Dio è Una. Il primato del parto. Il matriarcato nell’ideologia monoteista

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Foto: il-matriarcato.blogspot.com

 

All’inizio era il matriarcato. Gli autori concordano nel far coincidere la fase pre-sociale della storia con la condizione di incesto matriarcale. La storia come ontologia e la personale storia di ciascuno derivano una comune origine nella fisiologia: la storia dell’umanità e quella di ciascuno mantengono, su scale diverse, similitudini di base solo nella misura in cui la fisica ambientale e la fisiologia sessuale sono rimaste le strettoie di impatto formativo obbligate e immutate nel tempo. Su queste basi si fonda l’archetipo.

L’antro della caverna è metafora dell’utero materno, come il clan di appartenenza lo è, in funzione  di contenitore, nella proiezione sociale. Quanto più si è reclusi nei labirinti della morale di incesto famigliare, tanto più si tende a elevare ai modelli della metafisica la descrizione della mera condizione materiale. Eppure è facile constatare come l’aporia tra interno ed esterno si presenti, con evidenza, in ogni forma attuale, in qualità di traccia della nascita; cioè dell’evento fisiologico affettivo più importante ed essenziale. Sia che il chiuso della chiesa si opponga all’apertura della piazza, sia che la forma del nido di un uccello alluda all’involucro dell’uovo, o che si sgusci ogni giorno dalle coltri di un mater-asso, l’esordio alla vita si pone come significato reiterato all’infinito dai significanti del reale.

La qualità umana giunge ad imporsi sulla materia fisica nelle forme dell’elaborazione del sapere, modulando tutta la gamma tra condizione animale di origine e invenzione della relazione sociale nella civiltà.

L’emancipazione è funzione della capacità di elaborare: nel procedere dall’incesto verso la creatività sessuale, si costruisce ogni vera premessa della facoltà umana in quanto tale.

La cronaca della genesi nel mito greco è nota: attribuisce le origini a Gea, la Terra, divinità che generò da se stessa Urano (il Cielo), poi le montagne e Ponto (il Mare). Gea si unisce a Urano creando Titani, Ciclopi, Ecatonchiri. Crono, tra i Titani, nel più puro precetto dell’incesto matriarcale, evira il padre (e fratello) e sposa la sorella Rea.

Ciò accade come se la grande madre delle origini, nel pieno possesso del figlio-fallo Crono si pensasse al maschile finendo per attribuire al marito le stimmate di una sessualità al femminile[1]. Il sangue della ferita, la falla che per elisione del fallofemminilizza il sesso di Urano, dà infatti origine alle Erinni che saranno custodi del diritto matriarcale.

Tale sarà la loro funzione fino al mito di Oreste che pone fine alla condizione del dominio dell’incesto primario con l’atto matricida.

La realtà d’origine è cronaca dell’incesto e del potere della ginocrazia materna. Secondo Graves[2]

L’antica Europa non aveva dèi. La grande dea era considerata immortale, immutabile e onnipotente, e il concetto della paternità non era stato introdotto nel pensiero religioso. Gli uomini temevano la matriarca, la riverivano e le obbedivano (…).

La ninfa tribale, pare, si sceglieva ogni anno tra i giovanotti del suo entourage un amante, il re che sarebbe stato sacrificato alla fine dell’anno e che diveniva così un simbolo della fertilità più che uno strumento del piacere della ninfa (…).

Nell’antica mitologia greca si riflettono soprattutto quei mutevoli rapporti tra la regina e i suoi amanti, che iniziano con il sacrificio annuale o biennale del divino paredro e terminano (all’epoca in cui l’Iliade fu composta e i re si vantarono ‘Siamo migliori dei nostri padri!’) col tramonto del matriarcato. 

Anche Engels[3] fa risalire all’età eroica della Grecia il superamento del matriarcato. Egli si rifà al testo di Johann J. Bachofen del 1891 per ricordare che 

…in una certa fase dello sviluppo di ogni popolo domina una concezione ‘femminile’ della vita, che nella sfera religiosa si manifesta come culto della Madre divina, nelle istituzioni giuridico-sociali come matriarcato.  

