L’amministrazione Trump ha un disperato bisogno di soldi. Il debito estero complessivo degli Usa ha raggiunto infatti il record assoluto di 28.100 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno e continua a crescere. Da creditore verso il resto del mondo, Washington sta accumulando una gigantesca massa di debito estero che ormai non è più sostenibile per almeno tre ragioni. L’analisi di Alessandro Volpi.
Le ultime dichiarazioni di Donald Trump rivolte all’Unione europea
chiariscono bene il senso delle difficoltà degli Stati Uniti. Il
presidente americano ha sostenuto che i dazi scenderanno al 15%, senza
specificare in alcun modo le forme di tale riduzione, solo se gli
europei trasferiranno agli Stati Uniti una montagna di soldi: se si
dovessero mettere insieme tutte le cifre ventilate, si arriverebbe tra
energia, armi e varie altre voci a poco meno di 2mila miliardi di
dollari in tre anni. Trasferimenti analoghi, sia pur di minore entità,
Trump ha richiesto con vigore a Giappone, Indonesia e Corea del Sud, a
cui vanno aggiunge le sollecitazioni alle petromonarchie.
In sintesi, Trump ha bisogno disperato di soldi. Il motivo è molto
chiaro. Il debito estero complessivo degli Stati Uniti ha raggiunto il
record assoluto di 28.100 miliardi di dollari nel primo trimestre di
quest’anno e sta continuando a impennarsi. Da Paese creditore verso il
resto del mondo gli Stati Uniti stanno accumulando una gigantesca massa
di debito estero che ormai non è più sostenibile per almeno tre ragioni
molto evidenti.
La prima è costituita dalla conclamata perdita di capacità produttiva per cui gli Stati Uniti, senza la finanza, non sono più la principale potenza del Pianeta. La seconda ragione si lega alla prima perché questa perdita del primato non permette più alla Federal Reserve di produrre dollari per coprire i debiti americani. La terza ragione è individuabile nella massa enorme di debito federale compresa nel totale della spesa debitoria: il debito pubblico americano, come ha dichiarato candidamente lo stesso Jerome Powell, a capo della Fed, non è più sostenibile.
Del resto i numeri sono molto chiari. Il debito estero degli Usa è
pari al 100% del Pil americano, in un contesto dove però il totale del
debito pubblico e privato degli Stati Uniti è superiore al 250% dello
stesso Pil e dove le entrate totali (federali, statali e locali) che
Trump vorrebbe ulteriormente ridurre, non arrivano a 5.000 miliardi di
dollari. Dunque il capitalismo finanziario Usa è schiacciato dalla
dipendenza dai capitali e dai risparmi esteri di cui necessita, oltre
che per evitare l’insolvenza dello Stato federale, per mantenere una
bolla borsistica che è arrivata ad assommare circa 50mila miliardi di
dollari, con i cui quali si tiene viva la ricchezza colossale delle
fasce più alte di popolazione ma anche l’ormai estesissimo sistema di
polizze, fondi pensione, assicurazioni, prodotti finanziari disseminati
nel mondo occidentale come strumenti “sostitutivi” della ritirata dello
Stato sociale. Alla luce di tutto ciò Trump usa i dazi come mezzo, oltre
che per incassare, come arma di pressione verso le colonie, “obbligate”
a trasferire tutte le loro risorse verso la capitale dell’impero
rendendo ancora più accentuata la paradossale situazione per cui circa
il 60% dei risparmi mondiali si dirigono verso gli Stati Uniti.
Il neoliberalismo ha edificato un modello che prevede la “libera” sottomissione al capitalismo finanziario, con una centralità assoluta americana, e ora che l’impero vacilla, proprio perché ha portato a compimento gli inevitabili eccessi della subordinazione, lo stesso neoliberalismo deve trovare le giustificazioni per spiegare alle popolazioni impoverite la necessità di continuare ad accettare la sottomissione. In questa azione, la narrazione neoliberale trova cantori sia a destra sia nel progressismo, solerti nel sostenere che non ci sono alternative. In effetti, per i neoliberali di destra e di sinistra i ricchi e i poveri devono restare tali.
Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024).
Fonte: https://altreconomia.it/la-crisi-degli-stati-uniti-puo-essere-ritardata-solo-dalla-sottomissione-delle-colonie/Altreconomie
Donald Trump alla Casa Bianca, fonte © Samuel Corum/POOL via CNP/INSTARimages.com / IPA