La piega interna della democrazia. Il caso Assange*

Introduzione

È del tutto ovvio ribadire che, in democrazia, uno dei diritti principali dei cittadini sia la libertà di espressione. Tale diritto, peraltro, è sancito dalle costituzioni e dunque sembrerebbe inutile discuterne. È altrettanto ovvio che, nella libertà di espressione, rientri a pieno titolo il diritto di pubblicare notizie di interesse comune. Quando accade che, come nel caso delle inchieste e dei processi che si sono accaniti contro il giornalista australiano Julian Assange, tutto ciò è patentemente violato, non c’è dubbio che vada denunciato senza indugio.

La contraddizione espressa dai sistemi politici euro-americani quanto al caso Assange, tuttavia, non si può liquidare facilmente come una violazione, pur clamorosa, delle regole libertarie di cui questi stessi sistemi si fanno sostenitori. In realtà, occorre analizzare a fondo le disavventure capitate ad Assange e ai giornalisti di WikiLeaks, di cui peraltro non abbiamo ancora visto l’epilogo, analizzandole dal punto di vista filosofico-politico. In altre parole, credo sia estremamente importante, ed anche urgente, interrogare questa triste vicenda, chiedendoci anzitutto come mai sia potuto accadere un “caso Assange” nel cuore delle liberal-democrazie contemporanee. Insomma, quali sono i motivi per i quali sistemi di potere che si autodefiniscono “democratici”, e che garantiscono la libertà di espressione a partire già dalle carte costituzionali, si ostinano nel perseguitare un giornalista che ha pubblicato notizie capaci di far luce – con documenti inoppugnabili, verificati e mai smentiti – non sull’attività di privati ma sull’azione di uno Stato o quelle di persone che incarnano le Istituzioni.

Si tratta di semplice abuso di potere da parte dei paesi interessati? Si tratta di un fatto casuale oppure, come io credo, dietro questo comportamento – peraltro non occasionale ma sistematico e di lunga durata temporale – vi è una logica stringente, quasi una necessità storica che è necessario mettere a nudo?

Comincerei dunque con una domanda fondamentale: le liberal-democrazie occidentali sono sostanzialmente diverse dagli altri dispositivi di potere che si sono presentati nella storia oppure, almeno su un punto fondamentale, tutti loro convergono? Assumerò questa seconda ipotesi: tutti i sistemi di potere, anche quelli liberal-democratici, concordano sostanzialmente sulla necessità di preservare sé stessi, negando, se occorre, anche la libertà di espressione. Cercherò di spiegare i motivi per cui ciò accade, collocando il caso Assange all’interno di questo contesto di indagine filosofica.

 

La sopravvivenza del potere

I sistemi liberal-democratici, benché saldamente radicati nel discorso politico moderno, discendono da una storia più che bimillenaria, affondando le proprie radici all’interno dell’intero percorso culturale e politico dell’Occidente. Non è né utile, né possibile fare qui una genealogia di tale percorso. Ci basti soltanto ammettere che, nel nostro tempo, tali sistemi hanno raggiunto una notevole dose di articolazione strutturale (viviamo nel mondo della complessità) e presentano una serie di contraddizioni e di paradossi – frutto di quella medesima complessità.

Dal punto di vista della libertà d’espressione, tale complessità è ambivalente: da una parte essa favorisce la strutturazione di meccanismi giuridico-istituzionali che rendono difficile la vita del despota, poiché non è facile per un uomo di potere (fosse pure il Presidente degli Stati Uniti), chiunque sia, una persona o un organo dello Stato, disporre del potere in maniera arbitraria, dall’altra parte, però, rende anche possibile l’affievolirsi inavvertito della libertà individuale. Anzi, il grande capolavoro del soft power moderno, giunto oggi alla sua più completa maturazione storica, è stato quello di convincere gli uomini di essere liberi, proprio quando tale libertà è maggiormente minacciata.

Il mondo liberal-democratico si dice libertario, fa della libertà il proprio point d’honneur ideologico, ma condanna all’insignificanza coloro che si oppongono al mainstream che domina lo spazio pubblico. Indubbiamente, anche dopo aver aspramente criticato e condannato il governo, in generale, si può andare a dormire relativamente tranquilli sul fatto che difficilmente si verrà svegliati dalle polizie politiche – come magari può accadere ai sistemi di potere autocratici e dispotici vecchio stampo. Tuttavia, è anche difficile allontanare la sensazione, assai pesante e claustrofobica, che la propria protesta sarà inesorabilmente condannata a rimanere vuota e insignificante – così come è politicamente poco significativa, del resto, la vita pubblica di gran parte degli uomini e delle donne che vivono nelle società post- industriali. Se potessi esprimermi con una formula sommaria, direi che, nelle liberal-democrazie, le forme di potere tendono a ricorrere alla guerra preventiva in politica estera, mentre, sul piano della formazione della soggettività, in maniera altrettanto preventiva, fanno in modo che la libertà politica abortisca sul nascere, magari strozzata nella culla. In fondo, non si può dar torto ad un brillante autore americano contemporaneo (Wolin, 2008, ebook), quando costui parla di “totalitarismo rovesciato:

Rather, in coining the term “inverted totalitarianism” I tried to find a name for a new type of political system, seemingly one driven by abstract totalizing powers, not by personal rule, one that succeeds by encouraging political disengagement rather than mass mobilization, that relies more on “private” media than on public agencies to disseminate propaganda reinforcing the official version of events.

