Magliette rosse, appelli, coscienze rabbonite

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Foto: Philpot Education (da Google)

 

Negli ultimi anni abbiamo avuto i prodromi di ciò che è e continuerà ad essere il prossimo futuro: definitivo annichilimento del welfare, incertezze economiche e rassegnazione alla precarietà permanente, rafforzata “richiesta” di sicurezza, consolidamento dell’egoismo sociale, la mercificazione/privatizzazione di quei beni che secoli di lotte avevano conquistato allo stato sociale e che potranno essere comprati come le offerte ai supermercati. Una reificata “struggle for life” dove competitività, egoismo e desiderio di possesso, renderanno il più debole ancora più inerme e marginale. Una marginalizzazione sempre più escludente e per questo soggetta ad una sorta di chiusura solidaristica, che trasmuterà nell’esclusivo riconoscimento dell’appartenenza alla propria “comunità”, al “campanile”, alla “contrada”, piuttosto che alla classe. L’immigrazione “è” complicazione. Crea contraddizione, antinomia. L’”esercito industriale di riserva” da essa prodotto, “è” il problema ( inutile nasconderlo ): esso “preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena, durante il periodo della sovrapproduzione e del parossismo, le rivendicazioni. La sovrappopolazione relativa è quindi lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta del lavoro. Essa costringe il campo d’azione di questa legge entro i limiti assolutamente convenienti alla brama di sfruttamento e alla smania di dominio del capitale…”(K. Marx).

L’immigrato, quindi, è una minaccia per il lavoratore autoctono, che vede abbassarsi il suo salario, il quale non può avere un atteggiamento umanitario e razionalizzare il suo diverso status, fino a quando non ritornerà a sentirsi soggetto di una determinata classe. Privilegiando la retorica dell’accoglienza e dell’antirazzismo, anzi, spesso erigendosi a tutori e protettori di soggetti ritenuti adolescenti incapaci di realizzare qualcosa di determinato, nulla si è arrecato sotto il profilo materiale, quasi che l’auto-organizzazione del migrante facesse paura. Troppo spesso abbiamo assistito a defatiganti disquisizioni inerenti aspetti sovrastrutturali ( culture, religioni, diritti ), dimenticando quale sia la loro funzione in società basate sullo sfruttamento, mentre, altrettanto spesso, abbiamo dimenticato, che l’immigrato, come soggetto sociale, come classe, non esiste e che le condizioni di vita ( complessive ) di un lavoratore italiano emigrato al nord, non eranoe non sono tanto diverse. La crisi, che non ha cessato di mordere, aprirà ulteriori contraddizioni fra le masse di lavoratori autoctoni, prede sempre più facili da conquistare per ottenere consensi verso politiche razziste o xenofobe, perché, in fondo, tutti si aspettano qualcosa dal capitale che fino ad oggi li ha coccolati ed elargito briciole, per renderli borghesi piccoli… piccoli. Occorre calare il sipario dell’ipocrisia che ci ha presentato il lavoratore immigrato come in concorrenza con l’autoctono ( questi altrimenti sceglierebbe di lavorare la terra o pulire culi agli anziani o quanto di più umile si possa fare…), piuttosto, evidenziare che viene utilizzato come regolatore delle dinamiche salariali. Una sorta di ideal tipo di lavoratore delle società capitaliste: pura forza lavoro, con pochi bisogni, disposto a farsi sfruttare, senza rivendicazioni. Aver trascurato la possibilità di unificare le potenzialità di lotta, ha di fatto consegnato la gestione del lavoro immigrato al ricatto dei padroni. La comprensione del ruolo dell’immigrazione e della sua valenza nell’ambito delle dinamiche liberiste, non troveranno risposte attraverso uno smielato buonismo o all’”unità d’azione antirazzista”: difficilmente il lavoratore autoctono (privo di bontà e che mai indosserà una maglietta rossa https://www.corriere.it/foto-gallery/politica/18_luglio_07/maglietta-rossa-migranti-contro-l-emorragia-umanita-c1a004b6-81c7-11e8-a063-c48368df153e.shtml ), considerato il deterioramento della condizione lavorativa, potrà comprendere, se non attraverso una riflessione ed una presa di coscienza, che travalichi il proprio individualismo. Non basta più ripartire ad ogni fruscio di foglia, ma impegnarsi per un intervento costante, attraverso forme di lotta che implichino una diversa conflittualità (e non tramite inutili e rituali scadenze),  laddove siano ancora possibili spazi percorribili, e che vedano protagonisti sia coloro ai quali vengono negati diritti di cittadinanza, sia coloro che vedono immiserirsi le condizioni esistenziali, affinché possa essere espresso un più vasto movimento di opposizione sociale, attraverso una nuova egemonia culturale. “non chiedono, non vogliono essere governati, ma vogliono governarsi. E’ una differenza che pare minima e formale, ma in questa minima differenza c’è tutto il significato ed il valore della libertà” C.Levi *

