.4% all’anno, ci vorranno 250 anni prima che si ammalino tutte le persone che conosco grosso modo di vista, il che vuol dire che molti non si ammaleranno, ma moriranno, me compreso, prima per altre cause. Per andare oltre e trovare altri ammalati devo conoscere un maggior numero di persone. Ma quante persone posso conoscere direttamente: la risposta è all’incirca un centinaio (150 se crediamo a quello che si chiama Numero di Dumbar). Certo ai tempi di facebook è facile dire: “ma io ho 1000 amici!!”. Ma quanti di questi 1000 si possono davvero frequentare direttamente? In un intero anno potrei dedicare loro solo 8 ore a testa, un po’ pochino per definirlo amico! In realtà se si va a vedere anche ai tempi di facebook il limite intorno ai 100 è grosso modo rispettato, gli altri non sono che degli amici virtuali che ci fa piacere avere nella nostra partizione, ma di cui sappiamo poco o nulla eccetto quei pochi minuti che dedichiamo a “vedere chi è che ci ha chiesto l’amicizia”. E’ noto, ed è conseguenza diretta di quel centinaio di persone che possiamo frequentare direttamente, l’effetto “small world”, che però è un mero caleidoscopio che può ingannare: ho un amico che è amico di un amico del presidente del consiglio (è pure vero, sic!), quindi il presidente del consiglio conosce il presidente degli Stati Uniti che quindi è solo un amico di un amico, di un amico, di un amico. Ma ovviamente a quel livello siamo già arrivati a 100x100x100x100 ovvero a 100 milioni di persone: che NON sono evidentemente persone che conosco, nemmeno potrei farlo virtualmente con i social network. Se poi come spesso capita c’è qualche livello in più, ne bastano un paio e siamo già sui 10 miliardi di persone ovvero una cifra confrontabile con la popolazione della Terra[4].

Un evento raro è quello che accade al di fuori della cerchia dei nostri conoscenti. Un evento normale è quello che è frequente nella cerchia dei nostri conoscenti (la metà sono sposati e/o hanno figli). Un “cigno grigio” è un evento che appartiene alla nostra cerchia, ma è marginale tanto da essere limitato ad uno, due casi. Naturalmente le nostre frequentazioni non sono indipendenti dal nostro grado di cultura e posizione sociale: se mi occupo di cultura è molto probabile che ci siano un certo numero di insegnanti tra le persone che frequento, probabilmente più di uno o due, forse una decina almeno. Tuttavia se riferito alla popolazione generale questo numero è certamente più basso essendo gli insegnanti circa un centesimo della popolazione italiana generale (un poco più di cinquecentomila).

A questo punto chi mi ha seguito finora senza annoiarsi sarà costretto a sorbirsi ancora un poco di ragionamento astratto prima che arrivi a qualche conseguenza pratica. Si perché evidentemente il criterio di sopra è approssimato: ci possono essere “cigni grigi” che somigliano a quelli neri e altri che somigliano a quelli “bianchi”. Banalmente se sono fuori del Lazio è comunque facile che tra i miei 100 conoscenti ci siano tifosi della Juventus, mentre difficilmente ne potrei trovare della Lazio! Eppure non sono convinto che i tifosi della Lazio siano tanto pochi (sebbene qualche amico romanista direbbe di si). Considerazioni simili valgono per i docenti universitari: sono un decimo degli insegnanti, però io tra i miei 100 conoscenti ne ho un bel po’ essendo uno di loro. La ragione di tutto questo è la complessità sociale: i vari gruppi ascritti e non ascritti si intersecano in una stessa persona e si strutturano attraverso le classi (la tifoseria è un esempio tipico) e all’interno di queste. “Cigni grigi” più o meno estesi possono essere considerati a loro volta “cigni bianchi” o “neri” se considerati dal punto di vista di sottogruppi sociali (es. chi abita nel Lazio nell’esempio di prima, o chi frequenta le università). Scrive Niklas Luhmann “con l’aumentare del numero di elementi che devono essere tenuti insieme entro un sistema o per un sistema, quale suo ambiente, si giunge rapidamente ad una soglia oltre il quale non è più possibile mettere ogni elemento in relazione con ognuno degli altri… qualificheremo perciò …. complesso un insieme di elementi fra loro connessi se a causa di limitazioni intrinseche alla capacità di collegamento fra gli elementi risulta impossibile collegare ogni elemento in qualsiasi momento con ciascuno degli altri”[5]. Quindi, ad esempio, la perdita della conoscenza personale può essere letta come complessità sociale.

