I figli culturali della borghesia perbenista


Mao Tse-tung, che di rivoluzioni se ne intendeva, sosteneva che quando sotto il cielo regna una grande confusione, la situazione può diventare eccellente. Naturalmente, Mao sapeva bene che il caos sociale non produce automaticamente una rivoluzione. Perché le contraddizioni di una società possano trasformarsi in un processo rivoluzionario occorrono una direzione politica, una capacità organizzativa e, soprattutto, una prospettiva alternativa all’ordine esistente. Senza questi elementi, la rabbia può esplodere, manifestarsi attraverso proteste e violenze, ma difficilmente riesce a trasformarsi in un progetto di cambiamento dei rapporti sociali. Non intendo sviluppare un’analisi di sociologia storica sulle cause delle rivoluzioni, ma richiamare alcuni passaggi utili a comprendere il presente. Dalla rivolta dei baroni contro Giovanni Senza Terra alla Riforma protestante, dalle rivoluzioni inglesi del Seicento alla guerra d’indipendenza americana, dalla Rivoluzione francese a quella russa del 1917, fino alle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana, ci troviamo davanti a processi profondamente differenti per natura e composizione sociale, ma accomunati, nelle loro esperienze più significative, dalla presenza di soggetti politici capaci di interpretare le contraddizioni del proprio tempo e di tradurle in una prospettiva di trasformazione.

Marx aveva individuato nei rapporti materiali di produzione il fondamento delle contraddizioni sociali; Lenin aveva posto al centro della propria elaborazione il problema dell’organizzazione e della coscienza rivoluzionaria; Gramsci avrebbe successivamente approfondito una questione decisiva per comprendere le società capitalistiche avanzate: il potere delle classi dominanti non si fonda esclusivamente sulla coercizione e sul controllo dei mezzi di produzione, ma anche sulla capacità di costruire un’egemonia culturale, di far apparire i propri valori, i propri interessi e la propria concezione del mondo come naturali, universali e condivisi.

È proprio partendo da questa considerazione che vorrei interpretare quanto sta accadendo nelle società europee. Francia, Germania, Belgio, Spagna, Italia e altri paesi sono attraversati da proteste che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori, lavoratori, studenti, settori impoveriti del ceto medio e giovani delle periferie. Si tratta di fenomeni differenti, che non possono essere ricondotti meccanicamente a un’unica causa. Una cosa sono le mobilitazioni di chi rivendica salari, occupazione, diritti e condizioni di vita dignitose; altra cosa sono i saccheggi, le devastazioni e le violenze di gruppi privi di una qualsiasi prospettiva politica. Tuttavia, questi ultimi fenomeni non possono essere interpretati soltanto come manifestazioni di criminalità individuale, separandoli dal contesto culturale nel quale si producono. Ed è proprio su questo punto che emerge l’ipocrisia della borghesia perbenista. Quando vengono assaltati negozi di lusso, quando scompaiono borse Louis Vuitton, scarpe firmate e altri simboli del consumo ostentato, assistiamo alla consueta indignazione dei benpensanti. Si invocano ordine, sicurezza e repressione, descrivendo i protagonisti di quelle violenze come corpi estranei a una società che si presume sana e moralmente superiore. Ma chi ha costruito il modello culturale nel quale quei giovani sono cresciuti?