E, tuttavia, non sempre accade quanto descritto, poiché la gestione dei fatti può sfuggire di mano. Accade allora che i sistemi liberal-democratici siano “costretti” a mostrare un volto diverso, più “primitivo” ed esplicito, pericolosamente somigliante a quello del potere autocratico: situazioni storiche in cui tali sistemi sono obbligati a dismettere anche la maschera del soft power, ossia dell’apparente tolleranza e dello stato di diritto. Un caso in particolare ha attirato l’attenzione della stampa internazionale e ha smosso le coscienze a livello globale: mi riferisco al “caso Assange”. A proposito di tale caso, una studiosa che ha seguito l’intero itinerario biografico dell’attivista australiano, su questo punto, mette opportunamente in evidenza differenze ma anche pericolose continuità fra sistemi autocratici e democratici:

Una dittatura avrebbe inviato sicari e manganellatori a liquidare Julian Assange e i giornalisti di WikiLeaks. Il complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati, invece, ha usato, e continuerà a usare, tecniche meno brutali. E questo è certamente preferibile. Ma il punto è che non c’è bisogno di essere brutali quando si può far crollare un giornalista con la tortura psicologica invece che con quella fisica. Non serve fare bruciature di sigaretta sulle braccia di Julian Assange, quando lo si può portare sull’orlo del suicidio, con dieci anni di detenzione arbitraria senza un’ora d’aria e senza via d’uscita. Non serve mandare sicari per fermare le pubblicazioni di una testata, quando basta usare la lawfare e tenere i suoi giornalisti e le sue fonti in un clima di perenne intimidazione. (Maurizi, 2021, ebook)

Come può accadere tutto ciò? Come mai, all’interno d’una realtà liberale, ha fatto apparizione ciò che della libertà costituisce, di fatto, la concreta negazione storica? Io credo che la riposta vada cercata all’interno delle ragioni più profonde che sostengono una qualsiasi associazione di potere – foss’anche lo Stato liberal-democratico. Se retrocediamo, infatti, al tempo della sua fondazione, dobbiamo prendere atto che i teorici della sovranità avevano pensato l’istituzione statuale come l’involucro destinato, più che a proteggere, ad assoggettare i sudditi ad un ordine che poteva anche contrastare con i loro interessi. Lo Stato moderno nasce su un presupposto antropologico preciso e inderogabile: l’assoluta mancanza di limiti intrinseci alla natura umana quanto all’esplicazione della libertà. La definizione hobbesiana di libertà (Hobbes, 1994, ebook) è “assenza di opposizione”):

LIBERTY, or FREEDOM, signified (properly) the absence of opposition (by opposition, I mean external impediments of motion) and may be applied no less to irrational and inanimate creatures than to rational.

Nella prospettiva di Hobbes, dato l’assenza di limiti etici e ontologici alla libertà, occorre necessariamente affidare la sovranità su un territorio, e sulla popolazione che vi abita, ad un monopolista della forza fisica legittima (auctoritas non veritas facit legem). Soltanto in questo modo, quella massa di individui atomizzati, liberi ed uguali, tendenzialmente anarchici e indifferenziati, possono divenire un corpo politico o, per dirla con parole più diffuse, possono diventare un popolo.

È chiaro che non si deve intendere lo Stato soltanto nella sua versione assolutistico-hobbesiana ma bisogna considerare anche le sue rivisitazioni storiche. Le critiche in senso liberale e democratiche (Locke, Rousseau) hanno apportato critiche decisive all’assolutismo, contribuendo in maniera fondamentale alla concezione contemporanea della statualità. Esse avrebbero voluto ottenere due obiettivi diversi ma paralleli: diminuire l’ingerenza dello Stato, inteso come apparato autonomo, e aumentare le possibilità di azione e di partecipazione dei sudditi (ora cittadini) alla gestione degli affari comuni. Questa svolta “democratica”, però, lo dice assai bene la tradizione libertaria che va da Alexis de Tocqueville (Tocqueville, 1981) ad Hannah Arendt (Arendt, 1958), ha preso piuttosto una svolta “biopolitica”, esautorando di fatto i cittadini dalla sfera della politicità attiva, relegandoli piuttosto al ruolo assai meno significativo di produttori/consumatori. Nascono esattamente da qui quelle due espressioni distinte, ma in fondo convergenti, che tanto successo hanno avuto nell’interpretazione delle società di massa, ossia individualismo e spoliticizzazione.

Posta in questo orizzonte, appare ancor meglio la figura dello Stato così come si è manifestata nella modernità e come, anche nel periodo caratterizzato dalla globalizzazione, continua in fondo ad essere: un corpo vivente che non può che possedere le medesime esigenze di vita, tipiche di un qualsiasi corpo collettivo.

Se tutto ciò è vero, occorre allora chiedersi perché mai esso dovrebbe comportarsi in maniera diversa da altri corpi – tutti strutturati per difendere la vita organica. Perché mai lo Stato non dovrebbe “organizzarsi” come un vero e proprio dispositivo militare capace di difendersi e di offendere qualsiasi entità ad esso esterna? Se entriamo in questo orizzonte, comprendiamo bene che anche lo Stato liberal-democratico – in quanto forma di potere come tutte le altre – è destinato a visualizzare le forze che volessero metterlo in crisi, o anche soltanto minacciarne la tenuta, come una sfida effettiva da cui occorre difendersi. Dal punto di vista statuale, non fa molta differenza che tali forze siano interne o esterne. Il corpo statuale è fatto per difendere la propria identità – se tale identità è minacciata dall’interno, l’organismo si darà da fare per combatterlo ed espellerlo da sé.