Ora perché parlare dei “Cigni Grigi”? Il perché è presto detto: qual è la caratteristica molto comune di questi gruppi di persone? La lamentela! La mancanza di riconoscimento di quelle che ritengono essere delle istanze sociali che essi vedono per il bene dell’intera società. Lasciamo da parte i tifosi che si lamentano sempre e concentriamoci invece sui gruppi, ascritti o no, che invece ritengono di portare delle istanze sociali positive. Come fanno? Non sono maggioranza in nessun senso, quindi non hanno alcuna speranza di andare direttamente al potere. La strategia è una sola e si chiama Lobbying. Queste istanze “sindacali” possono essere riconosciute solo attraverso questo sistema, che sarà anche brutto e criticabile, ma è l’unica via d’azione per chi si ritrova ad essere “Cigno grigio”: una condizione molto comune perché ognuno di noi è spesso membro di numerosi gruppi sociali (in un certo senso paradossalmente è una condizione “normale” appartenere ad un qualche gruppo di “Cigni grigi”). Facile anche osservare che più i gruppi sono nell’anticamera del potere politico più la loro Lobby è influente: si pensi al numero di parlamentari che sono avvocati o ex-magistrati (non sempre questi fanno gli interessi della propria Lobby ovviamente, anzi è spesso vero il contrario, ma il “peso” politico di una Lobby si valuta anche in questo modo).

Una delle sconfitte più rilevanti che i “Cigni grigi” sono costretti ad incassare è la “piazza”: per definizione i “Cigni grigi” sono coloro che manifestano sistematicamente, ma non riescono mai a sollevare le paventate “folle oceaniche”. A chi ha una visione della complessità sociale questo non è un fenomeno “inspiegabile”: il gruppo non è coeso, non è maggioranza, ma non è nemmeno un insieme di persone che si conoscono tutte tra loro. Diventa difficile inseguire le diverse istanze che si vogliono portare avanti, pur identificandosi il “Cigno grigio” è poco incline alla coesione: le linee di azione si moltiplicano in modo confuso e l’invidia spesso fa il resto. E poi ci sono sempre quelli che sono andati una volta e ora non sono più interessati e magari non si identificano più. L’istanza se viene da una sofferenza deve essere subita o almeno trasmessa tramite empatia: senza questa la sola appartenenza non è sufficiente a generare la voglia di impegnarsi, manifestare, raccogliere. C’è sempre chi si barcamena poi dietro le quinte cercando il favore delle Lobby contigue per risolvere il proprio caso personale, forse conscio che la lotta difficilmente avrà successo in tempi brevi.

Si potrebbe descrivere la società come un insieme di gruppi tenuti insieme da elementi comuni: l’arrampicarsi verso il potere, il ruolo della sessualità. “Normalistan” direbbe Taleb: chi può negare la presenza di questi elementi in ogni famiglia persino. Su queste costanti si inseriscono miriadi di gruppi caratterizzati da istanze diverse a volte sovrapponibili in galassie confuse (non ho parlato dell’ecologia: che porta con se altre centinaia di gruppi: da quelli che sono per il biologico ai vegani, agli animalisti, a quelli che si oppongono all’uso dell’auto, a chi è contro la TAV, e chi è per le energie rinnovabili, a chi interessa il riciclo e così via). Queste strutture incoerenti pesano per la loro attività di Lobbying più che direttamente attraverso il teatro politico che ormai gestisce essenzialmente i conti dello Stato e la politica che viene fatta altrove.

Ma dirà qualcuno non manca qualcosa?

