Stretta bipartisan sui maranza, “i cosplay di sé stessi”, così li apostrofa “La Repubblica”. La repressione non è un tabù afferma Renzi, d’accordo con Meloni e sotto sotto pure con i riformisti del Pd; che poi sono essi stessi il Pd. Quindi strette, repressione, decreti sicurezza. Quando si tocca il capitalismo il Transatlantico diventa un corridoio di amiconi. I maranza? Fascisti! Gli autotrasportatori? Fascisti, come al tempo di Pinochet. Le manifestazioni? Pagate da Putin, ça va sans dire.
Intanto il prossimo sabato Via Montenapoleone chiude le vetrine. Lo shopping milionario si prende una pausa di riflessione. Guarda un po’ che alla fine questo conflitto, anche se spontaneo, anche se ingenuo, anche se accecato dal rancore per la voglia insoddisfatta di riccanza, ottiene piccole vittorie. Questo perché l’ostentazione del lusso sfrenato nei negozi del centro è violenza, è sfoggio classista, è espulsione dalla città dei reietti. Quindi sì, far chiudere Louis Vuitton anche solo per un pomeriggio è una vittoria.
Al contrario, per la nostra società civile, questi rifiuti umani, di seconda o di terza generazione, apostoli indesiderati del disagio urbano, invisibili tra le nebbie cementificate di Rozzano, incastonati nei letti a castello delle case pollaio dove i genitori tornavano stracciati dopo ore ininterrotte di lavanderia, dovrebbero sorriderci e ringraziare noi tutti per le opportunità date dalla società aperta, inclusiva. Quella che Confindustria chiede per ottenere manodopera sottopagata.
Chissà perché questi giovani non hanno proprio voglia di ripetere le gesta dei padri, sempre incolonnati a testa china prima di raggiungere il proprio ghetto, la propria riserva indiana, a chilometri di lontananza dai quartieri telegenici. La città inclusiva cade a pezzi. Questa è la verità. Raccontare di città solidali, di modelli ammnistrativi virtuosi, rientra in una delle tante attività drammaturgiche della propaganda spicciola. Non esiste alcuna inclusione, perché l’ingiustizia del sistema capitalista determina emarginazione.
Le rivolte nichiliste che sfasciano vetrine sono certamente impolitiche, hanno una prossemica americanizzata da race riot, esprimono una retorica individualista nella sua acrimonia, proprio come quando si leggono i brani della letteratura trap. Ma comunicano, a livello embrionale, un disagio di classe, parlano di realtà, escono dalla scenografia dello Spettacolo. Certo il capitalismo proverà a farle rientrare nello Spettacolo per trasformarle in merce. E probabilmente, tra talk show e avanspettacolo culturale, ci riuscirà.
Ma questo è il pericolo che si corre in una società totalmente spoliticizzata, priva di corpi intermedi, senza alcuna intermediazione sociale tra il potere e le masse. Masse oggi composte da singole molecole che agiscono senza discutere, senza teorizzare, senza progettare politica. Questa assenza produce il vuoto ipnotico, glaciale, del disagio metropolitano.
Va sempre ricordato: i ragazzi attivi che sfilano nelle città per la Scuola o per la Palestina, sono una minoranza. Ma quando le piazze si riempiono, quando la realtà ricomincia a produrre conflitto sociale, si potrebbero accodare tutti gli altri esclusi, anche di seconda e terza generazione, i piccoli produttori e, infine, anche i lavoratori. Solo così si forma un blocco sociale. Questo dovrebbe diventare obiettivo reale della lotta politica. Non passare le giornate a interrogarsi su fantomatici campi larghi.
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