Nella tempesta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo comunicato dell’Associazione “Rinascita! per un’Italia sovrana e Socialista”:

 

Il mondo sta cambiando vorticosamente.
Il capitalismo sopravvive solo perché la politica (ossia le banche centrali) gli consente di non pagare i debiti o li accolla alla collettività. L’Occidente ha sempre meno potere. La globalizzazione è stata rinnegata proprio da chi (Usa e Gb) l’aveva promossa. L’Unione europea continua volutamente ad accentuare le diseguaglianze tra stati e tra classi, preparando così la propria dissoluzione. Ovunque si alza il vento del duro scontro tra l’Occidente e gli altri, e tra gli stessi stati occidentali.

Milioni di individui chiedono protezione allo stato.
Nella tempesta che nasce e che crescerà, le classi subalterne, sconvolte prima dalla globalizzazione e poi dalla sua crisi, si rivolgono all’unica istituzione che in anni non troppo lontani, spinta dalla lotta popolare, ha dovuto lavorare anche per loro: lo stato.

Questa richiesta non può essere raccolta dalla sinistra italiana.
Filoccidentale e liberista, europeista ed antistatalista, da quando ha reciso il proprio rapporto coi lavoratori, col socialismo e col comunismo essa è tornata ad essere ciò che è sempre stata: una delle varianti politiche delle classi dominanti, non necessariamente migliore delle altre.

La richiesta di protezione viene dunque raccolta da formazioni di destra ed intermedie,
come quelle che in Italia, con la loro coalizione politica, hanno creato di fatto quell’alleanza sociale tra disoccupati, lavoratori e piccole e medie imprese che qualcun altro avrebbe dovuto creare al loro posto. Un’alleanza che oggi va soprattutto a vantaggio del “capitalismo nazionale” (si veda la flat tax) ma che sarà costretta, pena un rapido declino, a dare qualcosa anche agli altri: e qualcosa, di fronte a nulla, è moltissimo. Per la prima volta il malessere prodotto dalla crisi trova un’espressione politica potenzialmente efficace, e costringe il governo in carica a scegliere: o si scontra con l’Unione europea, oppure con la gran massa dei propri elettori.

Chi parla di fascismo non ha capito nulla,
o si prepara a diventare il braccio armato di Martina. Il fascismo chiuse con la forza un lungo ciclo di lotte e impedì per anni la dialettica sociale. Invece il governo gialloverde potrebbe, per amore o per forza, aprire una fase di conflitti e accelerare le contraddizioni malamente nascoste dal patto Pd/Berlusconi. Potrebbe essere riassorbito dalle élite. Potrebbe fallire clamorosamente. Ma potrebbe anche canalizzare le richieste popolari inducendo le élite ad alcune concessioni, sufficienti ad aumentare la sua base elettorale. Per questo non sarà facile misurarsi con la sua politica.

Come fare?

Il governo Conte dovrà essere ostacolato, incalzato, sostenuto
Dovrà essere ostacolato per la politica fiscale che toglie ai poveri, per la politica della sicurezza che aumenta il far west, per la politica sull’immigrazione che vuole solo regolare i flussi (problema peraltro non eludibile) ma non vuole regolarizzare chi in Italia già vive e lavora. Dovrà essere incalzato sugli obiettivi maggiormente popolari: pensioni, sostegno al reddito, limitazione della precarietà. Dovrà essere sostenuto, fino alle conseguenze estreme, in ogni scontro con l’Unione europea in cui la difesa degli interessi nazionali coincida con quella degli interessi popolari. E si dovrà rompere al momento giusto: ma sempre in sintonia col sentimento popolare.