Engels è più acuto, nell’esegesi del comportamento umano, dello stesso Freud nell’individuare nel possesso famigliare sui figli l’origine della proprietà privata. Ma il percorso logico dell’evoluzione non è banale[4]

Bachofen ha inoltre incondizionatamente ragione, quando afferma costantemente che il passaggio da quella forma da lui detta «eterismo» oppure «generazione di palude» alla monogamia, è avvenuto essenzialmente per opera delle donne. 

Con lo sviluppo delle condizioni economiche e il consolidarsi della famiglia come luogo di produzione del patrimonio, il diritto matriarcale e matrilineare della gensancora imponeva, in caso di morte, il lascito del patrimonio ai consanguinei per parte di madre: 

I figli dell’estinto però non appartenevano alla sua gens, ma a quella della loro madre (…), non potevano ereditare dal padre poiché essi non appartenevano alla sua gens, e il suo patrimonio doveva rimanere in questa gens. Alla morte del possessore di armenti, i suoi armenti sarebbero quindi passati, anzitutto, ai suoi fratelli e sorelle e ai figli delle sue sorelle o ai discendenti delle sorelle di sua madre. I figli suoi però erano diseredati. 

Il clan famigliare della madre di origine manteneva un primato di diritto sulla famiglia attuale: secondo lo stesso diritto matriarcale, la donna-madre partecipava più allo statuto di figlia-di-famiglia che a quello di padrona del patrimonio procurato dal marito nella propria realtà famigliare attuale. 

Così il calcolo della discendenza in linea femminile e il diritto ereditario matriarcale furono abrogati e fu introdotta la discendenza in linea maschile e il diritto ereditario patriarcale.

 

Onnipotenza del ruolo sessuale e alienazione del soggetto sociale 

Sul filo della stessa logica Engels concorda con Marx nel constatare che lo spostamento del baricentro dalla famiglia di origine alla famiglia attuale segnò anche 

…la sconfitta sul piano storico universale del sesso femminile. L’uomo prese nelle mani anche il timone della casa, la donna fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e semplice strumento per produrre figli. 

Ma come è possibile affermare che la donna sia stata a un tempo artefice attiva del cambiamento e fautrice della sua stessa sconfitta riguardo alla centralità sociale?

Il miglioramento delle condizioni tecniche, ambientali e produttive aveva evidentemente spostato il centro di gravità dell’efficacia sociale dall’appartenenza al clan alla famiglia più o meno estesa; l’accumulo dei beni e la necessità di difenderne il possesso, l’inizio di una produzione tecnologica e gli scambi commerciali attribuivano una centralità inedita al ruolo maschile. La madre passava da un dominio diretto sancito e fondato sul primato del sangue ad un potere affettivo immanente che diventa tutt’uno con l’ambiente domestico ed il possesso sui corpi dei figli. In questo processo perde l’identità di soggetto collettivo (la gens) per assumere un ruolo di potere funzionale oggettivo, più individualizzato, ma di fatto ancora alienato rispetto al sociale.

Per sottrarsi al sequestro di appartenenza esclusiva al clan di origine, e nell’intento di sfuggire agli effetti di perpetuazione del dominio primario, la donna è costretta ad eleggere un sostituto in fase secondaria di questa relazione nella figura del marito: un oggetto affettivo, il ma-rito, che essa possiede per scelta e influenza affettiva, ma proprio per questo motivo anche simulacro del fantasma della stessa madre, dal momento che su di esso la donna non può che proiettare la medesima natura della relazione (quella possibile, di cui è capace, non una ideale) che c’è stata tra lei, figlia, e la madre.

La storicità dell’affetto con la madre è per la donna l’unità di misura obbligata che definisce la qualità del rapporto d’amore con l’uomo. Il potere sovrabbondante, esclusivo e reclusivo di questo rapporto ostacola l’emergere dell’individualità femminile alla soglia del protagonismo civile e ne scinde insopportabilmente la natura tra influenza fisio-affettiva e subordinazione sociale. Nel suo divenire soggetto, la donna sconta una difficoltà oggettiva a differenziarsi dall’identità omosessuale con la madre, a meno che, a partire da questa consapevolezza, non intervengano strategie precise a confortare e sostenere il processo di maturazione.