Così abbiamo fatto una bella fotografia della società dei consumi post-ideologica. Uno spasso per Francis Fukyuama, una cosa da controllare con attenzione, ma controllabile, per Samuel P Huntigton. Le ideologie sono finite: la lotta avviene attraverso istanze di tipo “sindacale” che per mezzo dell’attività di Lobbying a volte, con grande fatica e aspettando anni, arrivano ad ottenere qualche fragile risultato (facilmente “controllato”). La storia finisce qui! La complessità della società fa si che ogni sviluppo che vada oltre la punta del mio naso di “Cigno grigio” sia per me irrilevante. Una democrazia “interrotta”, interotta proprio dal Prozac e dalla ricerca del mio/tuo vero io. E’ possibile solo l’ingegneria sociale a “spizzico” tanto cara a Karl Popper, che ebbe una pessima impressione dell’ideologismo. Popper aveva ragione nell’indicare alcune devianze delle ideologie del XX secolo, ma per sua sfortuna ragionava ancora in termini troppo ottocenteschi, tutto era “lineare”, erano sempre possibili “piccoli aggiusti” a “spizzico”, che non sono altro che dare ogni tanto sfogo alle istanze sociali di quelli che abbiamo definito “cigni grigi”. Il non-lineare, la catastrofe, il “cigno nero”, non era contemplato nel manuale dello ”ingegnere sociale”.

Ma viene allora il sospetto non banale che in realtà ci stanno propinando null’altro che un’altra ideologia sotto la forma dell’assenza di ideologia. Lo stesso Popper doveva capirlo: tutto quello che proviene da noi in forma di analisi, ragionamento, ragione è in una qualche misura ideologico. Senza cedere alle lusinghe dell’idealismo, che ci semplificherebbe molto il problema, possiamo dire che chi parla del mondo parla attraverso un linguaggio “ideologico” per forza di cose. Non interessa qui se queste “idee” vivano in un loro mondo o muoiano con noi, ma assumendo il realismo come base, esse riflettono qualche caratteristica della struttura del mondo stesso, in misura più o meno riuscita. L’affermazione che la società è complessa può significare molte cose e nessuna cosa, anche questo è un prodotto “ideologico”. Ma messo insieme ad un’idea del mondo che non si basa semplicemente su una dinamica limitata, a “spizzico”, lineare, esso potrebbe generare qualcosa di più della soluzione d’una vertenza “sindacale”.

Immaginiamo dunque che alcuni gruppi che rappresentano dei “cigni grigi” crescano e raccolgano altre istanze attraverso un processo di unione di più richieste coerenti. Nella sostanza questo è accaduto col movimento di Grillo: si sono raccolti elenchi di istanze da portare all’attenzione di tutti. In qualche modo il movimento ha rappresentato una violazione del sistema, del “controllo”, e in quanto tale attaccato dall’ideologia della “fine della storia” (che altro non è che il liberismo estremizzato di un modello americano peggiorato in Europa da un’assurda produzione burocratica). Il movimento ha portato qualcosa di “nuovo” in quanto non previsto (se non per assonanza con alcuni casi latino-americani in cui l’ideologia dominante è stata fortemente criticata).

Ma torniamo al processo delineato sopra: il saldarsi di diverse istanze in una matrice ideologica può dar vita a qualcosa di ancora più nuovo[6]. Non parlo di una rivoluzione, quanto di un processo rivoluzionario (di cui la rivoluzione può essere l’esito, ma non necessariamente). Un processo rivoluzionario è per definizione qualcosa che smantella l’ideologia dominante per sostituirla con il proprio credo ideologico. Questa fase può durare a lungo o anche tornare a rompersi nei mille rivoli delle istanze portate dai “cigni grigi”.

Ora verrebbe da chiedersi perché almeno da Lyotard in poi esista una sorta di avversione per le ideologie. E’ un argomento troppo lungo da affrontare qui. Basta dire che l’errore fatto dalle ideologie che si sono succedute nel XIX e XX secolo è l’essere diventate “totalitarie” ossia credere ingenuamente che tutto dovesse e potesse essere letto alla luce della propria metafisica. Questo rischio esiste sempre, anche se fortunatamente un altro processo rivoluzionario in genere fa piazza pulita delle aspirazioni totalitarie delle ideologie passate. L’importante è rendersi conto che questo processo non porta necessariamente all’equilibrio, all’ipostasi, ma è un processo dinamico in cui l’ideologia dà la sua lettura del mondo, ma il mondo a sua volta ne determina le possibilità e i limiti.

