Charlie Hebdo: riflessioni sulla strumentalizzazione della violenza

File:Charliehebdo.jpgI tragici fatti del 7 gennaio 2015 alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo a opera dei due attentatori (Said e Chérif Kouachi, due fratelli franco-algerini di 34 e 32 anni) e la morte di persone come il direttore Stéphane Charbonnier, detto Charb, e diversi collaboratori storici del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinski, Honoré), due poliziotti e oltre undici feriti a seguito della pubblicazione di vignette critiche verso l’Islam – pochi istanti prima dell’attacco, il settimanale satirico aveva pubblicato su Twitter una vignetta su Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico – vanno condannati energicamente.

L’evento – uno degli attentati in suolo francese fra i più cruenti dal 1961, quelli ad opera dell’Organisation armée secrète, che aveva causato 28 morti mentre era in corso la Guerra d’Algeria – ha scatenato polemiche in tutto il mondo occidentale sulla tolleranza, la sicurezza, la libertà d’espressione, l’immigrazione, il presunto ruolo dell’Islam nella vicenda, ecc. I due assassini infatti, in seguito uccisi dalla forze dell’ordine, per l’intelligence erano da poco rientrati dalla Siria, e sarebbero presumibilmente legati alla rete terroristica yemetica. Chérif era stato condannato nel 2008 a scontare tre anni di prigione, di cui 18 mesi con la condizionale, per aver preso parte a una cellula basata nel XIX arrondisment di Parigi che inviava persone a combattere in Iraq, e che poi, insieme al fratello, si era messo “a riposo” a Reims.[1]

Charlie Hebdo, fondato nel 1970, nasce dalle ceneri di Hara-kiri, definito dai suoi fondatori, tutti provenienti dalla sinistra libertaria, Georges Bernier (Choron, poi direttore) e François Capanna, un “journal bête et méchant” (‘giornale stupido e cattivo’). Fu definito Charlie in onore a Charlie Brown, protagonista dei Peanuts di Charles M. Schulz (come Linus, che aveva già dato il nome alla celebre rivista italiana nel 1962), e dopo una chiusura nel 1981 per scarsità di lettori e abbonati, la testata venne riesumata nel 1992. La vicinanza tra il ‘nuovo’ Charlie Hebdo e quello degli anni passati era più di tipo intellettuale che effettiva, anche se venne presentato come il “seguito”, ottenendo così un grande successo già al primo numero: ben 100.000 copie vendute. Col nuovo direttore, Philippe Val, il settimanale porta avanti delle battaglie che ricordano la linea contestataria d’estrema sinistra radicale, a differenza della prima stagione (1970-1981) non connotata politicamente. E’ questo suo “schierarsi” che gli ha procurato nel corso degli anni non pochi problemi, e una delle questioni è sempre l’Islam: nel novembre 2002 il cronista filosofico Robert Misrahi pubblica una tribuna-dibattito sull’opera islamofoba di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio, libro uscito in occasione delle stragi al World Trade Center l’11 settembre 2001, molto criticato (si vedano le Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani), scrivendo le seguenti frasi: “Oriana Fallaci dà prova di coraggio intellettuale […] Non protesta solamente contro l’islamismo assassino. […] Protesta anche contro la negazione in corso nell’opinione pubblica europea, sia italiana, sia francese, per esempio. Non si vuole vedere condannare mentre afferma con chiarezza il fatto che è l’Islam a partire in crociata verso l’Occidente, e non il contrario“. La rivista, dopo le proteste dei lettori e dell’opinione pubblica, sconfessò il pezzo. Un altro episodio, senz’altro emblematico, è avvenuto nel 2006 in relazione alla pubblicazione delle vignette su Maometto (che faranno schizzare le vendite del Charlie Hebdo da 140.000 a 160.000 copie, mentre la redazione, nonostante le proteste della comunità islamica, viene omaggiata dal Ministro della cultura) apparse precedentemente sul giornale danese Jyllands-Posten, scatenando proteste la settimana precedente in alcuni paesi musulmani dopo che alcuni imam danesi avevano animato una campagna contro le vignette nel mondo musulmano e da noi rese note dall’allora ministro leghista Calderoli, che indossando una maglietta con una delle citate caricature ottiene di far scatenare un attacco al consolato italiano di Bengasi, saccheggiato e bruciato. Appariranno altre vignette contro Maometto – identificando quindi tutto l’Islam col fondamentalismo jihadista, non distinguendo fra Islam “laico” e non (gravissimo errore) – che causeranno nel 2011 l’assalto e il lancio di bottiglie molotov contro la redazione e,[2] per ultimo, l’episodio del 7 gennaio, preannunciato al sostegno al romanzo-fantapolitico Sottomissione (Bompiani, 2015), ambientato nella Francia del 2022, sottomessa ad un presidente musulmano salito al governo grazie al ‘compromesso’ fra socialisti e gollisti che preferiscono un paese sotto la sharia piuttosto che amministrato da Marine Le Pen.[3] Nel corso degli anni il settimanale pubblicherà molte vignette contro il cattolicesimo, l’ebraismo (nel 2008 il vignettista Siné è stato licenziato per “antisemitismo”), la politica (soprattutto contro soggetti di estrema destra, come il Front nationl) e gli intellettuali.

