25 Aprile: la cultura partigiana che non c’è

Preghiera del partigiano

 

Là sulle cime nevose
una croce sta piantà.
Non vi sono né fiori né rose
è la tomba d’un soldà.
D’un partigian che il nemico uccise, d’un partigian che tra il fuoco morì; la mamma tua lontana
ti piange sconsolata
mentre una campana
in ciel prega per te.
E noi ti ricordiamo,
o partigiano che guardi di lassù, mentre scendiamo al piano
ti salutiamo, caro compagno.

Non pianga più la mamma
il figlio suo perduto sull’Alpe sconosciuto un altro, eroe sta là.
Vi vedo e penso ancora nell’ora dei tramonti, al sorger dell’aurora montagne del mio cuor. Questo dolce ricordo
mi fa sognare, mi fa cantare
tutta la melodia
che riempie il cuor di nostalgia.
Vi vedo e penso ancora nell’ora dei tramonti al sorger dell’aurora montagne del mio cuor.

                                               

La preghiera del partigiano

La preghiera del partigiano è un canto della resistenza. L’autore non ha un nome, perché l’esperienza partigiana è stata un’esperienza di prassi comunitaria. Nulla si teme maggiormente nei nostri anni che la prassi politica e storica, per cui l’esperienza partigiana è stata ridimensionata a presenza liturgica svuotata di ogni valenza rivoluzionaria. Si susseguono gli appelli a cantare “Bella ciao”, ad inneggiare sui balconi alla liberazione in una triste festa confinata all’urlo di circostanza in un microspazio, che denota la restrizione delle nostre libertà. L’urlo liberatorio in un momento di grande incertezza serve a dare l’ennesima illusione, ovvero di essere protagonisti della storia. Il velo dell’ignoranza scende con le sue illusioni, permette di non vedere che il 25 Aprile  1945 è uno dei tanti furti a cui la comunità è sottoposta. La festa della liberazione dovrebbe essere la festa con cui si festeggia e si rende vivo il ricordo del progetto costituzionale. La costituzione affonda il suo senso nell’esperienza della dittatura e nell’esperienza partigiana. La dittatura aveva offeso la volontà di ciascuno, le volontà erano coartate ed oggetto di perenne di violenza, i partigiani mostrarono che non vi è comunità, se non nel rispetto nelle volontà di ciascuno. Ci furono errori, ma devono essere letti all’interno della cornice storica del momento. Il loro agire dimostrò che la volontà non può essere nullificata, che la volontà senza giustizia non è che una vuota forma di volontarismo fine a se stesso. I partigiani furono mossi dalla giustizia, la volontà della giustizia implica il “no” al potere, la capacità di distanziarsi rispetto alla coercizione del potere per poterlo sovvertire. La parola giustizia sociale, oggi, è temuta, mentre imperversano gli effetti dei tagli alla sanità, dopo decenni di partecipazione ai “bombardamenti etici” della NATO e  con la distribuzione delle ricchezze sempre più ineguale. Al posto della parola giustizia “essenza dell’esperienza partigiana”, oggi ci  si propone di ricordare la data fondativa della Repubblica con la spettacolarizzazione della festa: sui balconi si canta e si balla come se si fosse su un piccolo palcoscenico, i video virali impazzano, così il messaggio cade svilito tra il narcisismo e l’incoscienza collettiva.  Negli ultimi anni si è ipotizzato anche, non poche volte, di festeggiare il 18 Aprile 1948 data in cui il fronte popolare fu sconfitto, piuttosto che il 25 Aprile 1945.  Si teme l’esperienza partigiana, poiché ci ricorda quanto i padri fondatori siano stati traditi e dimenticati.

