Dove sta oggi il potere?


Abbiamo bisogno di un’analisi aggiornata della composizione delle classi dominanti

La riflessione sui problemi dei quali cerco qui di offrire una prima sistemazione ha preso avvio dal dibattito attorno al “woke”, perché mi è parso evidente che quando si prova ad arrivare al nocciolo si trova che non è possibile impostare la questione del riposizionamento dell’ideologia egemone senza porre, a monte, la questione della composizione delle classi dominanti.

Devo, pertanto, preliminarmente richiamare le linee essenziali di quel dibattito. A dire il vero, non ho mai usato molto il termine “woke”, preferendo fare riferimento ad altri, quali il “politicamente corretto” e le altre sue strutture discorsive. Credo, comunque, che si dica la stessa cosa, a patto di aver chiaro che espressioni come “capitalismo woke” non indicano un modo di produzione, ma appunto una sovrastruttura discorsiva, che ha posto come cruciali alcune “battaglie” (uso doverosamente le virgolette) quali l’ambientalismo disancorato dalla questione sociale, il femminismo liberale, le “pari opportunità” o le istanze dei movimenti lgbtq+. Ma nel fare questo ha fatto molto di più. Non ha soltanto deviato l’attenzione dai diritti sociali, ha anche proiettato le divisioni nel campo dei subalterni, dividendoli e mettendoli in contrasto tra loro. Ha suscitato guerre orizzontali. E, quindi, il woke è stata, ed è, un’ideologia delle élite.

Si ricorderà il punto di innesco del dibattito sul woke proveniente dagli Stati Uniti: Ocasio-Cortez, da sempre paladina delle “battaglie” woke, dichiarò che il woke 1 è stato “folle”, e che serve ora un woke 2. Insomma non era sbagliato, soltanto che adesso c’è bisogno di un woke meno pazzerello.

Stando così le cose, la questione centrale diventa quella che viene rilanciata e approfondita da Alessandro Visalli  in un lungo articolo (1) (che dialoga anche con un altro mio più breve): “Perché proprio adesso?”. Visalli inquadrava in prima battuta le dichiarazioni di Ocasio-Cortez come un vero “programma politico; rappresenta il tentativo suo e dei suoi compagni di uscire dal recinto della politica elitaria [nel quale è confinato il Socialismo USA] cambiando linguaggio per creare un contatto con i lavoratori.”. In altre parole, il woke non ha mai sfondato nelle classi lavoratrici, quindi bisogna cambiare registro. Un riposizionamento tattico, dunque, in primo luogo.

Un altro fatto significativo è rappresentato dal rilancio delle dichiarazioni di Ocasio-Cortez da parte dei principali media progressisti, cioè i megafoni delle classi dominanti. A monte della domanda “Perché proprio ora” occorre quindi chiedersi, se non in modo forse deterministico “Per conto di chi”, almeno “Per chi” questo riposizionamento del woke avvenga, come lo stesso Visalli suggeriva in una conversazione redazionale. Un tentativo di rispondere a questa domanda, a mio avviso centrale, deve necessariamente passare per l’analisi della composizione delle classi dominanti. Il riposizionamento di quella che ad oggi è stata la loro sovrastruttura discorsiva più efficace deve legarsi (anche) a una loro ricomposizione.

Intendo ora provare a gettare alcune basi per questa analisi, sapendo che il risultato sarà di sicuro sia imperfetto che provvisorio rispetto al compito. Intendo far poggiare la mia analisi sulle rigorose indicazioni di metodo offerte da Luciano Gallino (2), la cui mappatura delle classi dominanti necessita tuttavia, a quasi un quindicennio di distanza, di essere aggiornata. Gallino definì i caratteri di quella che è diventata un’unica classe dominante transnazionale, capace di condurre con efficacia, e vincere, la lotta di classe dall’alto. In essa includeva i politici di primissimo piano, i top manager dell’industria e della finanza, i latifondisti (nei Paesi in cui questa classe sociale è ancora egemone, per esempio in Brasile o in India) o gli immobiliaristi. Gallino segnalava anche una classe sociale di più recente affermazione, cioè i capitalisti per procura. È degno di nota che il sociologo la presentasse come una “new entry”, definendoli come “attori di nuovo genere”. I capitalisti di questo tipo gestiscono capitali di risparmiatori terzi, accumulando quote di controllo azionario gigantesche in quasi tutte le società quotate. In cima ai grandi nomi del capitalismo per procura figurano oggi Blackrock, Vanguard e State Street.

