Siria, Venezuela: trionfalisti morganatici

Gira da sempre nella sinistra, specie in quella che cerca di restare autentica, rivoluzionaria, la tendenza che Mao esemplificò con la definizione della “tigre di carta”. Quanto fossero di carta capitalismo e imperialismo s’è visto da allora ad oggi, con il capitalismo che, a parte l’URSS, s’è addirittura mangiato il paese di Mao, Cuba, il Vietnam e con il socialismo che, per vederlo ancora sognato e auspicato, tocca aggirarsi per El Alto di La Paz, o in qualche quartiere proletario di Caracas, tipo il “23 De Enero”.

Nell’attualità questa realtà travisata in prodotto del desiderio si manifesta con grande evidenza in Siria e in Venezuela. Una storicamente incrollabile fiducia nella Russia, URSS o Federazione che sia, trascura completamente la realtà sul terreno in Siria e anche davanti alle evidenze di compromessi al ribasso, rispetto alla riconquista della sovranità e integrità territoriale da parte di Damasco, formula ardite e volontaristiche teorie che lascino intendere scaltre manovre di Putin di aggiramento del nemico. Si torna a sentire l’antico mantra: tempo al tempo. Intanto Netaniahu bombarda impunemente siti strategici e trasporti cruciali, senza che entrino in funzione i celebrati S300 o S400 russi o siriani, vaste zone di confine e nel cuore del paese sono affidate (pro tempore, ad perpetuum?) a coloro che hanno eseguito il mandato di sgozzare o espellere il maggior numero di siriani e di frantumarne l’unità, si tollera che i mercenari curdi dell’invasore statunitense espandano il proprio territorio compiendo terribili pulizie etniche, si accetta come normalità il fatto che un occupante straniero e i suoi scagnozzi intimino alle forze armate del governo di non superare, con l’Eufrate, un limite dai primi imposto con incommensurabile protervia e plateale violazione del diritto internazionale.

Si può e si deve esultare per la forza, la resilienza e l’eroismo di un popolo e della sua nobilissima leadership che, da ormai quasi sette anni, ha tenuto testa e parzialmente rigettato l’assalto di una muta di licantropi dotati di ogni mezzo tecnologico, finanziario, subumano e di ogni mancanza di scrupoli, accompagnati dall’uragano di menzogne e calunnie di media asserviti alle due più feroci tirannie del mondo, USA e Israele, con il bonus aggiuntivo della complicità immoralmente ideologica delle sinistre di complemento imperiale. E si deve rendere omaggio e riconoscenza, nel nome dei popoli liberi o ansiosi di libertà, al contributo offerto da Hezbollah e dalle brigate internazionali irachene e iraniane, queste sì eredi di quelle antifasciste di Spagna. Ed è anche vero che, per un motivo o per l’altro, Mosca ha aggiunto di suo una potenza militare e una sagacia diplomatica cui non è possibile negare un ruolo cruciale negli esiti fin qui raggiunti.

Si interpreta, nell’esaminare i risultati dei vertici russo-iraniano-turchi di Astana, l’affidamento, letteralmente a scatola chiusa, di vasti settori del territorio nazionale siriano ai turchi con le loro riserve jihadiste, ai pulitori etnici curdi sotto comando statunitense, ai raggruppamenti terroristi Isis o Al Qaida, come una manovra di largo respiro che si esaurirebbe nel tempo per non si capisce quali resipiscenze degli stessi soggetti che, fino a dieci minuti fa, hanno sbranato il paese nel nome del Nuovo Medioriente USraeliano. Si confida, si vaticina, si divina. E si coltivano false e pericolose (auto)illusioni che potrebbero anche portare, non solo alla “riduzione della conflittualità”, come le macchie del leopardo israelo-americano-turco-curdo-jihadiste vengono benevolmente chiamate, ma al calo di quella tensione alla resistenza per l’affermazione di una patria libera, sovrana e integra, per la quale in tanti tanto hanno sacrificato. Tutto questo nel segno di una grande integrità morale e di un’altrettanto profonda sapienza politica dei russi. Come chiamarlo, fideismo? L’irrisolto, eterno bisogno di mamma?

Intanto, proprio mentre sto scrivendo queste note, mi arriva dal Ministero degli Esteri una nota che respinge ogni permanenza turca su territorio siriano, come risulta sancita ad Astana e afferma, in netta opposizione a quanto Mosca e Ankara avrebbero concordato, primo, che il governo siriano considera la presenza turca illegale e, secondo che, ponendosi come garanti di soluzioni al conflitto, Russia e Iran hanno il dovere di pretendere dai turchi il ritiro da Idlib. Sono felice di questa dimostrazione di autonomia e dignità e spero che i russi non vogliano rischiare di perdere la faccia davanti ai siriani, agli arabi, al mondo libero.