Da questo quadro, emerge un’evidente quanto implacabile postura nichilistica: si tratta di un atteggiamento poco, o per nulla, democratico. È palese, infatti, che non sempre la lotta fra il principio endogeno dell’organismo che vuole sopravvivere (il potere) e la minaccia esterna ad esso (la critica radicale) può svolgersi alla luce del sole, dal momento che, se fossero rivelati, alcuni conflitti potrebbero mettere a repentaglio proprio quella sopravvivenza a cui lo Stato non può rinunciare. Proprio per questo parlo di nichilismo: ponendo la relazione fra il proprio e l’altro, fra l’identità e l’alterità, come un rapporto militare di opposizione logica ed esistenziale, trasformando cioè l’altro in nemico, è inesorabile coinvolgere in una potenziale distruzione entrambi i termini della relazione.

 

La via crucis dell’estradizione

Cerchiamo ora di entrare più nello specifico del caso Assange. In modo particolare, è necessario ricordare alcuni degli ultimi eventi giudiziari che lo hanno visto alla sbarra, tenendo conto delle condizioni generali all’interno delle quali tali eventi si sono sviluppati.

E dunque, il 5 gennaio 2021 alla giustizia inglese non bastano le motivazioni di natura medica per negare l’estradizione di Assange. Il 27 ottobre dello stesso anno, come attestato dai medici che lo visitano, il giornalista viene colpito da un attacco ischemico transitorio. Il trauma accade durante la sua comparizione, in video-collegamento, davanti al Tribunale Superiore di Belmarsh. Secondo il medico americano Bill Hogan, membro del gruppo internazionale Doctors4Assange, l’episodio ischemico capitato ad Assange è molto raro per un cinquantenne: è assai probabile, pertanto, “una diretta catena di eventi psicologici” che lo hanno determinato. Il dott. Hogan, inoltre, ha affermato che tale incidente era “del tutto prevedibile ed evitabile” ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna “hanno ignorato gli allarmi”.

Il deterioramento delle condizioni di salute di Assange, del resto, è documentato da tempo: esso è oggetto di svariati appelli, oltre che di critiche reiterate rivolte al governo britannico da parte di organizzazioni umanitarie, di medici e delle stesse Nazioni Unite. Nonostante ciò, Stati Uniti e Gran Bretagna, ossia i portabandiera delle liberal-democrazie occidentali, appaiono irremovibili, continuando peraltro ad impiegare contro Assange metodi assai poco conformi alle regole di reclusione che dovrebbero connotate uno stato di diritto. Da ciò, non è legittimo concludere che entrambi i governi siano “responsabili” delle condizioni del fondatore di WikiLeaks? Si può supporre infatti che tali misure intendano provocarne il decesso, considerato come la giusta punizione per la sua militanza a favore della giustizia e della verità storica.

Tale sospetto è avallato dalla successiva decisione promulgata il 10 dicembre 2021 dall’Alta corte di Londra. Essa capovolge la sentenza che negava l’estradizione e, il 14 marzo 2022, la Corte Suprema del Regno Unito respinge il ricorso presentato dai legali di Assange, lasciando l’ultima decisione al ministro dell’interno. Il 21 aprile 2022 la Westminster Magistrates’ Court emette l’ordine formale di estradizione negli Stati Uniti, durante un’udienza a cui Assange assiste in video-collegamento. Col suo verdetto, e dietro un’apparenza di legalità, l’Alta Corte britannica ha assunto una posizione politica che si risolverà forse con la detenzione a vita o, più probabilmente, con la morte di Assange – sono questi, fuori da ogni dubbio, metodi degni di un regime dispotico. I giudici hanno deciso di consegnare Assange nelle mani di un governo che, se non ha tentato di rapirlo o di farlo uccidere, come pure fonti accreditate affermano, ha certamente violato i suoi diritti democratici: per esempio, sottoponendolo ad un regime di sorveglianza ultra-pervasiva implementato segretamente durante la permanenza forzata nella sede diplomatica ecuadoriana di Londra.

Alla luce degli ultimi eventi, sembrerebbe dunque che, nella sostanziale indifferenza del governo australiano, nonché dei politici di opposizione della Gran Bretagna e della stessa stampa internazionale, le ultime speranze per evitare l’estradizione negli Stati Uniti risiedano nella Corte Suprema del Regno Unito e nella Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Tuttavia, considerando le relazioni all’interno delle quali queste ultime istituzioni si trovano, e dato anche il progressivo degrado delle “democrazie” occidentali, senza una massiccia mobilitazione delle coscienze a livello di massa, è molto difficile attendersi esiti favorevoli al fondatore di WikiLeaks.

 

Assange eversivo

Vediamo ora più da vicino in quale maniera Assange sia potuto diventare un pericolo concreto e intollerabile per alcuni Stati. È chiaro che deve aver compiuto qualcosa di particolare: sarà stato senz’altro protagonista di effrazioni gravissime al punto da mettere in crisi – come dicevamo – il volto benigno e tollerante del soft power.

Per penetrare nel cuore del problema, dobbiamo anzitutto approcciare la questione Internet. Di quale tipo di libertà usufruiamo quando navighiamo sul Web? In Internet, la libertà individuale è circoscritta a ciò che i programmi (e cioè i loro proprietari) consentono di fare. Su questo punto, dice assai bene lo stesso Assange:

In Internet quello che puoi fare è deciso dai programmi che esistono, dai programmi che girano, e pertanto il codice è legge. (Assange, 2013, ebook)

Se questo è vero, possiamo giungere già ad una prima risposta alla nostra domanda: in effetti, le possibilità di libertà sono assai ridotte all’interno di una realtà socio-politica nella quale le regole della partecipazione sono scritte da altri. Se poi si considera che, per esempio, un social come Facebook ha più iscritti del numero di abitanti della Cina, si può ben concluderne che il potere d’impatto, di manipolazione della pubblica opinione, di controllo dei dati da parte di un ente privato (e dei poteri pubblici a cui tale ente da conto) supera di gran lunga quello di qualsiasi altro paese del mondo. I padroni della rete, infatti, hanno il controllo su tutto ciò che viene pubblicato. Attraverso misteriosi algoritmi, possono nascondere, evidenziare o cancellare notizie, fatti e persone. I dati che corriamo candidamente a consegnare alle piattaforme si potrebbero ritorcere in qualsiasi momento contro di noi e, in ogni caso, potrebbero consentire l’esercizio di un potere di “ascolto” a forze di cui ignoriamo perfino l’esistenza.