 

* Carlo Levi – Dal discorso al Senato – 9 aprile 1970

…Accennerò soltanto, qui, a queste cose; non occorre che vi porti dei dati, che del resto suppongo voi conosciate. E’ certo un problema fondamentale della vita nazionale, che riguarda direttamente milioni di italiani, e indirettamente, ma in modo sensibile e determinante, tutto il Paese. La stessa natura del fenomeno dell’emigrazione forzata di massa lo pone al centro della vita del Paese, sintomo e risultato di un’antica situazione economica e sociale, dell’esistenza o permanenza di strutture autoritarie repressive e schiavistiche. Che milioni di italiani si trovino dalla nascita nella posizione di classe subalterna, di servi senza diritto, di uomini senza pane e speranza, senza lavoro nella Repubblica che per costituzione è fondata sul lavoro, è uno scandalo, è una vergogna che si cerca invano di nascondere. L’emigrazione è per noi quello che per gli Stati Uniti è il problema negro. La sua esistenza contesta obiettivamente il valore della nostra struttura sociale. Milioni di cittadini italiani sono strappati, con violenza che è nelle cose, nelle strutture storiche, nelle istituzioni, dalla terra, dalla casa, dalla famiglia, dalla lingua, ed espulsi dalla comunità nazionale, esiliati in un mondo “altro”, privati delle radici culturali, capri espiatori. Tutti i problemi nazionali ne sono condizionati o modificati o alterati, o corrotti: quello del Mezzogiorno, quello dell’abbandono delle campagne, quello della difesa dell’urbanesimo, per cui le emigrazioni interne da un lato ci danno lo spopolamento delle campagne e dall’altro questi mostruosi agglomerati cittadini; quello dell’agricoltura, quello dello spopolamento delle campagne, quello della difesa del suolo e del territorio, quello della casa, quello della scuola, perfino quello dell’ordine pubblico (per esempio il brigantaggio sardo è legato strettamente al problema dell’emigrazione), quello della cultura – perché non c’è soltanto l’emigrazione di braccia, ma c’è anche l’emigrazione di intelligenze per la loro formazione – quello della lingua, quello della salute pubblica, quello del diritto, quello del lavoro, e, naturalmente, quello della politica estera…… Anche nella pratica recente di Governo, pur se con qualche modesto miglioramento rispetto al passato, non esiste una coscienza nuova del problema: di fronte ai recenti provvedimenti del Governo svizzero che hanno calato una saracinesca sulle possibilità dell’emigrazione in Svizzera, venendo incontro, magari per un compromesso che ritenevano necessario per la politica interna di quel Paese, alle proposte di Schwarzenbach, che erano più estreme, la posizione del nostro Governo fu debolissima; non soltanto non si prevennero, con opportune iniziative diplomatiche, le nuove norme svizzere, ma si cercò di temporeggiare, probabilmente per un eccesso di prudenza, e di frenare le stesse iniziative autonome delle organizzazionindegli emigranti. …… Su questi problemi dei rapporti con la Svizzera, in assenza finora di una efficace azione governativa, sono gli emigranti stessi che si sono mossi e che hanno indetto per il 24 e 25 prossimi, a Lucerna, un congresso di tutte le organizzazioni degli emigranti italiani in Svizzera (dove ci sono la Federazione delle colonie libere italiane, la Federazione degli operai metallurgici e orologiai di Zurigo, la Federazione cristiana operai metallurgici, il sindacato impiegati a contratto del Ministero degli affari esteri, il patronato dell’Associazione cristiana dei lavoratori italiani in Svizzera, l’INCA, ossia l’Istituto nazionale confederale di assistenza, l’Istituto tutela assistenza lavoratori, lo INASTIS, cioè l’Istituto assistenza sociale ai lavoratori italiani in Svizzera, la FILEF, ossia la Federazione dei lavoratori emigrati e famiglie) e in tale riunione – che è impostata nel modo in cui dovrebbe svolgersi l’azione del Governo, vale a dire con l’esame concreto dei problemi, non limitato, e organico – si dovranno discutere non soltanto l’azione da svolgere in Svizzera nei riguardi sia della votazione del 7 giugno sia dei provvedimenti recenti, ma