La fallibilità è un concetto complesso, ma certamente umano e proprio delle ideologie umane, siano esse teorie della natura o teorie della società (che altro non è a sua volta che un prodotto ad un certo livello della natura). Dobbiamo convincerci ad abbandonare il campo “lineare” dell’ingegneria sociale a “spizzico”, che è sfortunatamente anch’esso un costrutto “ideologico” molto consono anche al neoliberismo dominante, per concepire qualcosa di meno semplice, certamente anch’esso fallibile, ma che può diventare necessario per demolire e attaccare anche l’attuale sistema se esso non soddisfa la legittima aspirazione alla giustizia.

Aldilà della possibilità di un processo rivoluzionario, che è una fase particolare della storia che non sempre è dato incontrare nell’arco della propria vita, qual è però in fin dei conti il suggerimento che viene per il “Cigno grigio”? Prima di tutto basta lamentarsi. In secondo luogo cercare di inquadrare la propria istanza in un contesto più generale. Questo può essere difficile perché la complessità sociale fa apparire i gruppi in competizione tra loro molto più di quanto sia effettivamente. Può sembrare che un’istanza giusta faccia a pugni con un’altra istanza giusta, ma in realtà questo è spesso solo apparenza (sentiamo spesso parlare di “guerre tra poveri”). Ultima cosa cercare una sponda nell’ideologia: stare da una parte per la propria idea di giustizia aiuta a calarsi in un contesto generale e a osservare le similitudini piuttosto che le differenze. Realizzare le proprie idee di giustizia sociale dovrebbe essere l’aspirazione più alta di ognuno, ma isolate e sparse in un mondo complesso, queste non si realizzeranno, solo un’idea più universale può trasformare “Cigni grigi” in “Cigni bianchi”.


1 Nissim N Taleb, The Black Swann, Random House 2007.

2 Benoit B Mandelbrot,The (Mis)Behavior of Markets, A Fractal View of Risk, Ruin and Reward (Basic Books, 2004)

3 Harold E Hurst, 1951, “Long Term Storage Capacity of Reservoirs,” Transactions of the American Society of Civil Engineers, 116, 770-799.

4 Se si usa il numero di Dumbar la popolazione della Terra si raggiunge in circa 4,5 passi ovvero la quarta persona è sufficiente che frequenti solo metà delle persone che attualmente frequenta.

5 Niklas Luhmann, Sistemi sociali, Il Mulino 1990.

6 E’ evidente che ciò non è ancora avvenuto nel movimento di Grillo che pur avendo dato peso a centinaia di istanze della società civile è ancora ideologicamente incerto, cosa che a lungo andare può rivelarsi fatale. Il principale avversario del movimento è risultato essere quel partito che ha in modo tortuoso ereditato una veste ideologica (sebbene dietro quella veste non c’è praticamente più null’altro che la genuflessione all’ideologia dominante).


4 commenti per “Cigni Grigi

  1. Alessandro Giuliani
    26 Giugno 2014 at 13:41

    Caro Giacomo, condivido parola per parola il tuo articolo che mi conferma come una buona conoscenza della statistica sia di questi tempi l’antidoto migliore per non cadere nelle grinfie di quella che tu definisci come ‘l’ideologia della mancanza di ideologia’.
    L’esponente di Hurst, così come le distribuzioni ‘scale-free’ che violano il teorema del limite centrale, e anche il calcolo di invarianti di rete, a chi mastica (almeno un poco) di statistica sono concetti intuitivi che necessitano di una matematica semplice (infinitamente più semplice della matematica della fisica teorica). Si tratta a ben vedere di ‘buon senso quantitativo’ .. il punto è che il buon senso di questi tempi è spaventosamente sovversivo, per cui prendiamo per buona l’equazione sistema complesso = impossibilità di capire = affidamenti cieco a una casta sacerdotale di illuminati. Sono profondamente felice che in questo sito si inizi a parlare approfonditamente dei metodi fattuali della conoscenza scientifica e non solo della scienza e della tecnica come Moloch pericoloso e imprevedibile.