Inoltre, i sistemi informatici producono rumore, tanto rumore: un’immane mole di materiali è chiamata ad oscurare i fatti che si vogliono occultare. Del resto, non è questa anche la strategia dei normali palinsesti televisivi? Fra le migliaia di notizie che si potrebbero offrire ai cittadini, vengono selezionate, con precisione chirurgica, esattamente quelle che appaiono in linea con i padroni dell’informazione: che si tratti di un governo o di un’impresa privata – la televisione pubblica, anche italiana, lo mostra chiaramente – cambia assai poco. Si ripropone qui, drammaticamente, la famosa espressione orwelliana della costruzione della non-persona o della non-notizia. Il denaro degli sponsor e l’approvazione di quelli che contano davvero: sono queste le esigenze che fondano i “criteri guida della libera informazione”. Gli stessi criteri, peraltro, ispirano la vendita dei libri, le scelte culturali, la costruzione delle visioni del mondo e le stesse opzioni politiche.

Nel regno della libertà “acquisita”, cioè laddove la libertà è ideologia, l’informazione è pensata e gestita come la possibilità di escludere o marginalizzare. Rompere il muro dell’insignificanza, per chi voglia produrre qualcosa di effettivamente libero e in/formativo, e non ciò che il sistema è perfettamente in grado di recuperare dialetticamente nella società dello spettacolo, nel nostro tempo, è quasi impossibile: forse era più facile l’originalità, e perfino l’eversione, al tempo dei sovrani assoluti che in una fase storica che si presume liberale e libertaria.

Assange invece ce l’ha fatta! WikiLeaks è riuscito a bucare il tappo di cemento armato che controlla l’informazione. Il fondatore di WikiLeaks, infatti, è penetrato nel sistema e ha avuto il coraggio di rivoltarlo contro sé stesso. In che modo ciò è potuto avvenire? Ovviamente, per via telematica. Se assumiamo che l’essenza stessa del potere contemporaneo, infatti, si concentra nell’apparato tecnocratico-comunicativo, se si ammette che il nostro mondo storico è dominato da ciò che si potrebbe definire la città elettronica globale (Martone, 2018; Martone 2021), allora l’unica maniera di attaccare il sistema è quello di entrare nella sua roccaforte principale: quella Matrix da cui tutto diparte e dove tutto viene ricondotto. In questo contesto, diviene comprensibile che soltanto hackers di genio, Julian Assange e i suoi collaboratori, potevano mettere in crisi il sistema nel senso più vero e profondo e, per farlo, il giornalista australiano ha colpito il potere nel punto più delicato:

Come un gruppo di ribelli che fa un blitz e poi si dilegua, colpivano e poi sparivano. Cambiavano contatti e avevano un’acuta consapevolezza della sorveglianza che forze di polizia, eserciti, servizi segreti, giganti della finanza mettevano in campo contro i giornalisti che percepivano come una minaccia. (Maurizi, 2021, ebook)

Nel caso di Assange, la lotta per la libertà si è attivata per via informatica nella consapevolezza che il sistema di potere (non solo) occidentale, ai tempi della globalizzazione, trovi proprio in Internet, nei suoi usi e nei suoi abusi, la punta di diamante. L’informatizzazione dei dati, infatti, rappresenta, nello stesso tempo e per i medesimi motivi, l’asse portante del potere ma anche il suo livello di maggiore esposizione.

E così, a partire dal 2006, Assange è tra i promotori del sito web WikiLeaks: nel corso di qualche anno, pubblica documenti e informazioni segrete da fonti anonime. Fra queste, si trovano anche notizie riservate sui bombardamenti in Yemen, sulla corruzione nel mondo arabo, sulle esecuzioni extragiudiziarie da parte della polizia keniota, sulla rivolta tibetana in Cina nel 2008, sullo scandalo petrolifero in Perù e le e-mail del governo turco dopo le purghe di Erdoğan nel 2016. L’anno in cui WikiLeaks s’impose all’attenzione internazionale fu il 2010, quando rese pubbliche una serie di notizie fornite da Chelsea Manning. Fra queste notizie, erano presenti anche il video Collateral Murder, diari della guerra in Afghanistan, e i diari della guerra in Iraq. Dopo le fughe di notizie del 2010, il governo degli Stati Uniti comprese che occorreva distruggere WikiLeaks e avviò prontamente un’indagine.

Le accuse che si sono succedute contro di lui, in una delle più intricate vicende giudiziarie della storia contemporanea, non potendo rimproverarlo di aver denunciato crimini efferati compiuti da uomini politici, da militari ecc., e di aver in tal modo messo alla gogna l’immagine pubblica della democrazia americana, più semplicemente gli ha contestato dapprima reati sessuali, poi archiviati e, in seguito, dopo varie, complesse e pretestuose vicende giudiziarie, gli ha imputato di aver violato l’Espionage Act, legge risalente al 1917, attraverso l’hackeraggio di password riservate. Questa decisione, peraltro, fu criticata da redattori di alcuni giornali, tra cui The Washington Post e The New York Times. In ogni caso, rimane assai problematico accusare qualcuno di aver violato il segreto di Stato quando ad esser coinvolti sono fatti che non rischiano di danneggiare la sicurezza e l’integrità dello Stato stesso, inteso come comunità di associati e non come apparato di organi strutturati per coordinare e provvedere ai bisogni della prima. In altre parole, non si può certo utilizzare l’alibi del segreto per impedire l’accertamento e la punizione di fatti in contrasto con l’ordine costituzionale, riguardanti la difesa dei diritti civili, sociali e umanitari.