L’increscioso attentato ordito da questi ‘professionisti’ (che però dimenticano la propria patente di guida sul sedile dell’auto) che va condannato in tutto e per tutto, così come lo è stato da parte di tutte le autorità islamiche, come la Lega araba e l’Università Al-Azhar, massimo centro per gli studi sunniti,[4] ha colpito un obiettivo non casuale: non una sede politica e/o istituzionale del governo francese, l’ufficio di una multinazionale o una stazione di polizia o una caserma dell’esercito – obiettivi che di solito caratterizzerebbero il terrorismo “classico” – ma un giornale che fa della satira, quindi un simbolo della cosiddetta libertà occidentale che sarebbe minacciato dall’Islam fanatico, oscurantista e integralista, una vera e propria ‘manna’ per i laicisti del Ps di Hollande, i conservatori atlantisti come Alexandre Del Valle, sempre pronto a denunciare tutto ciò che intaccherebbe l’unipolarismo americano come “eversivo”, fino ovviamente agli islamofobi del Front national, accompagnando il tutto – specie per quanto riguarda la stampa occidentalista – da proclami sulla superiorità della civiltà occidentale rispetto alle altre, da difendere armi in pugno. Mentre parte dell’opinione pubblica parla di “guerra santa” fra Occidente e Oriente, è il caso di domandarsi: di fronte ad una strage come questa – non dimentichiamo che in Italia abbiamo avuto la “strategia della tensione” –: a chi giova questa situazione di instabilità? Qualora i due attentatori – uccisi, quindi impossibilitati a testimoniare – risultassero effettivamente legati alla Jihad islamica, a chi giova lanciare l’ennesima crociata contro l’Islam? È possibile una strumentalizzazione delle vicende parigine?

Il contesto che ha determinato questa azione è senz’altro la nascita e lo sviluppo dello Stato islamico dal 2004 in avanti. Partiamo dal presupposto, inoltre, che dalla fine della presidenza Chirac – noto per essersi disimpegnato in Iraq e per non aver affiancato la coalizione occidentalista –, le cose sono cambiate in Francia: un’opinionista conservatore come Del Valle è diventato di casa all’Eliseo con Nicolas Sarkozy, palesemente filoamericano e in netta controtendenza rispetto ai vecchi gollisti. Idem con Hollande e la ‘sinistra’ socialista, prona non solo ai dettami della troika, ma pure a quelli degli States. Infatti il filosofo Bernard-Henri Lévy (BHL) –, figura chiave della ‘nouvelle philosophie’, corrente animata da un gruppo di giovani intellettuali che esprimono il rifiuto delle dottrine che animarono i tumulti del maggio francese, muovendo un’agguerrita ed inflessibile critica morale, è il classico caso di intellettuale che da destra – amico di Nicolas Sarkozy dal 1983, allontanatosi da questi nel 2007 in poi e riavvicinandosi nel 2011 – è arrivato a sostenere ‘la sinistra’, cioè il Partito Socialista, di Hollande e, nel 2014 (un caso?) il premier italiano Matteo Renzi – la stessa identica sinistra così ‘indipendente’ che in Francia ha come think tank di riferimento la fondazione filoamericana e filosionista Terra Nova sostenuta da Dominique Strauss-Kahn, ex presidente del FMI, che ha introdotto le primarie sul modello del Pd italiano e degli Stati Uniti.[5] Il ‘progressista’ Lévy, in nome dei diritti umani, è inoltre molto critico nei confronti di dittature, di governi poco in linea con l’Occidente (come quello di Vladimir Putin) e verso l’islamismo; ha difeso le caricature contro Maometto sullo Jyllands-Posten e firmato il manifesto Insieme contro il nuovo totalitarismo, schierandosi con lo Stato d’Israele e portato alla ribalta il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, non senza ricevere critiche. In Francia insomma, il ruolo dell’intellettuale è servito a spingere in senso filoamericano la politica estera del paese, dato che BHL e altri come lui hanno fatto propaganda per indurre la Francia a impegnarsi in tutti i conflitti mediorientali, contrastati dai predecessori.

