Sbigottimento di destra

Da almeno un quindicennio gli appuntamenti patinati del capitalismo creativo ‒ kermesse cinematografiche, cerimonie di beneficenza, rassegne musicali ‒ sono sovraccaricati da gesti illusoriamente provocatori. Effusioni saffiche, esasperazioni sessualizzate, provocazioni corporee disegnano una poetica dello star system. L’ultimo festival della canzone italiana si è totalmente immedesimato in questo estremismo dei costumi, raggiungendo vette a dir poco caricaturali. Il confine tra la trasgressione e il pecoreccio è da sempre molto labile soprattutto quando si vuole presentare un copione didascalico di disobbedienza “à la page”.
Ogni qual volta si presenta la destra liberale sbraita contro questa “dissoluzione dell’etica” che disintegra antichi valori borghesi di compostezza e ponderazione. Ma anche se la protesta viene condotta dagli scranni del governo appare immediatamente innocua e poco incisiva; si disperde di continuo nel vuoto del chiacchiericcio. Puntualmente si fa appello a un popolo, quello tradizionalista con venature vetero-clericali, che al di là di qualche manieristica presa di posizione, non ha più legittimazione culturale all’interno del sistema capitalista. L’odierna ideologia capitalista difatti non se ne fa nulla di una morale repressiva o parsimoniosa per ciò che attiene al comune senso del pudore.
La logica dell’individualismo di mercato al contrario è spudorata quando ordina all’essere umano di esprimersi liberamente secondo le proprie inclinazioni. Lo spartito capitalista della globalizzazione compone un individuo disciplinato e realizzato attraverso un’immedesimazione assoluta con le merci. Queste hanno un solo obiettivo: espandersi illimitatamente inondando qualsiasi argine. Altro che pudore. Ognuno dovrà essere finalmente sollevato dalla pesantezza dei freni collettivi e ideologici. Ogni manifestazione volta all’emancipazione personale dalle costrizioni morali è supportata e incoraggiata soprattutto quando qualche autonominata minoranza chiede inclusione nel sistema mercantilista.
Per questo motivo non esiste più, se non nelle fantasie di qualche nostalgico, un militante capitalista conservatore. I soldati contemporanei del libero mercato, quelli che ne dipingono la capacità taumaturgiche o che ne difendono il modello sociale, non corrispondono al vecchio esercito piccolo borghese. Il nuovo ceto medio è culturalmente progressista e anch’esso, come il precedente, si rifà a un credo accecato da dogmi superficiali e parole d’ordine semplificate e soprattutto ad un antisocialismo strutturato. La richiesta d’inclusione si contrappone nettamente alle vecchie richieste di eguaglianza della classe lavoratrice poiché quest’ultime nascevano contestando in partenza le regole di mercato e di profitto privato. L’approccio inclusivo è, al contrario, resiliente.
La destra liberale quindi si accartoccia su sé stessa quando difende i valori dell’individualismo proprietario, quando sponsorizza la supremazia dell’etica occidentale ma ne rimuove logicamente le conseguenze culturali. Il mercato che si auto-regola è anche un mercato che insegna all’individuo a percepirsi come un brand, a promuoversi come tale e quindi a esigere tutto ciò che vuole senza alcuna inibizione. Ognuno è proprietario di sé stesso. Questa la regola aurea della convivenza sociale. Non esiste quindi alcuno spirito collettivo in grado di ridimensionare la spudoratezza dei costumi quando questi veicolano l’idea di integrazione individuale nell’ingranaggio dei mercati. La promozione dell’inclusione è uno stratagemma ideologico che promette libertà. Il massimo godimento istantaneo fa da contraltare al massimo profitto aziendale.
La retorica consolante sui valori del bel villaggio pacificato dall’equilibrio delle recinzioni alla proprietà ‒ che fa molto dixieland ‒ appare sconfitta in partenza. Può in qualche caso essere utile nel vincere una tornata elettorale, ma non determina egemonia. È un controcanto nostalgico quindi sterile. Appare come un politicamente corretto di destra che, alla pari di quello progressista, allontana dal reale. Se il fine dell’esistenza si risolve nel massimo godimento, proiettato nella dimensione del presente, solo il mercato avrà legittimazione culturale nell’organizzare i comportamenti. Tutto sarà commisurato all’etica delle start up. Motivo per cui oggi fa più scandalo uno sciopero generale rispetto a un amplesso simulato in mondovisione.
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