Internet, la sua gestione e il suo controllo, si conferma in questo senso, il vertice del potere del nostro tempo. È lo stesso Assange a dircelo a chiare lettere:

Perciò alla base della rivoluzione delle comunicazioni hi-tech, e della libertà che ne abbiamo ricavato, c’è l’intera economia moderna di mercato, neoliberale, transnazionale e globalizzata. In realtà ne è il vertice. È il massimo, in termini di risultato tecnologico, che la moderna economia neoliberale globalizzata può produrre. Internet è sorretta da interazioni commerciali estremamente complesse tra produttori di fibre ottiche, fabbricanti di semiconduttori, compagnie minerarie che estraggono tutta questa roba e i vari lubrificanti finanziari che permettono i commerci, i tribunali per far rispettare le leggi sulla proprietà e così via. Così diventa il vertice della piramide dell’intero sistema neoliberale. (Assange, 2013, ebook)

Il giornalista australiano ha mostrato pagine cupe, tristi e perfino criminali – il potere non poteva accettare di vederle pubblicate senza rischiare grosso dal punto di vista della sua auto-legittimazione ideologica e dunque della sua stessa sopravvivenza. Anche grazie a WikiLeaks, l’Occidente ha dovuto assistere alla caduta di prestigio e di rispetto da parte della comunità mondiale non compresa nella zona di influenza americana. Di conseguenza, l’arresto e la tormentosa detenzione di Assange, oltre che i processi a cui è stato sottoposto, ci impongono di riflettere sulle profonde trasformazioni geopolitiche di questi anni, ossia sulle modalità con cui l’Impero a stelle e strisce sta reagendo agli accadimenti storici e geopolitici in atto che sembrano orientare la storia verso una trasformazione dell’Ordine Mondiale da unipolare a multipolare.

In questo quadro, si comprende bene che non si poteva fare del meccanismo informativo di WikiLeaks nello stesso modo in cui il capitalismo liberal-democratico fa sempre, ossia considerare l’antagonismo come il motore del proprio dinamismo. Il dispositivo WikiLeaks, molto diversamente, è stato pensato come un vero e proprio capolavoro di produzione di anti-potere. Sia il sistema macrosettoriale della politica, sia quello microsettoriale della rete, non sono riusciti a sostenere l’impatto e si comprende bene, ritornando alla questione iniziale del mio contributo, che gli Stati Uniti e i suoi alleati abbiano dovuto mobilitare il loro apparato difensivo-immunitario. Lo hanno fatto perché tali sistemi posseggono un livello di Deep state, o di arcana imperii, che non può essere in alcun modo attinto e meno ancora avvicinato, meno che mai divulgato. Esattamente, da questo punto di vista, come accade nei sistemi autocratici.

Il capitalismo contemporaneo, come detto, diverso nella forma ma non nella sostanza dai dispotismi di sempre, ha elaborato metodi raffinatissimi per trasformare l’opposizione in nuove possibilità espansive di sé stesso. Nel caso di Assange, tale strategia non poteva essere realizzata poiché ciò che era emerso non era soltanto una faccenda scandalistica (che si può insabbiare o anche usare come materiale di distrazione di massa), ma si era attentato al Segreto di Stato e a notizie che vengono quotidianamente nascoste nei palazzi del potere – ciò che coincide di fatto col potere stesso e con la sua sopravvivenza. Se lo si fosse consentito, magari altri avrebbero potuto imitare e perfezionare il gesto di Assange, portando inevitabilmente il sistema al collasso.

Il vaso di Pandora scoperchiato da WikiLeaks è emblematico ed esemplare. Egli ha mostrato, e la sua vicenda storico-biografica ha fatto vedere ancor meglio, che non esiste trasparenza neppure nel potere politico che fa proprio della trasparenza il suo punto d’onore ideologico. In questo senso, WikeLeaks non ha semplicemente contestato il sistema ma lo ha messo in crisi: i giornalisti di WikeLeaks hanno testimoniato una modalità, inedita quanto insolita, di soggettivazione democratica:

En d’autres termes, avec Snowden, Assange et Manning, ce ne sont pas seulement de nouveaux objets politiques qui apparaissent ; ce ne sont pas uniquement de nouveaux points de dissensus qui voient le jour et sont portés sur l’arène publique: ce sont de nouveaux modes de subjectivation. Ces trois personnages n’interrogent pas seulement ce qui se déroule sur la scène politique et la façon dont cela s’y déroule: ils mettent en crise la scène politique elle-même. (Lagasderie, 2014, ebook)

Per questo, non potevano fargliela passare liscia:

L’obiettivo del complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati è distruggere WikiLeaks, far fuori un’organizzazione giornalistica che, per la prima volta nella storia, ha creato una crepa profonda e persistente in quel potere segreto, che da sempre non risponde a nessuno e usa il segreto di Stato non per proteggere la sicurezza dei cittadini, ma per garantirsi l’impunità, nascondere incompetenza e corruzione. (Maurizi, 2021, ebook)

A parte il destino personale dell’attivista australiano, pertanto, la sua vicenda segna una deriva assai pericolosa per le democrazie nella loro sostanza etica. La vicenda Assange mostra che la questione della “Ragion di stato” non soltanto non si allontana dalla sua struttura moderna, nella direzione di processi di democratizzazione magari più trasparenti e liberi, ma diviene sempre più esplicito il fatto che i governi esigano dai giornalisti, e dagli intellettuali in genere, l’appoggio alle linee politiche di “sicurezza nazionale”. Le implicazioni del caso Assange per la libertà di stampa e per la democrazia sono difficili da sopravvalutare. Esse ci impongono pertanto una riflessione profonda su ciò che siamo e su ciò che vogliamo diventare.

