Big-tech e guerra

Big tech. Le grandi società tecnologiche non saranno divise. Ecco perché |  Business Casual - DaDaMoney

Fonte foto: da Google

 

Bisogna a questo punto mettere in luce un nesso fondamentale: che la concentrazione di ricchezza senza precedenti nella storia fatta registrare dal capitalismo digitale (Big-tech), unitamente al suo modello imprenditoriale completamente parassitario (capitalismo della sorveglianza) sfocia in modo deterministico: 1) in un sistema informativo apparentemente pluralistico ma in realtà orwelliano e 2) nell’ipertrofia espansionistica anche sul piano militare.

 

Una delle premesse del ragionamento che vado ad articolare è la vicinanza del capitalismo digitale statunitense al Partito democratico, diversamente dalle connessioni di Trump, legato al “vecchio” capitalismo solido. Ovviamente un aspetto rilevante della questione è lo scontro in corso tra il capitalismo “fordista” e quello digitale. La nota rivalità Bezos / Trump vale ad esemplificare sinteticamente l’assunto.

 

La caratteristica principale dell’odierno “capitalismo della sorveglianza”, o se si preferisce delle piattaforme, è di realizzare, grazie alle inserzioni pubblicitarie, utili stratosferici a partire dalla semplice presenza online degli utenti, catturando continuamente la loro attenzione attraverso la costante profilazione della loro identità digitale e la conseguente proposta di contenuti sempre più adatti all’utente, avvalendosi di algoritmi sofisticati. L’intero processo è sempre più sottratto alla componente umana e delegato a intelligenze artificiali complesse e capaci di apprendere (capitalismo magico), mentre gli essere umani si comportano sempre più come macchine (transumanesimo). Secondo la sintesi offerta da S. Zuboff, autrice del saggio “Capitalismo della sorveglianza” (2019):

 

            Il capitalismo della sorveglianza si muove in senso opposto all’antica utopia digitale (…) Si         libera dell’illusione che la rete possa avere un contenuto morale innato, e che essere       “connessi” sia un aspetto intrinsecamente favorevole per la società, inerentemente      inclusivo, o che tenda alla democratizzazione della conoscenza. La connessione digitale è          divenuta il mezzo per i fini commerciali di poche persone. Il capitalismo della sorveglianza           è intimamente parassitico e autoreferenziale. Rimanda alla vecchia immagine di Karl Marx          del capitalismo come un vampiro che si ciba di lavoro. C’è però una svolta inattesa. Il          capitalismo della sorveglianza non si ciba di lavoro, ma di ogni aspetto della vita umana.”

 

La grande novità storica risiede, dunque, nel fatto che il capitalismo digitale non ha più bisogno di attingere esclusivamente alla forza-lavoro. Questo non esclude, ovviamente, che ciò continui ugualmente ad avvenire e anzi in forma recrudescente. Significa, piuttosto, che il “capitalismo della sorveglianza” si nutre dell’esperienza umana nella sua interezza. S. Zuboff, qualifica questi processi nei termini precisi di “estrazione” ed “espropriazione”:

 

            Non ci possono essere confini che limitano la caccia al surplus comportamentale, o territori        da non sfruttare. L’appropriazione del diritto di espropriare l’esperienza umana e tradurla           in dati da utilizzare è insita in tale    processo, inseparabile come un’ombra. (…) La        pervasività globale dei computer è di fatto stata riconfigurata come un’architettura       dell’estrazione dal capitalismo della sorveglianza. (Zuboff, ivi).

 

Accogliendo il principio marxista minimo del primato dell’economia, oggi corroborato dalla prevaricazione della tecno-finanza sulla politica, le guerre devono essere lette, sia pure in un impianto non monocausale, come riflesso e sfogo di un capitalismo digitale in voracissima espansione. Per altro, se l’ambiente che genera i suoi esorbitanti profitti è internet, è indubbio che tutta la sua infrastruttura continui ad aver bisogno di materie prime. Esiste una corrispondenza di segno tra la fase egemonica del capitalismo digitale e la politica estera degli Stati Uniti, che poggia sulla scelta di non abbandonare il suo scettro unipolare, costi quel che costi, anche se questo dovesse significate milioni di morti.