Al pari degli Stati Uniti, la Francia del duo atlantista Sarkozy-Hollande ha armato e finanziato i terroristi fondamentalisti in Libia ed in Siria, contribuendo in maniera non indifferente alla distruzione dei regimi nazionalisti laici e progressisti del Medio Oriente – in cui a mio parere va incluso anche l’Iraq ba’athista di Saddam Hussein, affine al ba’athismo di Assad – spianando in tal modo la strada proprio all’estremismo religioso foraggiato dai suoi alleati del Golfo, ovvero l’Arabia Saudita e soprattutto il Qatar, dove si erano formati i due attentatori di Parigi. La Francia – grazie a questa politica estera così prona agli interessi americano-israeliani – ha cresciuto in seno delle vere serpi, usandole in funzione antilibica ed antisiriana. Così quest’ultime sono andate a combattere in Libia, in Siria e in Mali, per poi ritornare in Francia con una notevole esperienza militare, determinate ad utilizzare quest’ultima per seminare il caos ed il terrore anche in patria. L’attivismo jihadista nel Sahel e nel Maghreb, come nell’ Africa sub-sahariana o in Europa, è la conseguenza di una irresponsabile politica atlantista iniziata più di tre anni fa, ovvero la collaborazione dei servizi speciali della Nato, della CIA, dei francesi e degli inglesi con i leader di Al-Qaeda e dell’Aqim, il suo ramo nordafricano, in Libia, in Siria e in Algeria. Un’esperienza che l’Occidente aveva già sperimentato fin dai tempi della guerriglia antisovietica in Afghanistan, dove negli anni ’80 furono gli Stati Uniti, il Pakistan e l’Arabia Saudita a finanziare i mujaheddin in funzione antisovietica, tra cui i talebani con Osama bin Laden, i quali, sconfitta l’Armata rossa e rovesciato il governo filocomunista di Mohammad Najibullah (1996), governarono col pugno di ferro e – anche se i media occidentali non sono molto propensi a dirlo – con l’iniziale appoggio americano, desiderosi di ottenere il controllo degli oleodotti che dall’Asia centrale portano il gas e il petrolio alla Cina e all’India. La costruzione di detti oleodotti doveva essere affidata all’impresa statunitense Unocal. Gli accordi fallirono e la protezione fornita dai talebani a Osama bin Laden (ispiratore degli attentati dell’11 settembre 2001) fu il pretesto per invadere l’Afghanistan nell’ottobre 2001. Potremmo continuare citando il finanziamento – sempre in nome della “libertà” – dei vari nazionalismi etnici nei Balcani per favorire l’espansione della Nato nell’Europa dell’est, e l’arruolamento di jihadisti sostenuti da Usa, Arabia Saudita,  Turchia e Unione europea, nella guerra in Bosnia e in seguito in Kossovo contro i serbi o il caso dell’ex detenuto di Guantanamo, leader di Al-Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, insignito dai generali francesi della Nato come “governatore militare di Tripoli” nell’agosto del 2011, poi incaricato della missione contro Damasco nel novembre dello stesso anno alla testa di reti jihadiste in Siria (base dello pseudo Esercito Libero Siriano) con sede in Turchia, i cui campi di addestramento e le cui vie di armamento sono state organizzate in Libia con la benedizione del Consiglio Nazionale di Transizione e dei suoi protettori della Nato.[6]

L’obiettivo della strumentalizzazione dell’evento, quindi, è molto semplice: farci odiare l’Islam tout court e legittimare di fatto una nuova ondata di “esportazione di democrazia” più massiccia di quella precedente. Il caso del Charlie Hebdo che sposa l’orianafallaci-pensiero è l’ennesimo paradigma di una sinistra prona al pensiero unico, in questo caso in chiave americanofila.