In quindici anni molte cose possono cambiare, specialmente nella configurazione del Capitalismo e e nella composizione delle classi dominanti. Rispetto alla mappatura fatta da Gallino, infatti, ci sono ben due novità: a) l’affermazione dei capitalisti di sorveglianza, prodromica a partire dai primi anni Duemila e perentoria con l’avvento dei social network, e b) la più recente ma crescente integrazione tra i capitalisti di sorveglianza e i capitalisti per procura.

I capitalisti di sorveglianza costituiscono gli ultimi in ordine di arrivo, fuori dal censimento di Gallino. Rispondono ai nomi di Alphabet / Google, Meta, Microsoft, Amazon ecc. Estraggono, analizzano e monetizzano i dati comportamentali degli utenti. È un capitalismo di tipo nuovo, perché non estrae più plusvalore soltanto dal lavoro, ma dall’esistenza umana nella sua totalità (3).

Questa crescente integrazione tra capitalisti per procura e capitalisti di sorveglianza è guidata dalla convergenza tra l’enorme potere finanziario dei primi e il controllo tecnologico e comportamentale dei secondi, al punto da realizzare una concentrazione di poteri inedita nella Storia.

L’integrazione si incardina su tre assi: a) Proprietà azionaria incrociata: i grandi fondi di investimento (capitalisti per procura) sono sistematicamente i maggiori azionisti istituzionali delle aziende del capitalismo digitale; b) I dati come asset di valutazione: i fondi di investimento utilizzano algoritmi predittivi per prendere decisioni di trading in tempo reale. I dati comportamentali accumulati dalla sorveglianza digitale diventano la materia prima con cui i capitalisti per procura ottimizzano l’allocazione del capitale globale; c) Infrastruttura e cloud:  molte istituzioni finanziarie stanno spostando le loro intere infrastrutture tecnologiche sui server cloud di Amazon, Microsoft e Google. C’è quindi una dipendenza tecnica ed esistenziale della finanza globale dall’infrastruttura dei giganti della sorveglianza.

La stretta integrazione è dunque consolidata, è dimostrata. In questo modo proviamo ad aggiornare l’analisi della composizione delle classi dominanti fornita da Gallino, tenendo fermo il suo impianto metodologico. Quando il potere di voto e di veto sui mercati si unisce al potere di intrattenere, deviare, vampirizzare energie e colonizzare il tempo dei subalterni, saturare l’immaginario, condizionare le opinione pubbliche, o i brandelli che ne restano nella fase attuale del capitalismo neoliberale e tecnocratico, si assiste a una concentrazione di poteri senza precedenti. Questo asse, infatti, influenza non soltanto l’economia, ma anche la politica e in definitiva tutti gli ambiti dell’esistenza degli individui.

Un esempio molto concreto e punto di incontro fisico della crescente integrazione tra le due classi di capitalisti è fornito dai Data Center. Questi immensi capannoni industriali grigi, anonimi e privi di finestre spuntano come funghi per lo più lontani dalla percezione comune degli “utenti” dei prodotti del capitalismo digitale. In essi vengono collocati, ben refrigerati, i circuiti e i chip nei quali si trova tra l’altro alloggiata la nostra identità digitale, visto che ogni azione, reazione o interazione che abbiamo online genera una copia che finisce in questi luoghi e che non viene mai cancellata. Per alimentare i server e gli impianti di raffreddamento, un Data center consuma quantità immani di energia, confrontabile con quella consumata da una singola piccola regione italiana.