Ai tanti borghesi scandalizzati vorrei dire una cosa molto semplice: quei saccheggiatori sono i vostri figli. Non in senso biologico, naturalmente, ma culturale. Sono il prodotto di un modello di società che, soprattutto negli ultimi quarant’anni, ha progressivamente imposto l’individualismo competitivo, l’arricchimento personale, il consumismo e l’ostentazione della ricchezza come valori dominanti. Il capitalismo neoliberale non si è limitato a modificare l’organizzazione della produzione, i rapporti di lavoro e il ruolo dello Stato. Ha realizzato una trasformazione culturale profonda, penetrando nei comportamenti quotidiani, nelle aspirazioni individuali, nelle relazioni sociali e perfino nel modo in cui le persone percepiscono sé stesse. Attraverso la pubblicità, la televisione commerciale, l’industria dell’intrattenimento e, successivamente, le piattaforme digitali e i social network, ha costruito un immaginario collettivo nel quale il successo coincide con la ricchezza, la libertà con la capacità di consumare e il riconoscimento sociale con il possesso di merci. L’individuo è stato progressivamente educato a considerarsi un’impresa, a competere con gli altri, a misurare il proprio valore attraverso il reddito, l’apparenza e la possibilità di accedere a determinati stili di vita. Il cosiddetto American way of life, nella sua versione più esasperatamente individualistica, è diventato il riferimento culturale di intere generazioni. Il risultato è una società nella quale si è progressivamente indebolita l’idea di appartenenza collettiva, mentre la solidarietà è stata sostituita dalla competizione e il cittadino è stato ridotto alla dimensione di consumatore.

È questo il terreno sul quale occorre collocare anche alcune delle manifestazioni di violenza alle quali assistiamo. Quando un giovane assalta un negozio per impossessarsi di una borsa firmata o di un paio di scarpe costose, non sta necessariamente rifiutando i valori della società capitalistica. Al contrario, può manifestarne l’interiorizzazione più completa. Non contesta il significato sociale della merce, ma pretende di possederla. Non mette in discussione il modello di successo che gli è stato imposto, ma cerca di raggiungerlo attraverso la violenza. È una forma di ribellione che rimane interamente prigioniera dell’ideologia dominante. Il capitalismo ha costruito desideri che non può soddisfare universalmente, ha trasformato il consumo in un criterio di riconoscimento sociale e ha alimentato aspettative che le condizioni materiali di esistenza rendono irraggiungibili per una parte crescente della popolazione. La contraddizione tra il modello di vita continuamente proposto e la possibilità concreta di realizzarlo produce frustrazione, risentimento e, in determinate condizioni, comportamenti distruttivi. Naturalmente non esiste un rapporto automatico tra povertà e violenza, né sarebbe corretto attribuire ogni comportamento criminale alle contraddizioni del sistema economico. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la responsabilità culturale di un modello che ha fatto dell’affermazione individuale e del possesso delle merci i principali criteri di realizzazione personale.

Il paradosso è che la borghesia si scandalizza davanti alle conseguenze di quella stessa cultura che ha contribuito a rendere egemone. Avete insegnato che il successo si misura attraverso il denaro, che l’arricchimento personale costituisce il principale obiettivo dell’esistenza, che il prestigio dipende dai consumi e che ciascuno deve competere contro tutti gli altri. Avete costruito una società nella quale tutto tende a diventare merce, compresi il lavoro, le relazioni umane e le aspirazioni individuali. E oggi vi sorprendete perché alcuni individui, privi degli strumenti economici per partecipare a questo universo di consumi, cercano di appropriarsene con la forza. Non sto giustificando i saccheggi. Sto sostenendo che una società non può sottrarsi alla responsabilità di aver prodotto i valori che orientano i comportamenti dei suoi membri.