Altra riflessione da fare – che ha a che vedere con la tragedia che ha colpito la redazione di Charlie Hebdo – riguarda l’ambiente di provenienza degli attentatori, ovvero le banlieu parigine, e il modello d’integrazione adottato dai governi occidentali in generale. È noto (si legga il saggio di Guido Caldiron Banlieue. Vita e rivolta nelle periferie della metropoli, Manifestolibri, 2005) che le periferie parigine sono state utilizzate da sempre per ghettizzare gli indesiderati. Un tempo erano i ceti “sovversivi” – la classe lavoratrice – portatori di istanze “sovversive” per l’ordine costituito, successivamente gli immigrati, una ghettizzazione funzionale soprattutto alle esigenze della polizia, che vi confina e controlla con più facilità la microcriminalità, che attecchisce e fiorisce come in un laboratorio a cielo aperto grazie all’altissimo tasso di disoccupazione. Ed è territorio di caccia per le holding criminali, che vi hanno impiantato l’industria della droga, il 7% del Pil francese, e , come si evince dal caso qui trattato, anche del fondamentalismo islamico, che fa breccia – come spesso avviene col terrorismo tout court – nella disperazione. Caldiron mostra molto bene come le banlieue rappresentino “altrettanti luoghi simbolici della crisi sociale francese di questi anni. Non un elemento marginale, o una sorta di corollario mostruoso allo sviluppo urbano degli scorsi decenni, ma, in qualche modo, il centro di un problema. Forse il cuore stesso del futuro del paese”. Il 36% dei francesi, infatti, abita in banlieue, circa 20 milioni d’abitanti – dato dovuto alla forte centralizzazione del paese, la concentrazione della maggior parte della popolazione a Parigi e in pochi altri agglomerati urbani quali Lille, Lione, Marsiglia, Montpellier, Nizza. Nella zona, come i banlieusard chiamano il loro territorio, la vita materiale è l’unico problema. Non basta un surrogato di culture giovanili, rap e graffiti a dare una pur superficiale patina di simbolico alla zone. Non attacca, purtroppo. Difficile un investimento simbolico quando ogni desiderio è automaticamente frustrato e l’accumulo di frustrazioni si traduce in esplosioni di violenza. Per chi vive confinato in banlieue la haine, l’odio, è la sola modalità di negoziazione con il reale: si è odiati e si odia. E l’odio divora e distrugge. E quindi, di fronte ad un Ministro degli Interni come Nicolas Sarkozy, che il 25 ottobre 2005 a conclusione di una visita nei “quartieri sensibili” del nord di Parigi, ne ha definito gli abitanti, attoniti, racaille, non “feccia” come è stato tradotto, ma “bastardi di cui sbarazzarsi al più presto”, che diventato presidente inaugura una politica estera come quella descritta all’inizio, e di fronte ad un paese che non solo non riesce a integrare i suoi stessi cittadini – dato che stiamo parlando di figli di immigrati di seconda, terza generazione, non di new entry – ma li ghettizza prima socialmente poi culturalmente, è normale che lì attecchiscano forme eversive pericolose per la civile convivenza. Il fallimento del melting pot proposto dai ‘progressisti’ e dai liberali, che propone la cancellazione della propria identità, è espresso palesemente dal caso banlieu. A tal proposito è calzante l’analisi del sociologo Alain Bertho, intervistato da Caldiron:

 “Personalmente è lo stesso concetto di integrazione che contesto, nel senso che si tratta di supporre l’esistenza, prima dell’arrivo dello straniero, di una società nazionale connotata da regole, norme e codici pressoché intoccabili che “l’altro”, al proprio arrivo dovrà fare suoi, diventando così uguale a tutti gli altri e fondendosi nella massa. Credo invece che, in particolare nelle grandi metropoli del pianeta, questo modello “nazionale” di cultura, codici, e norme stia andando inesorabilmente in pezzi e si debba perciò procedere in altre direzioni per pensare di costruire una società e una cultura comuni” (p.51).