Interessante, per la nostra analisi, quanto si apprende circa la prossima costruzione di un Data center in Puglia (4), che è una delle regioni al centro di questa colossale partita, grazie al suo mix di energia solare ed eolica e la sua posizione strategica per i cavi sottomarini, con gravi conseguenze sul consumo di suolo, già esorbitante, sulla gestione dell’acqua e in termini di pressione sulle risorse locali. Come riferisce Alessandro Volpi in un documentato e puntuale intervento (5), l’operazione di costruzione del Data center, annunciata dal colosso Big Tech Nvidia sotto la guida di Jensen Huang, mira a mobilitare 500 miliardi di dollari. Ma il fatto notevole è che Nvidia non prenderà queste risorse direttamente dal suo bilancio, bensì le otterrà da una maxi-alleanza finanziaria con Balckrock, Goldman Sachs e Blackstone. Alcuni di questi grandi fondi di investimento sono anche azionisti di Nvidia e hanno fitte partecipazioni incrociate. “L’obiettivo è finanziare la costruzione delle imponenti infrastrutture fisiche necessarie all’intelligenza artificiale (…) creando un ecosistema in cui Nvidia non si limita a vendere i chip, ma si assicura che esistano i capitali per costruire i ‘contenitori’ in cui tali chip verranno installati”. (A. Volpi)

In Lombardia ci sono ad oggi 65 Data Center, di cui 49 nella sola provincia di Milano. (6) A conti fatti bevono energia come sei Valle d’Aosta. In Puglia si contano ad oggi “soltanto” quattro Data center, ma la regione è sempre più al centro del business. (7)

La mia ipotesi di lavoro è che sia proprio questa inedita concentrazione di poteri ad essere realmente alla base del riposizionamento del woke partito dagli USA. Sono proprio le Big Tech, del resto, ad aver finora difeso e rilanciato a caratteri cubitali tutte le indifferibili “battaglie” del politicamente corretto. Ma ora, con la spaventosa recrudescenza geopolitica in atto, è richiesto un posizionamento più pragmatico (il Woke 2.0 annunciato da Ocasio-Cortez) per far accettare alle opinioni pubbliche occidentali scelte di austerità e di guerra globale. In altre parole, se il woke 1 garantì e coprì l’espansione di mercati comportamentali, il woke 2 deve coprire la geopolitica di guerra e giustificare il pragmatismo bellico. Il quadro geopolitico è radicalmente mutato. La connessa necessità di una reindustrializzazione pesante sta rendendo obsoleto il woke 1.

Fusione tra Big Tech e apparato militar-industriale. Le Big Tech non sono più solo le piattaforme di intrattenimento – di una forma per altro profondamente opaca e manipolatoria – e di pubblicità, ma le fornitrici dell’infrastruttura di difesa (IA applicata ai droni, cybersicurezza ecc.). Aziende come Microsoft, Google, Amazon e Palantir sono diventati i pilastri della sicurezza nazionale  occidentale. Serve, quindi, un linguaggio diverso: più pragmatico e allo stesso tempo istituzionale, sobrio, da coniugare con l’austerità. Il woke 2.0 parlerà probabilmente la lingua del “buon senso”, del pragmatismo e della responsabilità, anche a costo di un gravissimo scollamento con la realtà e con la società, come stiamo vedendo con le vaste mobilitazioni in corso, le cui istanze vengono “gestite” con la repressione. Il progressismo del woke 2.0 non sarà in contrasto con il ricorso alla repressione. La retorica woke dei diritti civili (in realtà nient’altro che diritti individuali neoliberali, meramente cosmetici) non viene quindi cancellata, bensì riposizionata in chiave geopolitica. Le battaglie sui diritti civili vengono proiettate verso l’esterno, diventano il valore supremo da agitare contro il nemico che ne è negatore (“barbaro”, “autocratico”…), forgiando così un progressismo identitario usato come arma geopolitica. In modo inverosimile e senza temere il ridicolo, l’Europa viene presentata come ultimo spazio di democrazia e di libertà. Il conflitto ucraino ha fornito la leva di accelerazione di questo riposizionamento. In questi giorni stiamo vedendo con chiarezza come, a fronte di popolazioni europee largamente contrarie alla guerra, i leader europei vorrebbero tirare dritto mentre all’interno ricorrono alla repressione.