 

Eroi della libertà

Da Socrate in poi, gli eroi della libertà sono tanti e significativi. Come Socrate, Spartaco, Cristo, Bruno, in senso molto sobrio ma profondamente etico, Assange è propriamente un eroe, nel senso “erotico” dell’espressione – un eroe della libertà appunto. Dopo anni di detenzione e di vessazioni, nessuna delle ragioni tese ad ottenere il rilascio è stata accolta:

Nonostante il Working Group on Arbitrary Detention delle Nazioni unite avesse ripetutamente chiesto il suo rilascio, il relatore speciale dell’Onu contro la tortura, Nils Melzer, avesse riscontrato tutti i sintomi della tortura psicologica e 117 medici di tutto il mondo avessero scritto una lettera all’autorevole rivista di medicina ‘The Lancet’ per chiedere di porre fine alla ‘tortura di Assange e assicurargli l’accesso alle migliori cure prima che sia troppo tardi (Maurizi, 2021)

Commentando il caso Assange, dunque, il regista e attivista britannico Ken Loach si pone una domanda che a me sembra ineludibile:

Per quanto ancora possiamo accettare che il meccanismo del potere segreto, responsabile dei crimini più vergognosi, continui a farsi beffe dei nostri tentativi di vivere in una democrazia? (Pref. a Maurizi, 2021, ebook)

Per rispondere alla domanda di Loach, dobbiamo anzitutto essere consapevoli che non esistono “paesi liberi”, dove con questa espressione si intenda un’acquisizione della libertà data una volta per tutte. La libertà è essenzialmente un’esperienza, non una proprietà individuale del soggetto o di una comunità. In questa luce, bisogna considerare anche figure eretiche che, con espressione un po’ enfatica, la storia di ogni tempo ha messo in evidenza in quanto eroi della libertà (Bazzicalupo, 2011): esseri umani, cioè, capaci di porsi come apostoli, e perfino come dei martiri, della libertà stessa. Perché sono proprio loro gli eroi? Ovviamente, ciò che viene più spontaneo affermare è che lo sono per il coraggio che mostrano nella loro azione pubblica. Non c’è dubbio. Vi è però anche altro. Gli eroi della libertà, è il caso di Assange, hanno la capacità di individuare il punto esposto del sistema, il suo vulnus specifico, il nervo scoperto a cui esso è davvero sensibile. Non è facile raggiungere tale punto e, infatti, non tutti hanno la tempra dell’eroe: ciò vale tanto più in una realtà che vanta un’ideologia della libertà capace di metabolizzare gli antagonismi facendone motore del proprio stesso dinamismo. Assange ha detto forte e chiaro che il Re è nudo. In un tempo antieroico, un tempo in cui gli eroi sono di carta e digitali, un tempo profondamente farsesco, Assange è invece un eroe drammatico. E, d’altra parte, un eroe della libertà non può che essere drammatico, poiché è destinato a relazionarsi con la morte e col sacrificio di sé.

In fondo la colpa maggiore di Assange è quella di aver messo in rete immagini, email e video. Ha reagito contro l’informazione distorta, utilizzando pur sempre la rete. Forse con questo gesto, l’attivista ha dimostrato in maniera inoppugnabile che la figura eroica per eccellenza oggi non può che usare – in maniera magari piratesca – i medesimi strumenti che fanno grande e potente il sistema. Si tratta di una sorta di sovrano schmittiano rovesciato, in cui il sovrano è l’hacker che inaugura uno stato d’eccezione antipotere. Il giornalista australiano ha costretto l’Occidente ad assistere impotente all’esposizione di un’immagine non gradita: ossia quella che evidenzia un imperialismo che da decenni provoca guerre, morti e distruzione nel mondo per proprio tornaconto geopolitico ed economico. In altre parole, il danno concreto a cui Assange e WikiLeaks hanno esposto l’Impero Occidentale è stato quello di mostrare come del tutto false le giustificazioni di tali guerre, oltre che della modalità con cui sono state combattute, nonostante queste fossero avvalorate da autoproclamati esperti, e amplificate e ripetute all’infinito dal potente dispositivo mediatico dell’Occidente. In questo modo, il giornalista australiano è riuscito a diventare il nemico principale dell’apparato militare/industriale, oltre che delle lobby di potere più rilevanti in America e nei paesi alleati. Contro di lui, si è creato un accordo insolitamente unanime: la prigione per Assange è diventato un obiettivo che ha messo d’accordo tutta Washington (solitamente molto divisa). Tutto ciò la dice lunga su come il giornalista australiano abbia saputo svolgere assai bene il suo lavoro.