Sarà interessante vedere la risposta degli alleati di Damasco, quella di netto rigetto del governo siriano è già stata espressa, all’oscena intimazione della soldataglia ascara curda e della giunte dei Tre Generali di Washington di non varcare l’Eufrate e di non azzardare attacchi a chi quell’area ha deciso di fare un cuneo puntato al cuore della Siria.. Questo detto a una nazione e ai suoi alleati, che legittimamente si battono in difesa, da invasori, predatori, terroristi, del territorio di uno Stato membro dell’ONU, da chi ha violato ogni norma del diritto internazionale e ha commesso ogni possibile crimine di guerra e contro l’umanità, non può essere considerato termine di discussione, oggetto di mediazione. Neanche da chi, scevro da ubbie morali o ideologiche, pratica il pragmatismo della realpolitik, essendo ogni Stato, come scrive un mio amico, in prima linea “amico di se stesso”.

Ho grande rispetto per il ruolo mondiale, che Putin ha assegnato al suo paese, di contrasto all’espansionismo imperialista, al bellicismo della criminalità neocon-liberal organizzata nel complesso militar-industriale-securitario-mediatico statunitense ed europeo. Ma questo non mi acceca davanti ad equilibrismi tattici che, nella fase presente, spuntano la lama dell’offensiva vittoriosa di Damasco e dei suoi alleati, nel momento in cui il nemico era in rotta, il risultato della liberazione totale pareva a portata di mano, la leva che i russi esercitano su Ankara alle prese con il rafforzamento USraeliano della quinta colonna curda, poteva limitarne l’espansionismo nel nord siriano. E non mi impedisce di udire l’assordante silenzio di Mosca sull’invasione USA del suolo siriano, sulla costruzioni di basi progettate permanenti, sul protettorato curdo che divora arti del corpo siriano e, e questo è davvero il colmo, sul connubio curdi-Isis benedetto dagli Usa in funzione antisiriana. Bella evoluzione di un YPG-PKK che per i nostri sinistrati era laico, femminista, egualitario, partecipativo, socialista.

Già i bombardieri Usa avevano sostenuto ripetutamente i jihadisti a Deir Ez Zor massacrando l’esercito regolare siriano, ma ora hanno superato ogni limite nel sostenere l’alleanza tra i curdi, di per sé già rotti a ogni oscenità, e i terroristi che dicono di combattere. Roba da immediatamente sollevare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con l’accusa dimostrata e, davanti al consesso internazionale, davvero imbarazzante per Washington, .della fusione dei due mercenariati, curdo e jihadista, ufficialmente sulla lista dei terroristi Usa, per l’ illegale occupazione di un paese sovrano e per lo sterminio della popolazione autoctona. Invece niente.

 

Curdi, Israele e Isis uniti nella lotta

Se il progetto era quello di rovesciare Assad e il suo governo, se ne deve registrare il fallimento. Se invece, come è storicamente dichiarato e documentato, al regime change si doveva far seguire la divisione dello Stato unitario in frammenti etnico-religiosi, beh, al momento non si può disconoscere che quel risultato è stato raggiunto. Solo tattico e non strategico? E chi lo dice? Parrebbe wishful thinking. Parrebbe proprio un compromesso che salvaguarda, sì, la permanenza del presidente e della struttura dello Stato, ma ne taglierebbe drasticamente l’ambito territoriale, nel quale inserirebbe fattori endemici e cronici di destabilizzazione. E tra le zone d’influenza delle grandi potenze e di Israele così fabbricate, Mosca almeno manterrebbe la sua, nel paese e nel Medioriente, con tanto di base a Latakia.

 

Il Venezuela di Amnesty e “il manifesto”

“Il manifesto” e, con lui, le solite larghe intese pseudo sinistra-destra, festeggiano “il ritorno al dialogo” a Caracas. Confortato dagli otto, Indiscutibili, milioni che hanno votato per l’Assemblea Costituente, estrema risorsa per togliersi le castagne dal fuoco di un’assemblea parlamentare a maggioranza di destra, Maduro porta un paese allo stremo e un governo minato da sabotaggi, sedizione violenta, ma anche da errori e corruzione, al confronto con un avversario che, da golpista, stragista, pogromista, veicolo del neocolonialismo Usa, viene da Amnesty, “il manifesto” e tutto il mondo perbene, elevato a legittima opposizione. Come l’hanno definita dall’inizio della rivolta governi e media della sedicente “comunità internazionale” (Usa, UE e Nato). Come, dopo aver defenestrato l’inviata Geraldina Colotti (nel silenzio dei bravi collaboratori comunisti e antimperialisti del fogliaccio) per essersi troppo appiattita sulle posizioni del “regime”, la definisce ora “il manifesto” con il suo nuovo corrispondente Roberto Livi (nomen omen), uno che ritiene gli sviluppi amerikani di Cuba un nuovo passo verso il socialismo.