Da un punto di vista marxista, la questione è ancora più profonda. L’ideologia dominante non è semplicemente un insieme di idee diffuse attraverso i mezzi di comunicazione, ma l’espressione di determinati rapporti sociali, che vengono presentati come naturali e inevitabili. Il neoliberismo ha rappresentato, sotto questo profilo, uno straordinario successo egemonico del capitalismo. Ha convinto ampi settori delle classi subalterne che non esistessero alternative al mercato, che la competizione fosse una legge naturale della società, che il successo o il fallimento dipendessero essenzialmente dalle qualità individuali e che la dimensione collettiva fosse un ostacolo alla libertà personale. Ha perfino trasformato la precarietà in flessibilità, la perdita delle garanzie sociali in opportunità e la subordinazione del lavoro alle esigenze del capitale in una presunta necessità della modernizzazione. Questa egemonia, tuttavia, potrebbe oggi entrare in una fase di crisi. Il modello culturale continua a esercitare una forza enorme, ma la sua promessa fondamentale, quella di un benessere accessibile attraverso l’iniziativa individuale e il mercato, appare sempre meno credibile agli occhi di settori crescenti della popolazione. Il lavoro non garantisce più necessariamente condizioni di vita dignitose, il costo delle abitazioni rende difficile l’autonomia delle nuove generazioni, i servizi pubblici si deteriorano e la mobilità sociale diventa sempre più problematica. In una città come Milano, per molte famiglie, sostenere le spese per la casa, l’alimentazione, i trasporti e i servizi essenziali rappresenta una difficoltà crescente anche in presenza di redditi da lavoro. La questione non riguarda soltanto il potere d’acquisto, ma la contraddizione tra le aspettative costruite dall’ideologia dominante e le possibilità materiali offerte dai rapporti capitalistici di produzione.

È possibile, dunque, che ci troviamo davanti ai primi segnali di una crisi dell’egemonia culturale neoliberale. Ma occorre evitare un equivoco fondamentale: la crisi di credibilità di un modello non comporta automaticamente il suo superamento. Una società può continuare a riconoscersi nei valori dominanti anche quando non riesce più a realizzarli. Anzi, proprio questa contraddizione può produrre forme di risentimento, aggressività e competizione esasperata, anziché una coscienza collettiva alternativa. Il giovane che saccheggia un negozio di lusso, in questo senso, non rappresenta necessariamente la negazione dell’egemonia capitalistica, ma può esserne una manifestazione estrema: rifiuta la propria esclusione dal consumo, non il consumo come criterio di valore sociale. La crisi dell’egemonia può quindi manifestarsi come perdita di consenso verso le istituzioni e verso le promesse del sistema, senza tradursi ancora in una rottura con i suoi valori fondamentali.

È qui che il pensiero di Gramsci conserva una straordinaria attualità. Una crisi organica si produce quando le classi dirigenti incontrano difficoltà crescenti a esercitare la propria funzione egemonica, mentre le classi subalterne non dispongono ancora degli strumenti politici e culturali necessari per costruire una nuova direzione della società. È una condizione nella quale possono svilupparsi fenomeni contraddittori, dalla protesta sociale alla passività politica, dall’autoritarismo alle forme più irrazionali di ribellione. E oggi il problema è precisamente questo: mentre il capitalismo neoliberale mostra contraddizioni sempre più evidenti, non esiste una prospettiva socialista sufficientemente organizzata, riconoscibile e credibile da rappresentare un’alternativa.

La responsabilità di questa assenza non può essere attribuita soltanto alla forza delle classi dominanti. Occorre interrogarsi anche sulla trasformazione delle organizzazioni politiche che storicamente si richiamavano al movimento operaio e al socialismo. Una parte significativa della sinistra europea ha progressivamente abbandonato la critica dei rapporti capitalistici di produzione, accettando il mercato come orizzonte insuperabile e riducendo la propria funzione politica alla gestione delle sue conseguenze sociali. Il socialismo, inteso come progetto di trasformazione dei rapporti di proprietà, del potere economico e dell’organizzazione della produzione, è stato sostituito da un socialiberalismo che tenta di conciliare la centralità del mercato con alcune forme di protezione sociale e con il riconoscimento dei diritti individuali. Non si tratta di negare l’importanza delle politiche redistributive, ma di riconoscere che questi obiettivi, quando vengono separati dalla critica del capitalismo, non costituiscono di per sé una prospettiva socialista. La contraddizione tra capitale e lavoro è stata progressivamente marginalizzata, mentre la politica è diventata soprattutto amministrazione dell’esistente. Le stesse formazioni che continuano a richiamarsi al socialismo, nei simboli, nella storia o nel linguaggio, hanno spesso accettato i presupposti fondamentali dell’economia neoliberale. Si dichiarano progressiste, ma non mettono in discussione la struttura dei rapporti di produzione; denunciano le disuguaglianze, ma raramente affrontano il problema della proprietà e dell’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta. Il risultato è che milioni di lavoratori e di giovani non riconoscono più in queste organizzazioni una rappresentanza capace di interpretare le proprie condizioni materiali e di indicare una prospettiva di trasformazione.

