Muratrici e socialismo

Alcune controdeduzioni all’articolo della giornalista reporter Geraldina Colotti apparso su “Sinistrainrete” del 18 luglio scorso https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25970-geraldina-colotti-in-venezuela-la-casa-e-un-diritto-non-una-merce.html ed efficacemente commentato da Fabrizio Marchi https://www.uominibeta.org/articoli/viva-le-femministe-venezuelane/
Fatta la tara delle evidenti enfatiche coloriture apologetiche poste in essere dall’autrice sul mansionario femminile in campo edile nel cantiere in auto-costruzione di Antimano in Venezuela, vanno fatte alcune considerazioni in merito all’inquadramento di matrice femminista anti-patriarcale operato dalla Colotti e verso cui intende condurre il lettore.
La tesi espressa è (sostanzialmente) che l’assenza delle donne nell’ambiente del cantiere edile sia storicamente il frutto esclusivo di stereotipi culturali da addebitare al cosiddetto “sistema patriarcale” e che (solo) la trasformazione della società capitalista in un sistema di stampo socialista (qui quello venezuelano-bolivariano) permetta alle donne di superare questo steccato imposto loro.
Di più: il sistema socialista si “limiterebbe” a liberare le “energie femminili” che il combinato disposto capitalismo-patriarcato da sempre le ha intrappolate con finalità di dominio, in una sorta di fitta e rigida griglia, ideata apposta per esse.

Va chiarito innanzitutto che le esperienze di auto-costruzione venezuelane, di cui ci fornisce per molti versi un buon reportage con interessanti informazioni, non sono una novità assoluta.
Nè in America latina, nè in Europa.
Nè in altre parti del mondo.
E nemmeno è una novità assoluta la partecipazione attiva da parte delle donne alle diverse fasi realizzative di cui normalmente si compone un cantiere edile.
Nella “patriarcale” civiltà contadina italiana (ma non solo italiana) giusto per effettuare un rimando storico, la (auto)costruzione dell’architettura rurale, composta dagli ambienti di soggiorno familiare/i e degli spazi di lavoro-deposito, che ancora oggi è osservabile in moltissimi contesti di pianura come anche collinare/montana, hanno visto sempre la co-partecipazione di donne nel ricoprire alcune particolari (e pur importanti) mansioni costruttive.
Al pari, ognuno secondo le proprie possibilità, degli anziani e persino dei ragazzi/bambini.
Fino alla fase della seconda industrializzazione infatti (in Italia in concomitanza con il secondo dopoguerra) la costruzione della propria abitazione era un fatto sociale, che spesso interessava più nuclei familiari in mutua assistenza tra loro.
Fino a quella data soglia storica il contadino, l’operaio, l’artigiano…e persino a volte il piccolo commerciante, conoscevano e sapevano all’occorrenza mettere in pratica competenze costruttive.
A seguito dello stravolgimento che il sistema del capitale ha impresso nelle società occidentali fino ad allora costituite per la maggior parte da quel diffusissimo tessuto sociale, l’edilizia diviene un settore specializzato e strutturato attraverso l’impresa edile, più di quanto non lo fosse precedentemente per le opere di medie-grandi dimensioni e le infrastrutture di carattere urbano e territoriale.
Da quel momento la presenza delle donne, al pari di quella degli uomini non-addetti sparisce gradatamente dal cantiere dell’edilizia d’abitazione.
L’oggetto casa diviene di competenza del mercato (per i ceti più abbienti) e della mano pubblica (per i ceti popolari-proletari) attraverso i (pochi in Italia) piani di costruzione di edilizia residenziale pubblica (ERP).
Quella sapienza auto-costruttiva accumulata in secoli/millenni…per causa del fatto che l’attività edificatoria nel suo complesso diviene un importantissimo settore di sviluppo economico, letteralmente si disperde.
Nelle economie capitalistiche, come pure in quelle pianificate, il comparto delle costruzioni diviene un potente volano di altri settori (metallurgico, chimico, meccanico, estrattivo…ecc).
I suoi attori, da quel momento in poi, saranno esclusivamente i soggetti maschi: i lavoratori edili.
Muratori, manovali, carpentieri, ferraioli, escavatoristi-gruisti, piastrellisti, marmisti, impiantisti, serramentisti, imbianchini…ecc.
Idonei più delle donne a sopportare i carichi di fatica di un’attività ancora poco meccanizzata e basata quasi esclusivamente su mansioni manuali.
Un’attività quella edile a carattere stagionale e con conseguenti lunghi periodi di fermo (disoccupazione e ricerca di altro impiego per la stagione successiva).
Con luoghi di lavoro spesso assai distanti dalle proprie abitazioni, da cui rimanere lontani per lunghi periodi di tempo (ancora oggi si usa la terminologia di “cantiere mobile”).
In molti casi vere e proprie emigrazioni intra-regionali o addirittura estere (Germania, Francia e Svizzera soprattutto)
Bassi livelli igienico-sanitari e fasi di lavoro soggette (allora come oggi) ad altissimi rischi di morte-infortunio-mutilazione.
Non molto dissimili, seppure con alcune peculiarità proprie, dalla condizione socioeconomica in cui versavano nel medesimo periodo temporale gli operai dei diversi comparti del settore secondario manifatturiero.
Il plusvalore che i lavoratori maschi possono garantire all’impresa edile, in termini di produttività ed efficienza non è paragonabile con una lavoratrice femmina.
Se uno stereotipo culturale esiste è quello della “protezione sociale” nell’evitare di sottoporre le donne a quella tipologia di mansioni in condizioni ai limiti della tenuta umana.
Anche perchè la lavoratrice donna, nel nascente sistema capitalistico intensivo, può essere più efficacemente sfruttata, al pari dei lavoratori uomini, in altre tipologie di lavoro del manifatturiero o nel terziario
Divisione sessuale del lavoro.
Contrariamente a quanto afferma la Colotti quindi, per bocca delle attiviste femministe del “viviendos”, non è l’impalpabile e dai contorni leggendari “istituzione patriarcale” ad aver impedito alle donne il lavoro nei cantieri, ma la ferrea logica del profitto-sfruttamento che il sistema del capitale comporta e di cui si sostanzia.
In Venezuela come nel resto del mondo.
“Se non ce la fa una, ce la faremo in due” non è consentito nella logica del massimo sfruttamento del lavoro salariato.

Peccato, perchè avrebbe potuto…in un ottica autenticamente antisessista, svolgere il tema della parità lavorativa (e conseguentemente remunerativa) tra i due sessi in un ambiente sociale finalmente liberato dalla schiavitù della produttività-competitività insito nella logica capitalistica che schiaccia il lavoratore/lavoratrice e che l’esperienza dell’auto-costruzione delle proprie dimore, non come esperienza sporadica ma come piano strategico di azione sociale sotto l’egida dello Stato, può rendere possibile.
Peccato.

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