Ed ecco che, per estremizzare e assorbire interamente la polarizzazione insita nel progressismo identitario dell’occidente collettivo, cristallizzandola, sbuca Vannacci, cioè un negatore dei diritti talmente radicale e persino ridicolo, quasi macchiettistico (“niente gay in tv”…) da legittimare come normalità acquisita dell’impianto valoriale dell’occidente collettivo un progressismo pronto ad essere usato come collante di un “campo larghissimo” – annunciato da Monti e ovviamente con la benedizione postuma e imperitura di Emma Bonino – che dovrà far digerire altra austerity e altra guerra. Vannacci è lo spauracchio pseudo-dialettico, agente polarizzatore e di sbarramento.

Le vaste manifestazioni in corso si inseriscono come tanti granelli di sabbia negli ingranaggi della transizione ideologica in atto. Il wokismo 2.0, infatti, presuppone che le opinioni pubbliche occidentali accettino sacrifici economici e scelte di guerra in nome della difesa dei “valori democratici e inclusivi”, mentre dalle proteste sta emergenza la consapevolezza del nesso strutturale che lega il carovita alla guerra globale, con la connessa istanza di riorientare le priorità politiche verso la spesa pubblica. Anche per questo sarà decisivo che le proteste, nei loro sviluppi, non si concentrino esclusivamente contro il governo Meloni – che pure va incalzato come obiettivo prioritario immediato – o, altrove, contro l’esecutivo di turno. Occorre, invece, rafforzare una impostazione di critica complessiva al sistema neoliberista, tecnocratico e della guerra – di cui in Italia il PD e larga parte delle presunte opposizioni sono altrettanto parte integrante – per scongiurare il rischio che questo possa dividere, deviare, o cooptare le spinte del dissenso.

(1) A. Visalli, “Woke one was crazy”? Note su un dibattito strano, su «Tempo fertile. Nella fertilità cresce il tempo», 30/08/2026

(2) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Bari-Roma, 2012

(3) Lo ha messo per prima in chiara evidenza S. Zuboff nel suo Il capitalismo di sorveglianza (edito in Italia nel 2019 da Luiss Univerity Press).

(4) R. Cantalino, Una valle di server. Il grande affare dei data server in Puglia, su «Fondazione Giangiacomo Feltrinelli», 10/07/2026

(5) A. Volpi, L’ultima idrovora del risparmio globale, pubblicato dall’autore sulla sua pagina Facebook e rilanciato da varie testate, tra cui «Contropiano».

(6) C. Merico, Data center, 65 in Lombardia e 49 nella sola Milano. Un problema per la rete elettrica?, su Network Rai, 30/06/2026

(7) Si aggiunga che la regione è già una piattaforma militare strategica per la NATO e porta i segni di almeno vent’anni di sviluppo economico mercantilistico. L’esempio pugliese aiuta a impostare la questione: è forse possibile, oggi, contrastare il sistema della guerra senza vedere con chiarezza il suo legame con l’egemonia tecnocratica?

Fonte foto: https://travail-industrie.com/blog/article-titre/travailler-dans-un-data-center (da Google)

1 commento per “Dove sta oggi il potere?”

  1. Ros* lux
    25 Ottobre 2026 at 16:08

    Cit. # “capitalismo woke” non indicano un modo di produzione, ma appunto una sovrastruttura discorsiva #

    Non sono d’accordo in questo modo non viene colto il nesso tra la particolare struttura attuale del Capitalismo e la sua sovrastruttura.

    Per la teoria marxista c’è un legame indissolubile tra il modo in cui produciamo le merci e il modo in cui strutturiamo la società, la morale e i diritti.
    È possibile tracciare un parallelo storico e sociologico tra Fordismo/Americanismo e Toyotismo/Transfemminismo,Wokismo.

    Ecco una possibile analisi comparativa di come i due modelli di produzione si riflettono (o si sono riflessi) sulle rispettive sovrastrutture culturali e sociali.