 

Festa della giustizia che non c’è

Si dovrebbe in questa data rileggere la Costituzione nella quale la giustizia, in nome della quale si è combattuto, ha trovato forma giuridica ed etica. La giustizia partigiana ha favorito processi di concretizzazione dei diritti sociali: non vi è giustizia senza diritti sociali. Al posto di essi prevalgono i processi di privatizzazione, di individualismo, si esaltano i soli diritti individuali scissi dai diritti sociali tradendo la lotta partigiana. La stessa rete è privatizzata, per cui la conoscenza non è per tutti, ma solo per alcuni. Di tutto questo si tace, si riempie il vuoto con canti e balli che servono a “tenere buoni” su un balcone una popolazione che subisce provvedimenti con il parlamento esautorato dalle sue funzioni. Intanto si canta e si balla e non si comprende cosa ci stanno portando via: la nostra storia e con essa la nostra identità. Il regime fascista nella sua morte rivelò la sua verità: era un regime violento e dunque la sua fine fu violentissima, ma i partigiani seppero pensare “quella morte” e la trasformarono in progetto politico e in speranza comunitaria. Vissero un processo dialettico di rinascita con cui ridiedero dignità ad un popolo umiliato ed offeso, ed a volte complice. Di tutto questo sembra non esserci più traccia, al suo posto vi è solo una breve gioia da consumarsi esibendosi sul balcone tra gli sguardi dei passanti e le riprese degli smartphone.

 

La cultura partigiana che non c’è

Sorge un ulteriore dubbio: cosa conoscono i nostri giovani dei partigiani? Poco o nulla, i tagli alla scuola, la storia ridotta ad una presenza curriculare senza spessore e la scuola che quest’anno non c’è, fanno in modo che ne abbiano  un’idea vaga e fuorviante, pertanto festeggiano ciò che non conoscono. Si permette di  festeggiare ciò che non si conosce, in quanto non crea nessun concetto, non c’è pericolo che l’esperienza partigiana si trasformi in attività politica, per cui li si lascia festeggiare…sono innocui, e domani non sarà un altro giorno. A tutto questo è necessario non reagire, ma agire, ed ancora una volta è la conoscenza il fondamento da cui ricominciare. Coloro che vivono la conoscenza come missione con cui umanizzarsi ed umanizzare devono far sentire la loro resistenza civile non abbandonando le nuove generazioni allo squallore di una gioia belante. La speranza si radica nella storia, pertanto si tratta di conoscere e cogliere che i partigiani non hanno lottato solo per se stessi, ma per la comunità intera, le loro storie ci raccontano di vicende umane, in  una situazione storica eccezionale, capace di comprendere la giustizia ed il suo valore. Senza giustizia non vi è comunità, ma solo la giustapposizione violenta di individui espressione della politica che non c’è anche in questa giornata.

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2 commenti per “25 Aprile: la cultura partigiana che non c’è