si dovrà iniziare anche uno studio e un’azione riguardanti la vita in Svizzera e una partecipazione all’azione in Italia dei lavoratori che hanno assunto su di sé l’iniziativa della difesa effettiva dei diritti degli emigranti e che cercano di pesare, con la loro volontà, sulla politica generale del nostro Paese. Inoltre in quella sede ci si dovrà occupare di problemi particolari, come quello degli stagionali che sono catalogati come tali in quanto è molto comodo per ragioni di contratto e di tasse, di tutela e di previdenze, ma che praticamente, dati i progressi della tecnica edilizia, non sono più stagionali; ebbene, questi stagionali sono costretti a delle limitazioni dei rapporti con le famiglie e della libertà di vita incompatibili con le esigenze di un uomo libero e civile.…….Ora, tutti questi momenti nei quali gli italiani prendono coscienza dei propri problemi e cercano di far conoscere la loro volontà, rappresentano degli esempi di come la visione del rapporto tra la politica generale italiana e i movimenti dei lavoratori (i quali impostano le loro rivendicazioni sindacali come valori validi per tutti, dimostrando ormai la propria egemonia culturale), sia ormai in essi del tutto chiara, e tale da fare degli emigrati i protagonisti del proprio destino. Tutti i giorni tuttavia noi assistiamo a nuovi episodi di una conduzione di vita intollerabile, sia nell’emigrazione all’estero che in quella italiana. Anche nella settimana passata abbiamo avuto dimostrazione delle condizioni di estremo disagio, addirittura disumane, in cui vive questa gente, costretta ad abitare in baracche, in alloggi, che, come quelli della ditta Bosch, di cui parla un giornale di fabbrica tedesco, sono simili a campi di concentramento. Assistiamo continuamente alle espulsioni che avvengono in base a leggi svizzere che risalgono al tempo della guerra e che erano state fatte più che altro per tutelare il Paese dalle infiltrazioni naziste; così come noi usiamo tutti i giorni i nostri codici fascisti, anche gli svizzeri usano il loro codice antifascista, ma lo usano alla rovescia. Abbiamo assistito alle espulsioni, per opera appunto della Fremdenpolizei, di bambini, o di stagionali che in quanto tali non possono entrare se non quando hanno un contratto. Vi sono dunque delle limitazioni alla normale vita di un cittadino membro di una comunità civile che non sono certo tollerabili. Questi casi avvengono ogni giorno, come ogni giorno – e questo è interessante – si verificano casi di spontanea solidarietà operaia. Per esempio ho letto ieri sul “Giorno” la notizia che a Ginevra operai italiani sono scesi in sciopero per appoggiare i lavoratori spagnoli in sciopero essi stessi, attuando così nei fatti una unità sindacale internazionale. ……L’emigrante, come persona destituita di ogni diritto civile, sradicato dalla propria terra, dal proprio Paese, dalla propria lingua esiste ancora, ma è oggi il portatore della coscienza di rappresentare un uomo nuovo, di essere una forza nuova, di avere in sé una cultura nuova in formazione. Ho sentito moltissimi di essi dire, in maniera ben chiara e ben consapevole: noi siamo gli uomini del domani, consci cioè di costituire un potere che è il massimo dei poteri, cioè il potere dei piccoli. “Non più esiliati ma protagonisti”; questa è la frase nata dal mondo degli emigrati e che noi abbiamo preso come motto della loro Federazione. …..Certo gli italiani chiedono, vogliono un Governo, vogliono trovare le formule nuove della vita democratica, ed in questi modi sempre rinnovati dall’invenzione popolare vogliono un Governo, un buon Governo che essi possano sentire come proprio, che nasca da loro, dalla loro volontà, dai loro bisogni e dalle loro capacità di creazione politica. Ma perché usare il verbo passivo? non chiedono, non vogliono essere governati, ma vogliono governarsi. E’ una differenza che pare minima e formale, ma in questa minima differenza c’è tutto il significato ed il valore della libertà.

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Foto: Corriere della Sera (da Google)

 

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