    Il blocco storico: Fordismo, Americanismo e Controllo Sociale

    Come intuì magistralmente Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere (nel saggio “Americanismo e Fordismo”), il sistema di fabbrica introdotto da Henry Ford non poteva limitarsi a disciplinare l’operaio all’interno dell’officina. Per mantenere i ritmi alienanti della catena di montaggio, serviva un nuovo tipo di essere umano.
    L’Americanismo: L’ideologia del progresso tecnico, dell’efficienza e del consumo di massa. L’operaio veniva pagato abbastanza (i famosi 5 dollari al giorno) per poter comprare l’auto che produceva, legando il proprio destino al successo del capitalismo industriale.

    L’Etica Familiare e il Puritanesimo: Ford creò il Sociological Department, un corpo di ispettori che visitava le case dei dipendenti. Per ricevere la paga piena, l’operaio doveva avere una vita familiare stabile, monogamica ed eteropatriarcale.

    La famiglia nucleare era la cellula fondamentale per riprodurre e ristorare la forza lavoro maschile dopo una giornata di turni massacranti.

    • Il Proibizionismo: L’alcol era il nemico dell’efficienza. Un operaio ubriaco o con i postumi della sbornia era un pericolo per la catena di montaggio e un elemento di instabilità sociale. La morale puritana e il controllo statale sui costumi servivano direttamente a proteggere la produttività della fabbrica.

    Il Toyotismo: Dalla rigidità della catena alla fluidità del “Just in Time”

    Il Toyotismo (o Lean Production), nato in Giappone nella seconda metà del Novecento e globalizzatosi dagli anni ’80/’90, scardina la rigidità fordista. Non si produce più per accumulare scorte (produzione di massa), ma si produce solo ciò che il mercato richiede in quel momento (Just in Time).
    Le caratteristiche del Toyotismo sono:
    • Flessibilità e adattabilità: L’operaio non fa più un solo gesto meccanico per tutta la vita; deve saper fare più cose (polivalenza) e lavorare in team.
    • Coinvolgimento cognitivo: Al lavoratore viene chiesto di “pensare”, di proporre miglioramenti (il principio del Kaizen), di mettere l’anima nell’azienda.
    • L’economia dei servizi e delle piattaforme: Il Toyotismo evolve oggi nel capitalismo delle piattaforme (Uber, Amazon, Deliveroo), dove i confini tra tempo di lavoro e tempo libero sfumano completamente.

    La correlazione contemporanea: Toyotismo, Wokismo e Transfemminismo

    È possibile sostenere che il “Wokismo” (inteso nel dibattito pubblico come la focalizzazione mainstream sui diritti civili, la diversità e l’inclusione) e il transfemminismo siano il corrispettivo culturale del Toyotismo mettendo in evidenza i seguenti aspetti :

    La scomposizione delle identità e la flessibilità (La lettura strutturale)

    • Dal blocco monolitico alla frammentazione: Il Fordismo aveva bisogno di una società standardizzata (tutti compravano la Ford Model T “di qualsiasi colore, purché sia nera”). Il capitalismo post-fordista/toyotista prospera invece sulla nicchia, sulla diversificazione e sulla personalizzazione.

    • La fluidità: Come il lavoro deve essere fluido e flessibile, così le identità (di genere, sessuali, culturali) si liberano dalle gabbie rigide della famiglia tradizionale fordista. Il transfemminismo e le teorie queer, che mettono in discussione i binarismi rigidi, si muovono (a livello temporale e sociologico) in un mondo che ha già fluidificato i rapporti economici.

    Il “Capitalismo Arcobaleno” e la Diversity & Inclusion -La cooptazione nell’elite .

    • Il nuovo controllo sociale: Se Ford controllava che tu non bevessi e fossi sposato, le grandi multinazionali toyotiste oggi competono per apparire inclusive. I dipartimenti di Diversity, Equity and Inclusion (DEI) nelle aziende della Silicon Valley (strutturate sul modello toyotista dell’autonomia e del lavoro per obiettivi) promuovono attivamente il linguaggio inclusivo e il rispetto delle minoranze.

    • Perché lo fanno?

    ‌ Marketing: Il consumatore post-fordista non compra solo un oggetto, compra un valore, uno status etico.
    Neutralizzazione del conflitto: Spostando il focus sui diritti civili e di rappresentanza all’interno dell’azienda, spesso si mettono in secondo piano i diritti sociali e materiali (salari, precarietà, sindacalizzazione).

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