 Tornando ai fatti parigini, fermo restando che la condanna a ogni forma di violenza integralista deve essere chiara, potremmo riflettere su questo: la satira deve poter operare liberamente – dato che è alla base della civile convivenza -, ed altrettanto liberamente deve svolgere il proprio ruolo sociale senza però sfociare – è un giudizio personale – nell’offesa al sentimento religioso e quindi morale di persone e di intere popolazioni che si ritengono invece “barbariche” o “inferiori”, come invece le vignette del Charlie Hebdo sembravano indicare. Potremmo anche riflettere sull’ipocrisia del politicamente corretto, che con lo slogan “Je suis Charlie” (‘Io sono Charlie’) sembrerebbe indignarsi verso l’oscurantismo monoteista islamico che ha compiuto tale strage, e si strappa gli abiti indignato perché l’illuminismo laico sembra esser morto, dato che non si è più liberi di far satira. Ma chiediamoci: perché quando le medesime vignette vennero ristampate nel 2006 su La Padania e Calderoli indossò la ‘famigerata’ maglietta, i leghisti vennero dipinti come ‘rozzi’, ‘cattivi’, ‘fascisti, nazisti e razzisti’, mentre ora, dato che a pubblicarle è un settimanale come il Charlie Hebdo, politicamente schierato a sinistra, allora pubblicare tali vignette è sinonimo di illuminista e laica libertà? Qualcuno obietterà – ed è lecito – che Calderoli è un politico – un ministro per di più –, La Padania l’organo di un movimento allora al governo – e che marciava sull’islamofobia ben prima dell’11 settembre – e che è molto più grave un gesto se fatto da un’autorità istituzionale piuttosto che se pubblicata su un periodico di satira. Ma riflettiamo: perché se un giornale di destra pubblica ritratti caricaturali degli africani con le labbra tumide, rabbini ebrei con nasi adunchi e imam musulmani fanatici e caricaturali pronti al suicidio, tale testata diventa improvvisamente razzista (e La Padania lo era senz’altro) e va chiusa o “schedata”, ma se viene pubblicata da una rivista laica e illuminista “occidentale e progressista”, che in cuor suo crede nella sua superiorità alla pari del conservatore atlantista o del populista di turno, costui sta svolgendo un servizio pubblico per la libertà di tutti noi?…

Interessanti, a riguardo, le considerazioni dello storico Franco Cardini, cattolico di destra, ma senz’altro non ostile verso l’Islam, anzi, critico verso la campagna islamofoba in corso:

“Io sono sconvolto, come tutti gli occidentali e gran parte del mondo, e partecipo al cordoglio di quelle vittime, sono solidale con le famiglie dei vignettisti di Charlie Hebdo. Ma sul bavero della giacca scriverei Je ne suis pas Charlie Hebdo, io non sono Charlie Hebdo. La libertà è veramente libertà quando ha dei limiti, quelli del rispetto delle altre persone. C’è un attacco ai valori occidentali, ma mi domando: i valori occidentali erano quelli rappresentati da Charlie Hebdo? Il sottotitolo del Charlie era: journal (istes) irresponsable, giornale irresponsabile. Io non sono d’accordo, la libertà, concetto volteriano (di cui ho letto qualcosa anch’io) per me è responsabile, finisce quando iniziano i diritti altrui. Se certe vignette sono blasfeme e offendono chi non considera la libertà come una questione prioritaria, se me la prendo con tutte le religioni, sbeffeggio i santi, la Madonna, beh, questa non è libertà, mi devo firmare un passo prima. Ma questo naturalmente non toglie nulla alla sacralità della vita e all’efferatezza di una strage mostruosa”.[7]

Per concludere, non è la prima volta che una tragedia (con i suoi lati “oscuri”) viene strumentalizzata da chi di dovere per creare capri espiatori e bandire aggressioni belliche. Nel farlo si usa l’ignoranza collettiva, il finto senso di colpa, il nazionalismo esasperato e la manipolazione delle notizie. Sta a noi saper filtrarle per non farci manipolare e “arruolare” in una crociata utile soltanto al mantenimento del vigente stato di cose unipolare.



[1] Piera Matteucci, Anais Ginori e Valeria Pini, Assalto al giornale Charlie Hebdo: 12 morti. Due dei tre killer reduci dalla Siria, in la Repubblica, 7 gennaio 2015.

[2] Cfr. Attentato incendiario al Charlie Hebdo. Distrutta la sede del giornale, pista islamica, in la Repubblica, 2 novembre 2011; Il direttore Charb mostra il numero del 2 novembre 2011 con la vignetta satirica su Maometto, con la sede della rivista devastata sullo sfondo, in ivi., 2 novembre 2011.