 

Ovviamente la volontà di potenza della Tecnica che caratterizza l’odierno capitalismo è tale che ogni eventuale sistema dotato di sufficiente massa critica che si volesse contrapporre a quello occidentale e segnatamente anglo-americano (russo, cinese o altri a venire) dovrebbe preventivamente dotarsi, e si è infatti già ampiamente dotato, non solo di una infrastruttura tecnologica ma anche di un modello altrettanto pervasivo (basti qui vedere le dimensioni dei colossi cinesi del settore, che possono contare su un mercato enorme), di modo che da questo punto di vista non esiste una vera differenza. Non esiste oggi, insomma, la possibilità di un sistema di massa critica rilevante esterno al capitalismo, mentre è chiaro che ben più di mezzo mondo rifiuta il primato anglo-americano e le premesse economiche e culturali sulle quali si vuole farlo poggiare. Anche perché dappertutto è chiaro quanto la nostra propaganda non intende dire, cioè che gli Stati Uniti, la Nato e il “democratico” occidente in politica estera hanno portato distruzione e morte e si sono alleati senza scrupoli con i peggiori dittatori, dimostrando sommo disprezzo per i propri stessi “valori” fondativi. Diversi processi si sono incrociati e legati tra loro: la fine della Guerra fredda, l’indisponibilità degli Stati Uniti ad accettare la transizione al mondo multipolare, l’egemonia della Tecnica e dal capitalismo digitale, che ha condotto l’alienazione a un livello più profondo e più globale rispetto ai precedenti cicli industriali.

 

A meno di volere far proprie visioni romantiche della realtà, allo stadio attuale la differenza tra l’occidente e le realtà euroasiatiche consiste nel fatto che il primo adotta le sovrastrutture del pluralismo, del liberalismo e dell’individualismo per rivestire la sostanza della tecnocrazia, che nelle seconde è guidata invece da un modello politico tendenzialmente autocratico/illiberale o comunitario. La democrazia infatti, se viene svuotata del conflitto, della questione sociale, delle istanze di egualitarismo sostanziale, smette di vivere e diviene facilmente oligarchia, come accade oggi nella forma specifica della governance tecnocratica. Dietro la sbandierata rivendicazione dei modelli politici si nasconde piuttosto una crescente somiglianza che si mette a nudo chiaramente nelle aree dove si riverbera la violenta contesa geopolitica tra i due blocchi, da ultimi la Siria e l’Ucraina. Qui una mente non stordita dall’idolatria della tecnica e dai suoi flussi pseudo-informativi comprende che le grandi potenze Stati Uniti e Russia hanno in comune la stessa grammatica profonda, ragionano nello stesso modo, e fanno le stesse cose, al punto che nulla ha meno senso che sventolare il vessillo della superiorità morale.

 

L’accentuata e sempre rimarcata differenza che la costruzione propagandistica dell’occidente democratico e liberale contro l’autocrazia si sforza di evidenziare, oggi in un clima militarista e ottusamente neo-maccartista, corrisponde proprio al minimo della distanza reale. Maggiore l’enfasi propagandistica, minore lo scarto effettivo. Si veda, per un esempio immediatamente disponibile,  il livello raggiunto dall’informazione in Italia, senza alcun bisogno nemmeno di sanzioni penali come avviene nell’autocratica Russia. E si aggiunga che il corrispettivo più prossimo della repressione del dissenso in Russia è rappresentato dalla reprimenda “democratica” che per oltre due mesi si è attivata da noi contro chiunque abbia osato chiamare in causa il ruolo della Nato e degli Stati Uniti nella lunga crisi russo-ucraino-euro-americana. Oggi si vedono le prime incrinature, visto che la rappresentazione unilaterale, urlata senza soluzione di continuità, non ha buoni argomenti dalla sua.

Come sostengo qui, e ho sostenuto anche altrove più volte, il mio non è certamente disprezzo dei “valori” dell’occidente” e anzi metto in questione proprio chi sia a disprezzare davvero i valori dell’occidente. Se guardiamo ai migliori principi fondativi dell’Occidente, per conto mio l’equilibrio liberale dei poteri, la sovranità popolare, il socialismo democratico, dico evidente che ad avversare con forza questi fondamentali principi fondativi dell’occidente (che volutamente attingo da tradizioni e linee di pensiero diverse) sono proprio le èlite occidentali.

