Socialismo e femminismo

Alcune interpretazioni del femminismo promuovono generalizzazioni negative degli uomini, dipingendoli tutti come responsabili delle disuguaglianze di genere o perpetuatori del patriarcato. Questo approccio non riconosce la diversità degli individui e dei comportamenti all’interno del genere maschile e femminile. Inoltre, tale approccio misconosce totalmente la questione fondamentale dell’appartenenza di classe. Alcune visioni estreme possono sostenere addirittura che le donne siano intrinsecamente superiori agli uomini. Bisogna opporsi a questo modello che oggi, consciamente o inconsciamente, è molto diffuso.

 

Inoltre, se è vero che la storia umana è stata in gran parte dominata da strutture patriarcali in molte società, il patriarcato stesso si riferisce a un sistema sociale che ha influenzato molti aspetti dello sviluppo del mondo e della costruzione della società attuale. Va sottolineato che, storicamente, all’interno del patriarcato, che è la bestia nera del femminismo e il motivo per cui gli uomini appaiono ad esso  naturaliter malvagi, la posizione sociale e le opportunità di uomini e donne potevano variare considerevolmente a seconda del loro status economico e sociale. In molte società patriarcali, se non in tutte, le donne ricche e potenti condividevano il ruolo e i privilegi dei loro uomini, mentre gli uomini poveri si trovavano in condizione  subalterna rispetto alle donne ricche, esattamente come accadeva alle loro donne. Le donne appartenenti ad alcune famiglie aristocratiche o borghesi, di conseguenza, godevano di privilegi e posizioni di potere che consentivano loro di influenzare la politica, le finanze e la cultura. D’altra parte, gli uomini poveri, o meno privilegiati, si trovavano in una posizione subordinata, sottoposti alle dure realtà dell’oppressione economica, sociale e ai rischi legati alla partecipazione forzata alle guerre. Anche se gli uomini avevano vantaggi di genere nell’accesso all’occupazione in alcune società, ciò non significava che ogni uomo godesse di un’opportunità economica o di mobilità sociale. Anzi, spesso avere accesso all’occupazione significava per gli uomini non godere di vantaggi considerando lo status delle donne ricche e, anzi, comportava assumersi compiti gravosi, rischiando cioè fatica estrema, morte e malattie – cosa che del resto accade ancora oggi considerando la larga esposizione degli uomini ad incidenti mortali sul lavoro.

 

Che fine ha fatto il patriarcato oggi? La società contemporanea è caratterizzata dall’individualismo: le persone tendono a focalizzarsi maggiormente sulle proprie aspirazioni e sui bisogni personali. Questo comporta un maggior senso di autonomia e libertà individuale, ma può anche portare a una minore coesione sociale e solidarietà. Nel contemporaneo vige l’importanza del denaro ed è questo che influenza la quasi totalità della vita delle persone. Il denaro può determinare l’accesso a risorse, opportunità educative, assistenza sanitaria e altro ancora. Il denaro oggi non ha genere, né etnia: è sulla base del denaro che si determinano le discriminazioni non certo sulla base del genere o della razza.

La società contemporanea, inoltre, è caratterizzata dalla cancellazione delle identità fino alla tendenziale fluidità di genere che, evidentemente, serve al capitalismo per destrutturare ulteriormente la società e le possibili resistenze rispetto al marketing universale che lo caratterizza.  Questi aspetti della società odierna sono solo alcuni dei molteplici elementi che contribuiscono alla sua complessità. È essenziale riconoscere che i cambiamenti sociali e culturali sono in costante evoluzione e possono variare in base alle regioni, alle culture e ad altri fattori.

Si percepisce oggi il socialismo come naturalmente femminista perché emancipatorio: non c’è ancora la capacità e il linguaggio per comprendere che, in realtà, quando si pone la lotta sul piano del genere, non è verso l’emancipazione che si sta andando, bensì verso una ancora maggiore oppressione di classe. In realtà, il femminismo è intrinsecamente opposto alla lotta di classe, poiché la cosiddetta ”intersezionalità” femminista non è capace di assumere l’idea che non tutte le donne sono uguali e non tutti gli uomini sono uguali e che, dunque, prius non è affatto il genere. Bisogna cioè far capire che una donna ricca non può, ne potrà mai essere solidale con una donna povera e che se la prima dovesse assumere una posizione femminista lo farà soltanto per conservare i suoi privilegi di classe.

 

In una realtà ormai sempre più costruita a tavolino, in un mondo che rende impotente qualsiasi sforzo di trasformazione del reale nel senso tradizionale, ossia storico-filosofico, il femminismo è stato convocato dal potere dominante a rappresentare una controrivoluzione che si presenta falsamente in quanto emancipazione. In realtà, la controrivoluzione individualistico-femminista non fa altro che rinforzare quello stesso potere che afferma – in buona fede o, spesso, in cattiva fede – di voler disarcionare. Bisognerebbe aver ben presente questo punto di sutura che si colloca fra logica sistemica del capitale, struttura antropologica dell’uomo moderno e movimentismo immanentistico fintamente progressista.

