Istruzione di “genere”

Sostituire progressivamente la lotta di classe con quella di genere è stato un fenomeno che ha favorito significativamente lo sfilacciamento del nostro tessuto sociale e politico. Creare conflitti orizzontali tra categorie sociali favorisce il morire del conflitto di classe, della possibilità di fare dei ceti subordinati un unico grande fronte: cosciente della propria condizione e convinto di voler lottare per migliorarla. Non sembra essere un caso che sotto le logiche del capitalismo post borghese si vedano le categorie sociali dividersi e frammentarsi, perdendo una via politica nelle loro sempre più ristrette battaglie.  Spesso, laddove si pensa ci sia una legittima richiesta di diritti si nasconde spesso la volontà di imporre il proprio agli altri, facendo saltare gli schemi sulle priorità sociali e su una sensata analisi di queste ultime.

Quando poi si parla di diritti e di battaglie femminili il discorso si farà sempre parziale, le acque e i cieli si apriranno per lasciar passare ogni carretto che rechi con sè una qualsiasi istanza (anche la meno prioritaria) del femminismo. Ne funge da perfetto esempio il decreto che la ministra Valeria Fedeli firmò nel gennaio 2018, che aveva tra i propri obiettivi quello di incentivare le iscrizioni femminili alle cosiddette facoltà “STEM” (ovvero concernenti le materie scientifiche) . Il principio alla base di questa proposta non è così difficile da intuire: la società patriarcale continuerebbe a opprimere le donne anche sotto questo aspetto e sarebbe colpa del passato maschilista dal quale proveniamo se le donne oggi, nonostante siano legalmente libere di fare ciò che vogliono, non si avvicinano alle materie scientifiche. Si tratta di una misura discriminatoria in senso positivo, come tante ne sono emerse dall’attivismo politico di rosa nostra, giustificata dalla solita e perpetua condizione subordinata che le donne da sempre vivrebbero e dalla quale ancora oggi si dovrebbero emancipare.

Ma nel mentre le attenzioni sono tutte indirizzate a favorire la carriera universitaria delle donne, nei licei italiani la storia non sembra raccontare la favola del patriarcato. Secondo una ricerca istat sui livelli di istruzione della popolazione condotta nel 2018, c’è un divario non indifferente tra uomini e donne per quel che riguarda i livelli di scolarizzazione, un divario che vede i giovani uomini ricoprire una posizione di svantaggio: infatti per quanto riguarda il conseguimento di un titolo secondario superiore vediamo un 63% di donne contro un 58% maschile, con tanto di precisazione da parte dell’istat sul fatto che “i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili”. Dati, quelli dell’istat, che lasciano emergere una condizione di svantaggio maschile in ambito scolastico fin dalla scuola superiore, ma che sembrerebbe godere di molta meno attenzione rispetto al problema delle donne (già diplomate) che non si iscrivono alle materie scientifiche.

Anche senza ascoltare i pareri altisonanti di personalità accademiche o di famosi ricercatori, il fatto che si palesi una probelamatica didattica tutta rivolta al maschile sembrerebbe essere lampante. Le domande sorgono quasi spontanee: come si può finanziare una manovra che incentivi le donne a laurearsi in determinate materie se nel frattempo, ancor prima di arrivare al diploma, la situazione nazionale vede un problema di genere opposto? Come mai tra riviste, giornali, media e informazione, assistiamo a un continuo bombardamento sulle disparità che subiscono le donne, anche in ambito accademico e didattico, mentre di questa disparità a svantaggio degli uomini non se ne sente mai parlare? Il doppio standard sembrerebbe essere l’unica risposta plausibile: il mainstream ideologico e politicamente corretto impone due pesi e due misure, così in ambito giudiziario, penitenziario e fiscale come in ambito didattico, le attenzioni hanno una sola categoria alla quale rivolgersi, il resto è marginale e come tale va quindi emarginato.

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Fonte foto:Il Fatto Quotidiano (da Google)

 

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