In questo quadro si collocano anche le politiche delle classi dirigenti europee. Mario Draghi ha indicato la necessità di mobilitare investimenti aggiuntivi nell’ordine di 750-800 miliardi di euro annui per rilanciare la competitività dell’Unione europea, attraverso interventi che riguardano diversi settori strategici e non esclusivamente il riarmo. Tuttavia, la crescente centralità della spesa militare nelle scelte europee pone una questione politica che non può essere elusa: quali interessi vengono considerati prioritari e chi sosterrà i costi delle nuove politiche economiche? Quando si parla di sanità, scuola, pensioni, salari e protezione sociale, le risorse sembrano sempre insufficienti; quando invece si affrontano le esigenze della competitività strategica, della sicurezza militare e del sostegno ai grandi apparati industriali, le priorità cambiano. Le posizioni di Kaja Kallas, Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Emmanuel Macron e Friedrich Merz presentano differenze politiche anche significative, ma gran parte delle forze che governano o aspirano a governare l’Europa continua a muoversi all’interno di un quadro economico che assume la permanenza dei rapporti capitalistici come un dato sostanzialmente indiscutibile. Lo Stato, contrariamente alla retorica neoliberale, non si è ritirato dall’economia: ha ridefinito le proprie funzioni, intervenendo per sostenere l’accumulazione del capitale, garantire la stabilità del sistema finanziario e gestire le contraddizioni sociali. Quando queste ultime diventano più acute, cresce anche la tendenza a privilegiare strumenti di controllo, sicurezza e repressione rispetto all’allargamento degli spazi di partecipazione democratica.

La borghesia perbenista, intanto, continua a indignarsi davanti alle vetrine infrante, ma mostra ben minore sensibilità nei confronti della violenza economica prodotta dalla chiusura delle fabbriche, dalla precarizzazione del lavoro, dalla speculazione immobiliare e dalla concentrazione della ricchezza. Una fabbrica che chiude può compromettere l’esistenza di centinaia di famiglie; una speculazione immobiliare può espellere intere comunità dai quartieri nei quali hanno vissuto per generazioni; la precarietà può privare milioni di giovani della possibilità di costruire un futuro. Eppure questi fenomeni vengono descritti attraverso il linguaggio apparentemente neutrale dell’efficienza, della flessibilità e della competitività. Quando invece viene devastato un negozio, il linguaggio cambia immediatamente: barbarie, criminalità, emergenza, repressione. Naturalmente la violenza economica non rende legittima quella dei saccheggiatori, ma rivela la selettività dell’indignazione di una classe dominante che tende a considerare intollerabile la violazione della proprietà privata, mentre presenta come inevitabili le conseguenze sociali delle proprie scelte economiche.

Il problema politico fondamentale, tuttavia, non è soltanto denunciare questa ipocrisia. È comprendere perché il malessere prodotto dalle contraddizioni del capitalismo non trovi una traduzione in coscienza di classe e in organizzazione politica. Qui emerge l’assenza di ciò che Lenin definiva rivoluzionari di professione, non nel senso di una casta separata dalle masse, ma di militanti politicamente formati, radicati nei conflitti sociali, capaci di collegare le rivendicazioni immediate a una prospettiva generale di trasformazione. Senza una direzione politica e culturale alternativa, le proteste degli agricoltori, dei lavoratori, degli studenti e dei settori sociali impoveriti rischiano di rimanere frammentate, mentre la rabbia delle periferie può esaurirsi in comportamenti distruttivi che non intaccano minimamente i rapporti di potere. Il capitalismo può sopravvivere anche a una crisi della propria legittimazione, soprattutto quando le classi subalterne non dispongono di un progetto capace di sostituire l’egemonia esistente. La disperazione non produce necessariamente socialismo; può alimentare nazionalismo, razzismo, autoritarismo e guerra tra poveri. Per questo la questione decisiva non è semplicemente organizzare la protesta, ma ricostruire una cultura socialista capace di contendere al capitalismo la direzione intellettuale e morale della società. Occorre rimettere al centro il lavoro, la solidarietà, la dimensione collettiva dell’esistenza, il controllo democratico della ricchezza socialmente prodotta e il superamento dell’idea che il mercato rappresenti l’unica forma possibile di organizzazione dei rapporti umani. Non basta proporre una distribuzione meno ingiusta del reddito lasciando immutati i rapporti di proprietà e di potere. Occorre ricostruire un immaginario sociale alternativo, perché nessuna trasformazione socialista può affermarsi stabilmente se non mette in discussione anche i valori, le aspirazioni e i modelli di vita attraverso i quali il capitalismo riproduce la propria egemonia.