 

Da questo punto di vista, pertanto, il femminismo non fa altro che radicalizzare e approfondire alcuni presupposti di fondo dell’immagine moderna del mondo. Esistono donne povere e donne ricche, così come esistono uomini sfruttati e uomini sfruttatori. Il fatto che le donne siano entrate nel mercato del lavoro (soprattutto terziario) non è dovuto affatto (o, meglio, non è dovuto strutturalmente) alle lotte femministe, a mio parere, quanto piuttosto a necessità legate alla mutazione delle condizioni del lavoro – in altre parole, forse più chiare, al lavoro muscolare si è affiancata la necessità d’un lavoro tecnico nello stesso modo in cui ad una guerra intesa nel senso storico che conosciamo si è andata sostituendo una guerra “intelligente” che mette, non tanto le donne, quanto le risorse tecnico-cognitive al centro delle possibilità di imporre la propria forza imperialistica.

Il potere contemporaneo è legato oggi, strutturalmente, al capitale finanziario e alla tecnica di cui l’ideologia femminista costituisce una delle punte di diamante. Nella sua capacità di coinvolgere gli individui sul piano della colpevolizzazione morale e di frammentare il tessuto sociale (non c’è nulla che provochi reazioni emotive quanto le faccende di sesso e di genere), essa costituisce evidentemente una risorsa importante del sistema capitalistico dominante. È in questa maniera, infatti, che quest’ultimo mostra quella capacità assolutamente senza precedenti storici, di appiattimento e di formazione della psico-sfera al di fuori della cara e vecchia dialettica, ma in stretto rapporto con l’emotivismo del qui ed ora che ho cercato di evidenziare in alcuni miei libri recenti.

In conclusione, occorre sottolineare con forza che una compagna e un compagno (che versano nella stessa condizione socio-economica) dovrebbero lottare insieme e non essere protagonisti di una guerra fra poveri attivata dal capitalismo per poter vincere più facilmente.

Sciopero dei lavoratori della Magneti Marelli - Comizio davanti alla  fabbrica - Operai e operaie con grembiule da lavoro, Loconsolo, Silvestre –  Fotografie – Lombardia Beni Culturali

Fonte foto: Lombardia Beni Culturali (da Google)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 commenti per “Socialismo e femminismo

  1. Panda
    27 luglio 2023 at 17:39

    Ma anche tra i ceti dominanti del passato, che se la passavano molto peggio di quelli attuali, una lettura femminista risulta povera e fuorviante. Esempio: ignorando i morti bambini, dei quattro figli maschi di Ruggero II d’Altavilla tre morirono in battaglia, tra cui anche il suo amatissimo primogenito, il duca di Puglia; le sue due figlie femmine vissero tranquillamente la loro vita matrimoniale (sì, certo, in matrimoni combinati, ma non è che i fratelli la carriera militare, l’addestramento alla quale doveva cominciare fin da bambini, se la fossero scelta liberamente…).

    • Giacomo
      29 luglio 2023 at 21:41

      Il caso forse più emblematico è quello di Enrico II di Francia, che morì dopo la pace ci Chateu-Cambresis in un torneo per i festeggiamenti dopo 10 giorni di sofferenze per una lancia spezzata in un occhio. La moglie nelle cui mani rimase praticamente tutto il potere era Caterina de Medici, sebbene non potesse essere regina per la legge salica, tutti i re successivi erano i suoi giovani figli, che comandava a bacchetta.

  2. pierluigi
    29 luglio 2023 at 9:50

    Articolo (tesi) che meriterebbe un approfondito dibattito.
    Ma sappiamo che qui…tranne sporadici casi, le femministe/i non si fanno vedere.
    E quando lo fanno è solo per ripetere logori slogan e vetero-tesi imparate a memoria, non certo per porsi dialetticamente in confronto.
    Un indizio dell’impianto dottrinale e perciò sottoculturale che l’ideologia femminista (in qualsiasi declinazione la si voglia considerare) ha creato nelle sue adepte/i e su cui basa e ha basato molte delle sue “fortune”.
    In questo senso il pensiero formulato da Antonio Martone non può che essere letto da esse/i come “eretico”.
    Cosa che in realtà è…e di cui credo lui non si dispiaccia, dato che nel contemporaneo allagato dal politicamente corretto il libero pensiero, quello autentico, ha spazio solo nella dimensione eretica.

  3. gino
    31 luglio 2023 at 23:41

    il femminismo, esplicitamente o implicitamente, é suprematista.
    quindi di estrema destra, altro che socialista.

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