L’Iran potrebbe appoggiare una rivoluzione contro Casa Saud?


Teheran ha ricevuto i rappresentanti di Turchia, Pakistan ed Arabia Saudita, facendo chiarezza sulla forza militare dell’Asse sciita della Resistenza: sconfitta la “coalizione di Epstein”, Casa Saud potrebbe conoscere la propria fine ingloriosa.

Le azioni della Resistenza yemenita hanno portato Casa Saud sull’orlo del collasso: il capitalismo saudita, più che altro un regime cleptocratico caratterizzato dall’ideologia wahabita, vive le contraddizioni derivanti da una modernizzazione borghese rimasta circoscritta alle grandi metropoli, mentre il mancato “stato nazionale” saudita è sprovvisto perfino di un esercito regolare capace di tenere il territorio. Storicamente Casa Saud ha affidato le proprie operazioni militari a bande di mercenari (Al Qaeda, ISIS, Boko Haram, ecc..), cercando d’esportare in Afghanistan e Jugoslavia prima, Libia e Siria di recente l’ideologia tribale sistematizzata nel ‘700 dal monaco reazionario Wahhab: un sistema di potere che, insieme al sionismo israeliano, nel ventunesimo secolo istituzionalizza l’oppressione. Dietro le quinte, la CIA, Pentagono e Mossad conducevano le danze.

Il conflitto fra il governo rivoluzionario yemenita ed il wahabismo non permette mediazioni: la Resistenza yemenita, improntata allo zaydismo, ritiene che ogni buon musulmano debba avere nel proprio codice etico la lotta contro l’ingiustizia, coniugando l’”Islam rosso” di Ali Shariati, traduttore in persiano delle opere di Ernesto “Che” Guevara e Frantz Fanon, con la formazione politica dei vecchi quadri militari del Partito Socialista Yemenita. Per quanto una parte della “sinistra bianca” ed eurocentrica faccia spallucce, la Resistenza degli Houthi è oggettivamente antimperialista e con alcuni connotati socialisti.

Davanti al collasso saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rifornito Riyad di “copertura aerea” e “difesa missilistica”, ciò nonostante l’Arabia Saudita è già stracolma di aerei militari statunitensi, quindi il Patto di la Mecca è stato soltanto parzialmente onorato; nessun Paese sunnita manderà i propri militari nella penisola arabica, a morire per Casa Saud. Motivati ideologicamente, sostenuti dalla popolazione autoctona ed esperti nella “guerra guerreggiata” (per dirla con Guevara), gli Houthi non possono essere affrontati senza un grandissimo dispendio di vite umane, una dedizione che storicamente manca agli eserciti dei regimi neocoloniali.

L’analista spagnolo residente in Iran, Xavier Villar, ha messo a confronto la propria disamina con quella dello scrittore giordano-palestinese Joseph Massad, leggiamo:

“L’Accordo della Mecca è stato interpretato come un tentativo collettivo dell’Arabia Saudita di orientarsi nell’ordine regionale in seguito alla fine dell’egemonia statunitense. Allo stesso tempo, tuttavia – come sostiene Joseph Massad – «l’Accordo della Mecca non è altro che l’ultima espressione di una politica statunitense che risale ai primi anni della Guerra Fredda, volta a preservare i regimi filo-occidentali esistenti, il loro protettore americano e il loro alleato tacito, Israele». Queste due interpretazioni non si escludono a vicenda. L’Arabia Saudita ha compreso che l’ombrello di sicurezza americano non è più sufficiente né affidabile. Eppure, a un livello più ontologico, il Paese continua a interpretare il mondo attraverso le categorie dell’«occidentalità».” 1

Quindi l’alleanza militare fra i tre grandi Paesi sunniti (anche se non possiamo considerare l’Arabia Saudita uno “stato nazionale”) potrebbe essere interpretata tanto in funzione anti-sciita quanto in funzione anti-Netanyahu; con tutta probabilità sarà la Federazione Russa, dopo aver disarticolato il sistema di potere della NATO in Europa centrale, a ridefinire gli assetti geopolitici in Asia occidentale. Continua Villar:

“In un contesto segnato dalla possibilità di una ripresa delle ostilità tra Iran e Stati Uniti, questi incontri assumono un significato particolare. Gli Stati della regione sono consapevoli che potrebbero pagare un prezzo molto alto per una nuova escalation, innanzitutto a causa dei danni che verrebbero arrecati alle infrastrutture energetiche, ai porti e alle rotte commerciali.” (Ibidem)

Dall’altra parte bisognerà capire quale sarà il prezzo da pagare per Casa Saud, affinché Teheran non permetta agli Houthi di avanzare via terra: la Turchia vorrebbe riavere la gestione dei luoghi santi, mentre Teheran decostruirà le reti globali dell’”Islam politico” di matrice sunnita, lo scorpione velenoso che ha distrutto la Siria baathista (plurale e socialista) di Bashar al-Assad.

Citando il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Baqai, all’agenzia IRNA: “Insistiamo sul fatto che la sicurezza regionale possa essere garantita solo se si tengono in considerazione le preoccupazioni in materia di sicurezza dei paesi della regione stessa”. Gli eventi drammatici degli ultimi due anni – continua – e in particolare quelli degli ultimi otto mesi, hanno dimostrato che una stabilità duratura è possibile solo attraverso “la costruzione della fiducia e la cooperazione tra i paesi della regione” (menzionato nell’articolo di Villar). Una riunione dove l’Iran ha messo in chiaro a Turchia e Pakistan che l’Asse sciita della Resistenza è una potenza economica e militare, in grado di disarticolare l’Arabia Saudita, uno “stato nazionale” mancato incapace di combattere un conflitto convenzionale. Riyad è una proiezione del “terrorismo di stato” israeliano.

Come disse il socialista panarabo Nasser, la liberazione della Palestina dal nazi-fascismo israeliano non può prescindere dall’abbattimento dei regimi arabi-conservatori.

https://www.hispantv.com/noticias/opinion/683282/teheran-representantes-arabia-saudi-turquia-pakistan
Gli Houthi non si fermeranno": per il Pentagono tutto si basa sulle scorte  di armi in Yemen – il Giornale

Fonte foto: https://www.ilgiornale.it/news/terrorismo/houthi-non-si-fermeranno-pentagono-crisi-pu-finire-solo-fine-2283020.html (da Google)

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