Copertosi a sinistra con la rampogna a coloro che definiscono “dittatore” Maduro, Livi fa finta di non aver notato la prima vera presa di posizione utile del successore di Chavez, dopo la convocazione dell’Assemblea Costituente, che è la sostituzione dello Yuan al dollaro nella transazioni petrolifere. Un deciso diretto al mento del cospiratore statunitense e alla sua indecente fabbrica di dollari a debito universale. Per molto meno Saddam Hussein e Gheddafi sono stati rovesciati e assassinati e il loro paese raso al suolo. Non è dunque questa mossa davvero coraggiosa che rallegra il commentatore del “manifesto” e di tutto il cucuzzaro a larghe intese imperialiste. Anzi. Si compiacciono, invece, per il ritorno al dialogo, già promosso con tanta buona volontà da super partes tipo Bergoglio e Zapatero con di rinforzo la zannuta vandea filo-golpe della Chiesa venezuelana e quel presidente colombiano, omaggiato dal papa per aver cessato di macellare indigeni e FARC, che si pregia di lavorare per il bene del vicino spedendoci sabotatori paramilitari e profittando del contrabbando transfrontaliero dei beni sottratti dalla grande distribuzione venezuelana.

A parte un paio di formazioni minori nella coalizione del MUD, che non hanno aderito, il grosso della Tavola di Unità Democratica, quella capeggiata dai noti Lopez e Capriles, fattisi le ossa nel golpe e nella serrata affamatrice del 2002, si è precipitata ad accettare il ritorno all’agone elettorale, l’eliminazione dei fili di ferro tagliateste attraverso le strade e la rinuncia a incendiare chavisti e scuole. Forti della vittoria alle ultime legislative, quando il chavismo non era ancora stato messo in forse da disastri sociali, inflazionistici, di boicottaggio dei rifornimenti alimentari, non sorprende che coloro il cui pogrom violento si è arenato nel rifiuto delle masse e nella resistenza dell’unità chavista civico-militare, abbiano colto al volo l’occasione di tornare a misurarsi sul terreno elettorale (regionale), in un quadro di disagio sociale più forte rispetto a quello delle legislative vinte.

Per cui esprimere soddisfazione per questa svolta non suona del tutto convincente. Sempre che soddisfatti per il dialogo non lo siano, sotto sotto, anche per il fatto che Maduro abbia rinunciato a quanto gli veniva chiesto dalla base bolivariana: provvedimenti drastici contro i sabotatori della grande distribuzione, dell’accaparramento, del contrabbando, della speculazione sui cambi, del feudalesimo terriero, delle Ong e dei media eversivi e vendipatria. Vale a dire espropri e nazionalizzazioni di tutte le strutture strategiche, dalla Grande Distribuzione alle banche. E finalmente strumenti decisivi per la lotta al debilitante fenomeno della criminalità.

Per il “manifesto” e gli affini di destra nelle larghe intese l’idea colottiana e di tutta la sinistra vera latinoamericana che in Venezuela un pogrom sanguinario commissionato dagli Usa agli eredi del vecchio regime, quello delle atroci diseguaglianze, dello schiavismo operaio e contadino, della totale subordinazione agli interessi yankee, puntava a un colpo di Stato come quelli realizzati in Honduras e Paraguay, non era altro che una, pur dura, “contrapposizione fra due parti della società”. Parti, dunque, equipollenti, entrambe sullo stesso piano, entrambe legittime, quella patriottica e quella golpista su mandato USA che per due anni aveva messo a ferro e fuoco il paese.

Tanto più che, ora, con le elezioni regionali proposte da Maduro, l’opposizione (sic) può dimostrare che ha veramente quella maggioranza che ha reclamato la sua mobilitazione di massa (sic). Constatazione o auspicio?

Viva la democrazia, la nonviolenza, il dialogo. E il rispetto per chi ti vuole tagliare la testa.

 

Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/09/siria-venezuela-trionfalisti-morganatici.html

 

1 commento per “Siria, Venezuela: trionfalisti morganatici

  1. Gianni Sartori
    27 Settembre 2017 at 21:34

    A me la foto ricorda una identica della ultima, o penultima, rivolta in qualche banlieu parigina…(da non confondere quindi con quelle più o meno manipolate della soidisant opposizione venezuelana)
    GS

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