  2. 27 Giugno 2014 at 21:09

    ciao Giacomo, il tuo è un articolo che si legge con piacere e cerca di delineare una possibile strada per quelli che chiami “cigni grigi” in modo da poter portare i propri interessi – o se vogliamo essere più poetici chiamiamoli anche idee/ideali – ad un giusto grado di rappresentanza nell’ambito di un sistema democratico. Il processo suggerito, quindi, è di tipo “bottom-up” e si fonda, in buona sostanza, su una auto-organizzazione di gruppo che potrebbe aspirare a diventare “virale” e quindi contagiare trasversalmente anche altri gruppi con una auspicabile reazione a catena. Evidentemente, per parlarsi di gruppo occorre che ci sia un’appartenenza e che tale gruppo sia riconosciuto in quanto tale dal sistema democratico e da quelle che sono le sue regole: qui sorge un problema non da poco, però, in quanto come minimo esistono in ogni sistema democratico quelli che non sono considerati nemmeno un gruppo o una parte, cioè sono “dalla parte dei senza parte” e quindi non hanno alcun modo di esistere se non come “clandestini” o, come direbbe Agamben, come “nuda vita”. Inoltre, e l’esempio del movimento 5 stelle è lampante in tal senso, non possono essere dei semplici interessi di “cittadini arrabbiati” (chiamiamoli “cigni grigi incazzati”) a muovere gli ingranaggi di una rivoluzione sociale di ampia scala, in quanto dei “meri interessi” – se vogliamo anche “innocenti” e “banali” seppur nella loro legittima manifestazione – non possono avere alcuna forza di cambiare uno status quo (filosoficamente lo possiamo chiamare “trascendentale”) che si fonda, come ben dici, sulla scoperta della complessità della democrazia e sul suo sfruttamento come alibi alla totale mancanza di decisione se non nella forma affidata al “re hegeliano” (e quindi per definizione “idiota”) di turno. Questo “re hegeliano” solo apparentemente deciderà e quindi si mostrerà dinamico e favorevole al cambiamento, ma in realtà, in quanto “idiota”, sarà solo la “longa manus” dello status quo (o trascendentale) imperante. Dunque, da un lato un “mare di senza parte” e dall’altro un “re idiota” – in mezzo una moltitudine di “cigni grigi” per usare il tuo lessico – delineano un mondo democratico essenzialmente incapace di movimento – quindi stagnante – come effetto della sua stessa iper-comunicazione a tutti i livelli. Ora, è evidente che se si vuole individuare il male di tutto ciò la risposta non può che avere, al livello politico, un unico imputato: la democrazia stessa, che evidentemente come il capitalismo è un trascendentale che consente per via della sua apparente “neutralità di facciata” la concentrazione di potere in poche mani (qui si che le dinamiche di “small world” e la legge di potenza fanno la loro bella figura) che è fondato su un’architettura meramente formale e di tipo trivialmente materialista e per questo letale. A tutto questo, a mio parere, non c’è grande soluzione se consideriamo che la storia evolutiva “è andata così” – cioè se pensiamo che quello che c’è può essere modificato con quello che già c’è (siano pure gli interessi di “cigni grigi” illuminati) – a meno di non uscire completamente al di fuori di ogni probabilità e quindi di concetto stesso di “cigno” per approdare ad una visione “a-storica” dove la rottura improvvisa e casuale genera conseguenze inattese ed imprevedibili, portando ad esistere quanto era precedentemente impensabile. Siamo però nel campo dell’evento filosofico e non più di quello statistico imprestato alle scienze della complessità sociale. Saluti e a rileggerti!