Ma la vera risposta può essere solo il rilancio di una prospettiva socialista
• All’idea, già smentita, di una ripresa dell’occupazione attraverso gli sconti fiscali e gli incentivi alle imprese, va contrapposta l’idea del perseguimento diretto della piena occupazione con l’espansione dei servizi pubblici e la ricostruzione dell’industria di stato.
• All’idea della pura e semplice crescita del deficit come contraltare del taglio delle tasse, va sostituita una crescita mirata del deficit per finanziare una pianificazione produttiva che diminuisca la dipendenza internazionale del paese.
• All’idea (nascosta ma non spenta) di un’uscita liberista dall’euro, interessata solo alla svalutazione e priva di protezioni per i salari e le stesse imprese, va contrapposta l’idea di un’uscita gestita con l’espansione del settore pubblico, dei controlli sui capitali, della tutela dei redditi da lavoro.
• E infine, poiché il governo potrebbe essere indotto dai fatti a potenziare l’impresa di stato, è necessario contrapporre alla possibile ripetizione di un modello democristiano di impresa, privatistico nelle forme e negli scopi, un modello socialista direttamente finalizzato a scopi democraticamente discussi.

Al moderato interventismo economico ed al nazionalismo gialloverde non si risponde
con il ritorno all’antistatalismo e al globalismo.
Per questo Il confronto col governo deve essere l’occasione non già per rilanciare un’asfittica sinistra, ma per far crescere un progetto socialista basato sulla ricostruzione democratica dello stato italiano e su nuove relazioni internazionali che rendano possibile, limitando i movimenti del capitale finanziario, una politica economica progressiva. Un progetto fondato quindi sul nesso ineludibile tra autonomia di classe e sovranità nazionale: quel nesso che la sinistra radicale rifiuta di comprendere, condannandosi così all’irrilevanza.

La caduta del governo avrà un senso progressivo solo se e quando non rimetterà nel teatrino i vecchi pupazzi, ma aprirà la via ad un’idea di socialismo disegnata sulle caratteristiche dell’Italia, un’idea che scaturisca dalle concrete necessità del nostro paese e possa finalmente rispondere alle speranze di milioni di lavoratori di ogni, età, genere e colore, e di migliaia di militanti onesti e delusi.

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Foto: Uliano Lucas (da Google)

 

2 commenti per “Nella tempesta

  1. Giovanni
    21 Giugno 2018 at 21:07

    Le cose indicate sono giuste e devono certamente essere perseguite. Tuttavia la parola socialismo non può significare solamente quanto espresso sopra. Premetto che non sono militante politico ma un semplice elettore di sinistra e che fino a dieci anni fa a comunismo e socialismo neppure ci pensavo.

    Nella fase storica attuale non siamo certo in grado di produrre una teoria del socialismo scientifico però possiamo almeno abbozzarne una caratteristica essenziale. Significa mettere a punto un organizzazione dell’allocazione della forza lavoro a cui qualunque disoccupato (o lavoratore) possa rivolgersi per essere allocato (o riallocato) su un lavoro stabile.

    Gli unici ad averlo fatto sono i propositori della MMT coi PLG, qualcuno lo chiama lavoro di cittadinanza e questo centra “il punto”: la piena occupazione può esserci solo con una allocazione garantita. Certo propone la creazione di un lavoro di serie B e sottopagato pensato per essere “di transizione al privato” e la cosa non mi piace per niente, questo però significa che è necessaria una proposta alternativa che affronti questo stesso punto. Ecco, questo è il significato imprescindibile che già oggi deve avere la parola “socialismo”.

    Il pur necessario investimento in infrastrutture, spesa pubblica ed impresa di stato, sostegno alla domanda da solo non genera necessariamente un occupazione sempre e per tutti, lascerà sempre degli esclusi. La stessa storia dei tempi del New Deal lo dimostra.

    Allora mi dispiace ma devo fare una conclusione severa: chiunque dice socialismo senza proporre un modello di allocazione garantita al lavoro fa solo chiacchiere.

    • gino
      22 Giugno 2018 at 10:45

      la ripresa dell’intervento statale è auspicabile… però deve essere fatta per produrre beni e servizi utili-vendibili e le aziende di stato non devono produrre perdite (oddio! concetti del liberismo bruttocattivo!).
      cioè bisogna creare Lavoro e non “o puosto”. cioè non devono esistere casi come alitalia.
      quando crei perdite signiifca che impieghi 100 risorse per produrne 80 e allora impoverisci tutta la comunità.
      di certi concetti oggi ne sono coscienti anche gli operai, ma una certa sinistra non ne è cosciente.

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