 

Il capitalismo digitale costituisce dunque l’ossatura economica della società globalizzata nella fase attuale del capitalismo e ha una grande capacità di modificare comportamenti e condizionare il pensiero, essendo stata profondamente interiorizzata dai subalterni. Il capitalismo digitale oggi egemone è: filantropico, cosmopolita, globalista, progressista, liberale e liberista, mercatista, femminista. Questa composizione ideologica significa ovviamente che le èlite sono oggi in grado di sostenere e sponsorizzare con grande efficacia battaglie apparentemente giuste e condivisibili proprio mentre incrementano squilibri, sperequazioni, nuove povertà, crescente precarizzazione e sfruttamento giustificati dall’ethos protestante anglo-americano del merito, dell’individualismo competitivo, del sacrificio di sé in vista del sacro valore del successo personale. Questa capacità persuasiva è parte essenziale del loro successo, perché sono gli stessi subalterni a difendere quei “valori” e quelle “battaglie” nello stesso momento in cui viene loro tolto sempre di più sia in termini di partecipazione politica reale che sul piano dei diritti del Lavoro. Questo corredo discorsivo – sostanzialmente pseudo-egualitario perché predica pluralismo e uguaglianza ma mira alla liquidazione della questione sociale – si accompagna a una concentrazione di ricchezza e a forme di pervasività e di alienazione globale che non hanno precedenti nella storia in nessuno dei precedenti cicli industriali.

 

Questo la dice lunga anche sul fatto rilevante che la mancanza di una chiara condanna strutturale (cioè non limitata alla condanna della sola causa occasionale, che come detto non porta da nessuna parte se non all’allargamento!) della guerra in corso da parte della classe lavoratrice è una cosa sola con l’incapacità di questa di riconoscersi in modo unitario, nell’epoca del Capitalismo digitale, in modo da contrapporsi alle sue logiche disumanizzanti e di intraprendere un cammino di liberazione.

 

Negli ultimi vent’anni, il neoliberismo si è prolungato nel capitalismo digitale, che ha realizzato nuove e più globali forme di alienazione. Il culto dell’illimitata espansione individualistico-nascisitica disponibile oggi su misura per ogni tecno-suddito (utente) è il riflesso di una cultura tecno-centrica. Tecnolatria ed egolatria si corrispondono, i dominati sono in un rapporto di profonda sudditanza verso i dominatori e di dipendenza e simbiosi con le forme che questi producono. Ma, come Paulo Freire ha spiegato benissimo, la liberazione  può partire solo dai dominati. L’elaborazione culturale occidentale a fondamento della conquista, del colonialismo e del neocolonialismo, con le sue categorie fondate sul soggettivismo di matrice cartesiana, culmina comprensibilmente in un individualismo che si guarda l’ombelico.

 

Ora, il fatto che il nuovo capitalismo digitale, la cui corsa esponenziale è iniziata nei primi anni Duemila, abbia il suo ambiente nella rete, non significa che sia stata eliminata la sua parte materiale, e le ricadute materiali sono anzi molto ampie. Leggiamo, al riguardo, ancora S. Zuboff:

 

            L’obiettivo principale del capitalismo della sorveglianza è l’accumulo di nuove fonti di     surplus comportamentale  in grado di offrire un potere predittivo sempre più grande. (…) L’estrazione inizia online, ma l’imperativo della previsione crea un effetto valanga, e si     sposta verso nuove fonti nel mondo reale.

 

Non sorprende affatto, quindi, che il vorace accaparramento delle risorse e l’allargamento delle sfere di influenze restino temi cruciali. Questo sta anche ad indicare che uno dei nostri compiti essenziali deve essere l’analisi del rapporto tra vecchio e nuovo capitalismo, che è caratterizzato sia da elementi di opposizione che da continuità e legami. Per altro, il conflitto tra il vecchio e il nuovo capitalismo sembra aver reso il primo ancor più invasivo per l’ambiente.