[3] Cfr. Charlie Hebdo, su Sottomissione di Michel Houellebecq l’ultima copertina, in il Fatto Quotidiano, 7 gennaio 2015.

[4] Cfr. Strage di Parigi, ferma condanna della Lega Araba e dell’università Al-Azhar, in Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2015.

[5] Cfr. A. Zevin, Un think tank parigino mostra la via della neo politica, in Le Monde diplomatique, febbraio 2010; L. Venturin, Terra Nova. La fondation est-elle encore le nouveau monde du PS?, in l’Humanité, 2 gennaio 2013; R. Lefebvre, I socialisti francesi adottano il sistema delle primarie. Partiti politici, specie minacciata, in Le Monde diplomatique, maggio 2010. A. Garrigou, L’opinione contro il popolo, in ivi, ottobre 2011; Terra Nova, l’American Jewish Committee et la guerre contre l’Iran, in http://blog.mondediplo.net/2012-06-08-Terra-Nova-l-American-Jewish-Committee-et-la;

2 commenti per “Charlie Hebdo: riflessioni sulla strumentalizzazione della violenza

  1. armando
    19 Gennaio 2015 at 18:52

    Sottoscrivo in pieno, in specie le parole di Cardini. Di mio aggiungo una cosa. La satira, si dice, sbeffeggia senza riguardi il potere, se è satira. Ebbene, la “satira” di Charlie, al contrario, sbeffeggia ciò che anche il potere, colle sue modalità, sbeffeggia. E’ cioè integralmente dentro il potere, un suo braccio armato, di matita e non di kalascinokov, certo, ma pur sempre armato. Charlie, si vedano queste vignette, http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_jcs&view=jcs&layout=form&Itemid=150&aid=311709 , si accaniva contro tutte le religioni, e dico le religioni in quanto tali, non tanto e non solo le loro espressioni istituzionali e “politiche”, sempre ovviamente criticabili. Che senso ha, e non importa essere credenti o atei, disegnare Gesù che nasce in un cesso pubblico, o un rapporto sodomitico fra Dio e Cristo? Forse Gesù morto in croce, ci si creda o meno, è un’espressione del potere? O risiede, il potere, nei musulmani delle bainlieu? Certo che no, ma si dirà che quei disegni rappresentano dei simboli. Bene, a modo loro, anche le BR si accanivano contro i simboli. Cambiano i metodi, e certo fra un disegno e una pallottola c’è differenza, ma l’ambito di idee è del tutto simile.
    L’ambito culturale di Charlie è lo stesso ambito del laicismo al potere, inoppugnabilmente. E allora la sua non è satira, è appoggio ai potenti, alle elites finanziarie mondiali per le quali nulla deve essere sacralizzato. Solo che alla fine di ogni dissacrazione, rimane solo la sacralità della merce, la mercificazione totale di ogni ambito della vita, fino alla vita stessa.
    Tutte le religioni, cristianesimo, islamismo, ebraismo etc, nonostante la loro diversità anche profonda sul piano teologica nel quale non mi addentro per incompetenza, implicano regole condivise e limiti alla libertà individuale. Quindi sono da eliminare. Charlie svolge, a suo modo, questo compito, altro che satira contro il potere. E’ ovvio che il terrorismo va condannato (in ogni sua forma, però, anche quella delle bombe sulle città sparate da 5000 metri), ed è altrettanto vero che se guardiamo ai suoi effetti quì in occidente, dal nostro punto di vista sono disastrosi. Contribuiscono a rinsaldare un fronte unico da dx a sx, facendo passare in secondo ordine le diversità, sotto l’egemonia Usa. Ma non solo, il terrorismo contribuisce di fatto a rinsaldare presso i musulmani l’identità fra cristianesimo e occidente. La quale c’è pur stata, è vero, ma come fenomeno storico e non come identità, diciamo così, ontologica. Già l’allora cardinale Ratzinger ci teneva a questa distinzione fondamentale (eravamo nel 2004), conscio che ormai i così detti valori occidentali nulla hanno a che fare con quelli cristiani. Un disastro insomma. Per cui non solo è lecito, è doveroso chiedersi “cui prodest”?

  2. Hhjjj
    12 Settembre 2016 at 23:44

    Senza parole ! Sono indignato

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