Dalla sua azione però, non rimane unicamente la consapevolezza che la libertà ha sempre e comunque un costo; neppure possiamo soltanto ricordarla come qualcosa di memorabile che ha schierato potenti organizzazioni statali contro un uomo solo. Come accade sempre quando si tratta di eroi, persiste la memoria di un gesto esemplare. La triste vicenda del giornalista australiano, pertanto, lascia in dono una possibilità positiva dal punto di vista democratico: un sistema immunitario che si difende, messo sotto scacco da un uomo che ne denuncia verità inconfessabili, può esagerare con l’autotutela e cadere vittima di sé stesso. In altre parole, può succedere che la negazione dell’altro (in questo caso, nella forma della democrazia e della verità) può produrre eterogenesi dei fini insospettabili. Se un livello di difesa è necessario per qualsiasi sistema vivente, un eccesso di immunizzazione può provocare l’implosione, o comunque la messa in crisi, del sistema stesso.

 

Servitù volontaria?

Lasciando sullo sfondo la discussione critica del caso Assange, con qualche riflessione finale, vorrei ora allargare lo sguardo sulla categoria tipicamente moderna di libertà nella convinzione che senza un’adeguata percezione della stessa sia impossibile comprendere la vicenda che ha visto protagonista WikiLeaks e il suo fondatore.

Esistono ottimi motivi per ritenere che l’uomo, se volesse seguire i suoi impulsi naturali, e questo in ogni epoca, tenderebbe a cercare la servitù piuttosto che la libertà. Vi sono grandi testi classici su questo punto ed è inutile dilungarsi. Ne cito solo due: il saggio sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie (La Boétie, 2014) e il quinto libro dei Karamazov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Dostoevskij, 2017), dedicato quest’ultimo al “mito del grande inquisitore”. Per la gran parte delle persone, è più comodo e facile dipendere da volontà altrui che assumersi l’onere, a volte pesantissimo, di pensare, giudicare e decidere per conto proprio.

Nel concetto e, soprattutto, nell’esperienza della libertà, si nascondono dunque grandi paradossi. Quando ci dedichiamo ad un compito imposto, desideriamo magari scioglierci da quell’impegno per riprenderci la libertà. Quando tale obiettivo fosse raggiunto, però, l’effetto potrebbe smentire le nostre attese: sentirsi liberi significa non essere protetti dagli argini del comando altrui e dall’impegno eteronomo – che può significare anche protezione. Ecco le ragioni per cui la dedizione ad una causa esterna può esser per molti un’inderogabile ragione di vita. Al di fuori di quella, infatti, v’è qualcosa da evitare a tutti i costi: magari la solitudine e il pensiero che essa veicola. Senza libertà non può esservi pensiero, e così pure viceversa: per la grande maggioranza degli uomini/massa, non vi è nulla di più spaesante del pensiero libero. L’individuo di massa teme la responsabilità della scelta: il rischio della destabilizzazione della propria identità, infatti, rimane un pericolo incombente su ciascuno e sono pochi coloro che accettano di affrontarlo. Dietro un camice, una divisa, un’uni-forme ci si sente invece rassicurati e il mondo ridiventa abitabile. All’uso di una libertà consapevole, gli uomini/massa oppongono sempre la “servitù volontaria”. È questa la grande piega interna, il grande enigma irrisolto, che la democrazia si troverà sempre di fronte.

Come anche il caso Assange ha dimostrato assai bene, i sistemi liberal-democratici si fondano sull’ideologia della libertà: l’essenza di tale ideologia consiste nel far credere che la libertà sia con noi, sia presso di noi, salvo poi smentirsi quando la libertà, radicalmente vissuta da un singolo “ribelle”, mette a rischio il conformismo della libertà imposta. Tutto ciò è ammantato da una libertà apparente (che somiglia molto all’indifferenza e all’apatia consumistica) che rimane tale soltanto nella misura in cui non giunge a contestare da vicino il potere del tiranno. Una delle più clamorose manifestazioni dell’ipocrisia dell’ideologia della libertà consiste nel fatto che non conta tanto l’autonomia dei cittadini quanto la forza (economica) degli oligarchi di regime in virtù della quale essi possono comprare più media, più voti, più giudici – possono corrompere e minacciare più di altri. Tutto ciò è tanto più vero, come abbiamo visto, nel tempo in cui Internet può formare e deformare le soggettività a proprio piacimento.

È chiaro che l’impegno per la libertà può essere soltanto singolare: in esso deve essere sempre viva la consapevolezza che, nonostante ogni evidenza contraria, un altro mondo è possibile. Questo perché la libertà non è una realtà posta all’interno dei soggetti, benché essa debba nascere necessariamente nella mente degli uomini, ma si rivela come gesto di contestazione dell’esistente.

In questo senso, la libertà risulta sempre eversiva. La libertà è un fremito esistenziale, un disagio, un desiderio che non trova appagamento nell’esistente. La libertà è altresì il coraggio di fare valere tale disagio contro tutti coloro che gridano allo scandalo sperando di non giungere, come nel caso di Assange, a dover testimoniare con la prigione, la sofferenza, la diffamazione. La libertà è quindi rischiosa, poiché si tratta di lottare contro l’omologazione su cui è fondata qualsiasi comunità umana tanto più quella del consumismo post-industriale avanzato. L’impresa più grande che possa compiere un uomo è la traduzione del novum che sente dentro in un gesto riconoscibile, con la speranza che tale gesto di rottura diventi fondatore di nuova storia. A questo proposito, utile ricordarsi di quell’antica convinzione dell’etica aristotelica che ha preso nuovo slancio nella filosofia di Hannah Arendt, secondo la quale la politica non appartiene all’ambito della necessità, ma entra a pieno diritto nel campo delle cose che “possono essere anche diversamente”, e che proprio per questo sono libere (Arendt, 1958). La politica, insomma, attiene al regno della libertà e, per converso, la libertà è essenzialmente attività politica, poiché essa è il luogo di applicazione privilegiato dell’immaginazione e del coraggio. La politica è l’interfaccia fra la nostra corporeità e il mondo. La politica, infine, è il luogo in cui il possibile può – appunto – divenire reale.