 

Jeremy Corbyn ha recentemente denunciato che c’è stata negli ultimi venti anni una terribile escalation degli armamenti nucleari. Gli ultimi venti anni sono anche quelli che hanno visto la formidabile ascesa del capitalismo digitale. Come leggere questa concomitanza? Si tratta di un preciso rapporto di causa-effetto? In primo luogo si deve assumere che, nel quadro attuale, l’illimitata volontà di potenza della tecnica conduce al suo potenziamento sia sul piano militare che su quello commerciale. Si tratta di due protesi della stessa volontà di potenza. Sebbene anche il “vecchio” capitalismo sia ovviamente espansivo per definizione, il capitalismo digitale ha segnato un salto di qualità assoluto. Il problema che deve essere posto è che l’ipertrofia della Tecnica la rende il soggetto, e l’uomo diviene il suddito-funzionario. La Tecnica è il fine in sé, capace di rispondere a qualunque fine, e l’uomo il mezzo, la merce. A questo punto della trasformazione del capitalismo, la Tecnica richiede di potenziarsi illimitatamente in tutte le sue emanazioni. In questo consiste il fondamento della tecnocrazia.

Ovviamente esiste anche una evidente connessione pratica e materiale tra le tecnologie informatiche e digitali e quelle militari, che si è rinsaldata a partire dal secondo dopoguerra; forse tra la ùbris della Tecnica e il rischio nucleare. Questo è un aspetto rilevante, ma come abbiamo visto, non è probabilmente il principale, o meglio è un riflesso. Il dato centrale consiste, piuttosto, nel fatto che il modello imprenditoriale alla base del capitalismo digitale (capitalismo della sorveglianza) ha realizzato la più completa manipolazione delle menti e dei corpi, con una efficacia inedita nella storia. Ha creato, per altro, un eterno presente perfettamente funzionale al potere, nel quale non ha più veramente senso, se non come diversivo, domandarsi le cause profonde: insomma sono state create le più efficaci condizioni perché non manchi mai un consenso sufficiente a condurre una guerra e perché le grandi potenze, potendo contare sulla narcosi delle coscienze, lusingate e inchiodate al presente sullo schermo piatto, possano proiettarsi sull’accaparramento delle risorse. Per altro, grazie al capitalismo della sorveglianza, che come abbiamo detto è profondamente manipolatorio, i nuovi media hanno raggiunto una inedita capacità di produrre versioni degli stessi fatti tra le quali ciascuna parte in conflitto potrà scegliere quella che preferisce semplicemente perché meglio le si addice.
A questo si deve aggiungere l’estrema polarizzazione indotta dal capitalismo digitale, nella quale bisogna vedere il suo risultato finale, e che fa parte già di una logica di guerra.

Quale è, allora, il principale problema pratico? Che ad oggi tutte le istanze sono state per bene che vada presentate separatamente. Tutte le piattaforme rivendicative hanno messo insieme solo un pezzo alla volta. Bisogna, invece, tenere insieme l’intero quadro.

La pace non è la richiesta che deve emergere per l’ultima guerra! Quando questo accade, significa che si è fatto già tardi, e che le grandi potenze continueranno a scatenare la guerra fintanto che non avranno ottenuto i risultati prefissati. La condanna della guerra deve essere strutturale. Questo richiede due condizioni, da una parte il ricorso sul piano delle relazioni internazionali alla mediazione e al multilaterialismo con funzione preventiva dei conflitti, dall’altra la presenza di partiti dei lavoratori adeguati ai tempi. Come ho detto queste due condizioni sono strettamente collegate e vanno poste insieme.

Bisogna smettere tutte le guerre, non una sola. Questo deve essere l’obiettivo di un movimento che deve accomunare tutti i subalterni protagonisti di una liberazione. Le questioni della guerra e della pace sono, infatti, strettamente legate alla capacità di contrastare in modo efficace il capitalismo digitale. La promozione di rapporti internazionali non basati sulla cruda politica di potenza è collegata alla possibilità di ricostituire un movimento dei Lavoratori adeguato alla fase attuale del Capitalismo.

https://www.wired.it/attualita/politica/2019/10/22/zuckerberg-campagna-elettorale-buttigieg-casa-bianca/

http://america24.com/news/wall-street-05-09-2018/10735104

La tecnocrazia fa regredire il cittadino alla condizione di suddito

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