Le
prossime elezioni regionali potrebbero segnare un passo avanti importante verso
la definizione delle future alleanze in vista delle elezioni politiche del 2027.
Il test amministrativo riguarda sette regioni: Campania, Veneto, Toscana,
Puglia, Marche, Calabria e Valle d’Aosta.
Delle
regioni chiamate al voto, Campania, Toscana e Puglia sono governate dal
centrosinistra, mentre la Valle d’Aosta si caratterizza per una guida
tendenzialmente vicina al centrosinistra. Le restanti regioni sono a guida
centrodestra.
In
Campania e in Puglia le figure di De Luca ed Emiliano hanno dominato la scena
politica degli ultimi dieci anni come presidenti delle rispettive giunte
regionali e, in precedenza, come sindaci di Salerno e Bari. Si tratta di
personalità politiche non confinabili al solo livello regionale: per le
posizioni assunte negli anni hanno svolto un ruolo di rilievo anche sul piano
nazionale, sia all’interno del PD sia nei rapporti con le altre forze di
centrosinistra e con i movimenti civici. Entrambi hanno dimostrato di conoscere
molto bene le popolazioni e i territori amministrati.
A
differenza di De Luca, Emiliano ha dialogato — seppure con alterne vicende —
con il M5S. Il fatto che i due non potessero più ricandidarsi, a causa del
limite legale dei due mandati, ha sicuramente consentito al PD guidato da
Schlein di tirare un respiro di sollievo. Tanto in Puglia quanto in Campania la
trattativa è stata laboriosa, ma alla fine l’accordo è stato trovato sui nomi
di De Caro e Fico. Nulla di nuovo sotto il cielo: tra i due, chi sembra aver
fatto pesare di più il proprio ruolo politico è stato De Luca. Emiliano, dopo
aver tentato in tutti i modi di negoziare una candidatura a consigliere
regionale, visti i forti veti posti da De Caro sulla sua candidatura alla
presidenza della giunta, sembra destinato alla panchina, in attesa di possibili
sviluppi che potrebbero richiamarlo in campo.
In
Toscana la ricandidatura di Giani è avvenuta senza scossoni, con il sostegno
del M5S che alle precedenti elezioni amministrative si era presentato con una
lista autonoma. Ricci, già presidente della Provincia di Pesaro-Urbino e
sindaco di Urbino, è stato eletto al Parlamento europeo alle ultime elezioni.
Dalla sua biografia politica emerge il profilo di un “uomo di partito”, come si
sarebbe detto un tempo: anche la sua candidatura, come quella di Giani in
Toscana, appare senza particolari sussulti. In entrambi i casi si punta sulla
capacità di mobilitazione delle liste della coalizione e sulla carta dei “buoni
amministratori”. In Toscana si spera ancora che il tradizionale radicamento
“comunista” porti il risultato.
Il
candidato in Veneto è l’avvocato Giovanni Manildo, attuale sindaco di Treviso,
con una formazione politica di provenienza cattolica. Anche qui si gioca la
carta del buon amministratore, strizzando l’occhio al mondo cattolico, da
sempre rilevante nella tradizione politica veneta.
Tanto
Schlein quanto Conte hanno esultato perché sono riusciti, in tutte le regioni
al voto, a realizzare rispettivamente “il campo largo” per la prima e “il campo
giusto” per il secondo. Analizzando il “campo”, emerge però con chiarezza che
si tratta, in ciascuna regione, di accordi di apparato: alleanze costruite con
il “manuale Cencelli”, come si sarebbe detto una volta. L’aggiunta del M5S, più
che un valore, appare come il tentativo estremo di mantenere un minimo di
spazio politico ed evitare di scomparire dai territori, considerando i
risultati poco brillanti ottenuti alle amministrative.
Se
Fico dovesse vincere, il merito sarebbe tutto del sistema di controllo e
costruzione del consenso messo in piedi da De Luca negli anni da dominus della
Campania. Come dimostra il caso Sardegna, la vittoria della candidata Todde non
ha contribuito più di tanto a far crescere il radicamento locale del M5S. Il
movimento, sui territori, resta una realtà “iperuranica”. La sua partita è
dettata soprattutto da opportunità e dal tentativo di salvare le “caste”
locali, più che da un progetto politico capace di incidere in termini
programmatici.
Lo
stesso ragionamento vale per gli altri simboli delle coalizioni. AVS, temendo
di scomparire, ha puntato su candidature-simbolo: in Puglia con Niki Vendola,
in Calabria con Lucano, tentativo il secondo fallito. Anche le altre liste
hanno scelto personalità dal profilo forte, sperando di conquistare almeno un
minimo di rappresentanza nei consigli regionali.
Fino
ad ora ho tenuto fuori la Calabria. Al netto del “campo largo” o del “campo
giusto” — che ricordano da vicino l’esperienza dell’Ulivo e ancora di più
quella de L’Unione —, ciò che conta davvero è il radicamento locale dei singoli
candidati presidenti e consiglieri. Sul piano politico-culturale, le proposte
restano sostanzialmente le stesse e non riescono a schiodare il centrosinistra
+ M5S da quel 42–43% che li condannerebbe alla sconfitta alle politiche.
La
vera novità di questa tornata è la candidatura in Calabria dell’economista
Pasquale Tridico alla guida della coalizione centrosinistra + M5S. La novità
sta tutta nel profilo politico e culturale del candidato. La Calabria è una
realtà difficile, con un presidente uscente del centrodestra, Roberto Occhiuto,
forte e radicato sul territorio. Tridico, ex presidente dell’INPS ed eletto
all’Europarlamento alle ultime elezioni, si presenta con un profilo
programmatico riconducibile alla migliore tradizione socialdemocratica. È lui
l’uomo della svolta a sinistra del M5S, come prova l’adesione dei suoi
rappresentanti al Parlamento europeo al gruppo The Left, in netta
discontinuità con le posizioni ondivaghe e opportuniste del passato.
Come
ama ripetere, e come ha scritto nella sua autobiografia, Tridico è “un figlio
del welfare”. Considerate le condizioni della società calabrese, puntare sul
rilancio del welfare è il primo passo. È riduttivo, fuorviante e strumentale
pensare che la sua proposta ruoti solo intorno al “reddito di dignità” da
finanziare con risorse europee. Avendolo ascoltato alla presentazione
dell’Associazione per la Promozione del Mezzogiorno (ASPROM) lo scorso novembre
all’Università della Calabria, ha dimostrato di conoscere a fondo le condizioni
del Sud e della Calabria.
Il Mezzogiorno non può essere condannato a uno sviluppo monoculturale legato al solo turismo. Certo, l’industria turistica è un fattore importante di crescita, ma non si possono condannare i giovani meridionali a essere soltanto camerieri o guide turistiche, con tutto il rispetto per chi svolge queste attività. Il Sud produce capitale umano che oggi emigra: i dati relativi alla fuga dei giovani verso il Nord e verso l’Europa lo dimostrano.
Tridico ha in mente un progetto che punta al rilancio dell’industria contro la desertificazione non solo della Calabria, ma di tutto il Mezzogiorno: da qui l’idea di una sorta di patto federale con altre regioni del Sud, come Campania e Puglia. Welfare, patto federativo per il Mezzogiorno, industrializzazione: sono solo alcuni dei punti programmatici che fanno di Tridico la vera e unica novità politica di queste elezioni regionali. Con lui non siamo di fronte a un semplice accordo di apparati, ma a una proposta forse realmente innovativa.