Se a rivoltarsi ad una determinata visione del mondo sono soltanto in pochi, questi saranno dei pazzi, ma se sono in tanti ad opporsi – tessendo pian piano una tela capace di ricostruire un tessuto democratico degno di questo nome, creando nuovi criteri che non rispondano soltanto alla struttura di potere tecno-finanziaria dominante – costoro potranno forse cambiare effettivamente qualcosa di importante, e cioè provare a “riqualificare la vita”. Quando un sistema di potere è accettato “perché non vi sono alternative”, in realtà, la servitù politica ci ha già conquistati. Nella nostra contemporaneità, tali pericoli sono numerosi, robusti ed incombenti (Mounck, 2018).

Gli uomini si possono suddividere in due categorie: c’è chi cerca la verità e chi l’appartenenza, chi si protegge nelle rassicuranti fila della maggioranza, e chi invece insegue una propria strada, per quanto accidentata e faticosa, verso la pace e il dialogo. Se si ha a cuore la sorte della democrazia, bisogna incoraggiare questa seconda insieme al pensiero critico che la caratterizza. La costruzione per slogan informatizzati del discorso politico, invece, la criminalizzazione (Assange), o la patologizzazione del parresiasta attraverso la militarizzazione del linguaggio ideologico, non costruisce la democrazia ma la cancellazione della sua stessa natura. Se tale “militarizzazione”, peraltro, come sempre accade, è sostenuta da un potente apparato mediatico è anche peggio, poiché si sta, in tal modo, procedendo all’omologazione della discussione pubblica attraverso una reductio ad unum che è esattamente il contrario dello spirito e della prassi democratica. Per affrontare le sfide della tecnologia digitale, dovremmo fare molto di più che continuare a scrivere le nostre proteste sui social o dirci disgustati dalle manipolazioni del sistema. Il nostro compito è più difficile e fondamentale: dovremo cambiare il modo di pensare la tecnologia, noi stessi e gli altri (Susskind, 1922).

Eppure, nella mente dei cittadini, non si fa fatica a scorgere tanta confusione e un certo accomodamento sulle posizioni dominanti. Le notizie si accavallano e quasi mai sono ispirate dalla volontà di far comprendere come stanno effettivamente le cose. L’intento, piuttosto, è quello di spingere nella direzione ideologica decisa dai padroni dei media. Tutto ciò produce caos informativo e offre la possibilità ai cittadini meno consapevoli di reagire assumendo narcisisticamente una qualsiasi posizione – tale da poter essere sbandierata e difesa fanaticamente sui social. Insomma, si è venuto determinando un gran labirinto dal quale, di tanto in tanto, emerge qualche Icaro invasato che vola per qualche istante prima di inabissarsi miseramente nell’Egeo.

In questo orizzonte, però, si rischia di non considerare una cosa decisiva: se il mondo ormai ha assunto le fattezze architettoniche di un labirinto senza uscite reali, il centro del potere è invece ben saldo al suo posto. La differenza fra i cittadini e il potere oggi è dato dal fatto che i primi sono nel labirinto, mentre il potere è esso stesso il labirinto. Neppure il potere può uscirne, poiché sarebbe come uscire da sé stesso, ma rispetto ai cittadini, esso conosce la sua forma e, traendone vantaggi enormi, si sforza in ogni modo di aumentare il numero dei suoi corridoi per rendere sempre più difficile che il labirinto venga riconosciuto in quanto tale.

Se ciò avvenisse, infatti, la vicenda storica di Julian Assange l’ha mostrato assai bene, tutto il sistema si scioglierebbe come un immenso ologramma dietro cui c’è soltanto il nulla.

18 (9,2) Febbraio 2023

* La versione in inglese di questo articolo è stata pubblicata su Soft Power. Revista euro-americana de teorìa e historia de la politica y del derech

Bibliografia
Arendt, H. (1958). The human condition, Chicago: University of Chicago Press
Assange, J. (2013). Internet è il nemico. Conversazione con Jacob Appelbaum, Andy Müller-Maguhn e Jérémie Zimmermann, Milano: Feltrinelli
Bazzicalupo, L. (2011). Eroi della libertà. Storie di rivolta contro il potere, Bologna: il Mulino
Dostoevskij, F. (2017). I fratelli Karamazov, Milano: Mondadori
Hobbes, T. (1994). Leviathan. with selected variants from the Latin edition of 1668,Indianapolis: Hackett Publishing Company, Inc.
de La Boétie, É. (2014). Discours De La Servitude Volontaire, Paris: Vrin
de Lagasderie, G. (2014). L’art de la révolte. Snowden, Assange, Manning, Paris: Fayard
de Tocqueville, A. (1981). De la démocratie en Amérique, 2 voll., Paris: Flammarion
Martone, A. (2018). ECity. Antropologia della tecnica, Soveria Mannelli: Rubbettino
Martone, A. (2021). NoCity. Paura e democrazia nell’età globale, Roma: Castelvecchi
Mounck, S. (2018). The People Vs. Democracy. Why Our Freedom Is in Danger and How to Save it,
Cambridge-London: Harvard University Press
Maurizi, S. (2021). Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks, Milano: chiare lettere
Susskind, J. (2022). The Digital Republic. On Freedom and Democracy in the 21ˢ ͭ Century, New York-London: Pegasus Books
Wolin, Sheldon S. (2008). Democracy Incorporated. Managed Democracy and the Specter of Inverted Totalitarianism. Princeton: Princeton University Press.
assangebyh

 

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