  1. Vincenzo vecchione ordoñez
    26 Aprile 2020 at 10:42

    Non c’è dubbio, il potere per essere tale ha bisogno del tacito consenso dell’uomo comune… Però il consenso è rapinato con l’inganno ideologico e mediatico, nel quale la nostra labile comprensione della realtà storica affonda le sue marcescenti radici.
    Visto che i tradizionali ed obsoleti modelli politici attuali tendono tutti, ovviamente con le dovute differenze, alla coercizione fisica e psichica dell’uomo sociale, attuata con ogni mezzo, fino alla compressione e soppressione progressiva di ogni libertà dell’individuo. Questa terrorífica quanto falsa pandemia ne è palese conferma, la strategia della tensione non è mai finita! Essa si è evoluta subdolamente fino alla sottile raffinatezza del COVID 19, ulteriore espressione di politica prezzolata e faziosa dello stato, puntualmente contrapposta ai diritti collettivi enunciati, alle leggi sulle quali da tempo immemore si fondava lo stato di diritto.
    Oggi purtroppo indubbiamente siamo di fronte all’avvento di una tirannide globale, la politica degli stati e spudoratamente genuflessa ad un progetto politico economico mondiale, mera espressione della volontà di potere di pochi individui al di sopra di ogni legge umana, spietati e cinici méntori di un NUOVO ORDINE MONDIALE, oggi si palesa come principale funzione dei governi squisitamente eterodiretti : estorcere ii consenso alla attuazione di fumose politiche pubbliche, volte puntualmente alla depredazione dei popoli-nazione delle loro ricchezze ma soprattutto della loro cultura sociale. Dobbiamo assolutamente eliminare… la delega del potere individuale conferita attraverso il voto, per poi essere usata contro di noi in detrimento costante della nostra qualità di vita, come per la distruzione progressiva della nostra nobile cultura, nella negazione di ogni legittimo sentimento di appartenenza che ci lega indissolubilmente al nostro gentilizio.
    Questa è una prova tecnica di implementazione di una ignobile DITTATURA EUGENETICA E TRANSUMANA … Dobbiamo reagire subito prima che le nanotecnologie INVASIVE CI SIANO DOLOSAMENTE SOMMINISTRATE ATTRAVERSO I VACCINI… debilitando irrimediabilmente il nostro sistema immunitario, violando proditoriamente la nostra vita privata, esponendoci ad un tracciamento perenne, come animali braccati, si profila da parte del potere GLOBALE CRIMINALE un oscuro disegno di mappatura mentale già in essere, con l’implementazione della nuova frequenza 5G il fidbak sarà incotrollabile da parte nostra, non avremo possibilità alcuna di porre freno alla quantità di informazioni personali e biometriche che ci sottrarramno contro la nostra volontà, inoltre questo è un primo passo verso un controllo mentale ineludibile e pervasivo.
    L’unica salvezza possibile è la democrazia diretta, con la prístina socializzazione di ogni mezzo comunicazione, di tutto il knowhaw (avanzo tecnologico e scientifico) segretato nelle patenti internazionali, e nei laboratori della GUERRA. STAVOLTA siamo stati oggetto di un attacco batteriologico SPERIMENTALE, in futuro già ci stanno avvertendo dai pulpiti del potere NON SARÀ UGUALE… verremo esposti a VIRUS MORTALI che letteralmente decimeranno l’umanità e la renderanno STERILE.
    Sembra incredibile eppure basta fare una piccola ricerca sulle denunce contro l’OMS… O contro la fondazione di BILL GATES o quella dei ROCKEFELLER, tutti possono corroborare che dietro le campagne internazionali di VACCINAZIONE si malcela il proposito di SERILIZZARE o addirittura STERMINARE intere Nazioni .
    Il destino dei popoli – nazione e il futuro stesso della stessa razza umana è in gioco,
    Non possiamo più delegare ad altri la nostra intrasferibile quota di potere, per poi attendere ingenuamente fiduciosi che qualcuno dall’alto, faccia ciò che è logico e giusto per tutti.
    IL compimento della Democrazia è impostergable e non può essere delegato, la corresponsabilità del GOVERNO è diritto-dovere di ognuno! Essa non può essere che DIRETTA e comportare invariabilmente la socializzazione progressiva di ogni comparto economico, la liberazione e incorporazione delle nuove tecnologie a facilitare l’instaurazione di una società equanime, di un governo plurale nella più vasta accezione del termine.
    Si avverte impellente la necessità di una nuova visione : antropologica e antroposofia della politica sia sul piano nazionale che internazionale , finalmente libera dai retaggi darwiniani che subdolamente ripropongono, una millantata quanto inesistente superiorità di razze e di culture.
    Sulla base di questa nuova visione della società umana, bisogna ricostruire la nostra nazione per andare poi all’incontro dei popoli, per così rifondare sui principi inalienabili di solidarietà e corresponsabilità la comunità delle nazioni con l’apporto irrinunciabile e armonioso di tutti i retaggi culturali .

  2. Nicola Volpe
    26 Aprile 2020 at 12:09

    E’ una splendida riflessione, c’è poco da commentare.

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