  3. Roberto D
    30 Giugno 2014 at 11:53

    Il saggio di Giacomo è di gran pregio: dà sostanza – il “buon senso della quantità” al funerale mal celebrato della ideologia che ha concluso l’esperienza ‘900esca della sinistra “ideologica” (comunista e socialista). Mi convince la parte analitica-statistica sulla complessità sociale, sul suo strutturarsi per interessi e muoversi attraverso la zona d’ombra-grigia. A mio avviso tale “realtà” (fatto)-visibile solo nel post-moderno- è conferma della debolezza della semplificazione delle “classi” fatta dal marxismo ortodosso (socialista e comunista) ma già presente in alcuni passi spontaneisti di Marx, e nello stesso uso della relazione manichea “proletariato\borghesia”. Il pregio maggiore del presente saggio è la sua “dialetticità” cioè il lasciar aperta anche l’istanza ideologica e non affogarla “subito” in una verità”pret-a-porter” positivista, neo-positivista, eoconimicista, insomma anti-storica. Giacomo, vede meglio “ora” (come dicevo) rinverdisce e offre nuovo lessico a quel dibattito sull’ideologia che va da Lenin e Gramsci ma che “allora” (e poi)venne avvolto e “censurato” nei sacri testi con il risultato di confondere -soprattutto in Lenin- filosofia e ideologia. In realtà la “prassi”, cioè i comportamenti di Lenin e di Gramsci, sono piuttosto chiari e depongono per un’interpratazione “funzionale” dell’ideologia: sia il “partito” leniniano come frazione, sia lo spirito di scissione gramsciano, dicono di una consapevolezza della “parzialità” della sintesi ideologica, di quella funzione unificante per l’azione e non per la verità. Perlatro entrambi hanno consapevolezza del “complicarsi” sociale del dualismo marxiano: in Lenin la base sociale ha la caratteristica del “grigio” di classi e gruppi (nel senso descritto da Giacomo)in contatto\conflitto tra loro (contadini dei soviet, soldati, rari operai), così come Gramsci ha presente l’importanza delle semiclassi, dei residui pre-moderni ma anche dell’americanismo e dei gruppi dirigenti “intelettuali”. In Lenin ovviamente è possibile verificare chiaramente il lavoro dello smantellamento di una “ideologia e dalla sua sostituzione con un’altra” , come osserva a ragione Giacomo, che sta nel suo “processo rivoluzionario”. Sottolineo questo che è, a mio avviso, il nucleo dell’argomentazione: la rivoluzione implica l’ideologia, in quanto forzatura del “grigio” verso il “bianco” -come conclude Giacomo-, in quanto rottura del continuum con un innovazione che nel lato complessità-società esalta la “dinamica”, i cui picchi sono “cigni neri”, sulla “stasi-statistica”. La rivoluzione è il “fenomeno” (in senso kantiano) che mostra la potenza “pratica” dell’ideologia -unificare – e il suo limite “teoretico” -la parzialità-: in maniera tale che il concetto leniniano de “la verità è sempre rivoluzionaria” smentisce la possibilità di una ideologia “trascendente” fuori dalla sua funzione di promuovere moto, al di là della sua temporalità. Infatti coloro -Popper, Fukyuama ma anche Bobbio- che hanno celebrato la fine dei tempi “ideologici” e l’eterno presente delle “procedure” vogliono, come la “scolastica”, rendere somministrabile la teologia economica “semplificante”, in maniera che tutte le idee siano “nere” ,come le vacche hegeliane, e per far vedere la società di “cigni grigi”.

  4. Jack
    12 Luglio 2014 at 16:04

    Vi ringrazio per i vs commenti. Quello di Mario che avevo precedentemente letto su fb è molto profondo è interessante sebbene un poco pessimista. Ma è abbastanza ovvio che nelle nostre vite individuali una fase rivoluzionaria sia un cigno nero, ovvero un evento molto raro. Peraltro il suo commento stimola un’idea che è già circolata qui che è quella della relazione tra “democrazia” e “capitalismo” ed anche una concezione critica della prima che nel nostro mondo “complesso” non è facile ignorare.
    Riguardo al commento di Roberto mi è sembrata molto interessante l’analisi del ruolo dell’ideologia in Lenin e Gramsci. In effetti vi è sempre stato un tentativo da parte degli “ideologi” di venire a patti con l’ideologia stessa perché erano ben consci del pericolo di una deriva puramente idealista. La pratica rivoluzionaria li forzava in un certo senso ad un contrasto tra mondo reale e idee, o se vogliamo tra struttura e sovrastruttura, che non sempre poteva essere interpretato in modo semplice. O si forzava la pratica a seguire l’ideologia con risultati che però erano opposti a quelli voluti (ricordiamoci del buon Mao e delle sue fallimentari campagne) o si deve concedere che l’ideologia è fallibile e limitata ad un aspetto del mondo e non al tutto, in qualche modo incrinandone però l’immagine, e aprendo la porta ai critici della “fine delle ideologie”. Il segreto è probabilmente cercare di barcamenarsi tra questi estremi mantenendo una posizione critica, ma non del tutto anti-ideologica.
    Per chi legge l’inglese vi accludo il seguente link che mi ha fatto riflettere molto sulla “fine delle teoria” che poi traslato nel linguaggio delle scienze sociali significa appunto la “fine delle ideologie” http://www.syloslabini.info/online/big-data-complexity-and-scientific-method/

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