Ai signori della borghesia perbenista, che si scandalizzano davanti a una borsa Louis Vuitton rubata, vorrei allora rivolgere un’ultima considerazione. Quei saccheggiatori non sono la negazione del vostro mondo. Ne sono, sotto molti aspetti, il prodotto culturale più contraddittorio. Avete costruito una società nella quale il possesso delle merci rappresenta il principale simbolo del successo e oggi vi sorprendete perché alcuni individui, esclusi dalle possibilità materiali di quel successo, cercano di appropriarsene attraverso la violenza. Ma quelli di cui dovreste realmente preoccuparvi non sono coloro che desiderano impossessarsi delle vostre merci. Sono i lavoratori che potrebbero cominciare a interrogarsi su chi produce la ricchezza, su chi se ne appropria e sui rapporti sociali che rendono possibile questa appropriazione. Sono i giovani che potrebbero comprendere che la precarietà non è una condizione naturale, gli studenti che potrebbero riconoscere nella mercificazione dell’istruzione una manifestazione dei rapporti capitalistici, i settori sociali che potrebbero trasformare il proprio malessere in coscienza collettiva. Se queste forze trovassero una prospettiva socialista e un’organizzazione politica capace di rappresentarle, la questione non sarebbe più quella di qualche vetrina infranta, ma della proprietà dei mezzi di produzione, del controllo della ricchezza socialmente prodotta e della messa in discussione dei privilegi di classe.

Per il momento, però, siamo ancora lontani da una simile prospettiva. Assistiamo a proteste frammentate, a esplosioni episodiche di rabbia e a manifestazioni di violenza che, pur maturando dentro le contraddizioni della società capitalistica, non esprimono alcuna alternativa emancipatrice. L’egemonia culturale del neoliberismo potrebbe cominciare ad incrinarsi, ma continua a condizionare profondamente anche coloro che ne subiscono le conseguenze. E la tragedia politica del nostro tempo è che, proprio mentre il capitalismo mostra le proprie contraddizioni, le forze che dovrebbero rappresentarne l’alternativa hanno in larga misura rinunciato a immaginare una società diversa, adattandosi alla gestione socialiberale dell’esistente. È questa la contraddizione più grave: un modello economico e culturale che potrebbe perdere progressivamente consenso, senza che esista una forza socialista capace di raccogliere il malessere e trasformarlo in una nuova egemonia. Perché il vero pericolo per il capitalismo non è il povero che desidera possedere le merci del ricco, ma il lavoratore che comprende perché quella ricchezza esiste, chi la produce, chi se ne appropria e decide di organizzarsi per modificare quei rapporti. Finché questa consapevolezza non diventerà coscienza di classe e progetto politico, sotto il cielo potrà esserci tutta la confusione possibile, ma non per questo nascerà una rivoluzione o semplicemente una proposta riformista. E la borghesia potrà continuare a indignarsi per le proprie vetrine infrante, senza dover temere che qualcuno metta realmente in discussione il sistema economico e culturale che quelle vetrine rappresentano.

Fonte foto: da Google

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