Alla donna-madre è sempre toccata la sorte di un difetto di individuazione: o società-madre oppure madre-famiglia; mai madre ed anche donna come soggetto sociale!

Il potere che compete alla madre è tuttavia fuori discussione e prescinde dalla forma di individuazione di ruolo formale perché le deriva direttamente dalla facoltà fisiologica di procreare: l’imprinting del parto sancisce comunque il potere di influenza sul destino dei nati e del mondo intero frainteso come creato. Ciò che è in gioco è il grado di alienazione tra la rappresentazione di questo potere sul piano divino piuttosto che su quello consapevole e sociale.

Il potere d’influenza della sessualità femminile nella società ellenica non era tuttavia ignoto agli stessi greci. Aristofane già nel 411 a.C. satireggia Euripide per la sua misoginia e propone la centralità della questione femminile nelle commedie Lisistrata, Le Tesmoforiazuse (La festa delle donne) e le Ecclesiazuse (Le donne a Parlamento). Non solo Aristofane dimostra che l’emancipazione sessuale è stata comunque una eventualità attuale nella cultura greca, ma con intuizione psicologica, coglie il nesso fondamentale tra sesso e guerra. Comprende il potere motivante all’aggressività distruttiva, come alla pace, che il desiderio femminile o la sua negazione provoca nella fenomenologia del destino, nella forma di eventi della storia.

Il potere immanente della donna, della sua sessualità, è il grande enigma della storia. La scarsa differenziazione dell’individualità soggettiva femminile è tale da confondere ogni percezione tra causa ed effetto, tra affetto ed effetto nei fatti, tra motivo ed emotivo, tra desiderio e godimento, tra chi è il mandante e chi invece è il motivato nel gioco dialettico della differenza sessuale che è tutta la commedia umana.

Il problema che si è imposto nel lungo processo di emancipazione della donna (di pari passo a quello dell’umanità) è, come si cercherà di argomentare, la questione di individualizzazione della donna dai due principali fattori che tendono ad indifferenziarla in modo strutturale: l’appartenenza di identità omosessuale al corpo della madre (identità per origine e per sesso) e l’esproprio del corpo decisionale, che si attua come controllo, sulla riproduzione sessuale che, a sua volta, diviene metafora della produzione economica e sociale. Il problema dell’emancipazione della donna a partire da un più completo sviluppo dell’individualità personale oltreché sessuale è ancora oggi la questione risolutiva del processo di adattamento evolutivo del  genere umano.

Il primo superamento del matriarcato, avvenuto in Grecia nell’età eroica, ha indubbiamente posto le condizioni per il fiorire della civiltà sociale, delle arti, della politica, della cultura e del commercio, attraverso la pluralità del protagonismo dei soggetti, in contrapposizione evidente con la condizione regressiva dell’unicità e dell’indifferenziato nel privato famigliare. Grazie alla risoluzione dell’appartenenza primaria nella molteplicità delle relazioni sociali, lo sviluppo umano ha conosciuto in quella fase una espansione formidabile della coscienza; un evento straordinario, unico e irripetibile. Tuttavia sia Engels che Marx sono concordi nel constatare la mancanza di una pari emancipazione della dignità femminile nel ruolo pubblico, fino a delineare sulla condizione della donna il paradigma dello sfruttamento capitalista.

La condizione sociale della donna, la sua definizione come entità fine anche a se stessa (non solo nei termini di un corpo tara e contenitore capace solo di far figli ed emotivamente di vivere per e attraverso di essi) è atrofizzata, paragonabile alla condizione dello schiavo. Al tempo stesso, la sua onnipotenza affettiva nella funzione di fattrice le conferisce un potere simile a quello del tiranno: potente ma incapace di soddisfazione affettiva, quindi privo di equità e giustizia. Giovenale nelle Satire[5], scritte intorno all’anno 100, parla di questa natura femminile: 

«Crocifiggi quello schiavo!» «Che ha fatto di tremendo per meritare un simile supplizio? Chi l’ha visto? Chi accusa? Ascolta, quando ne va la vita d’un uomo, nessuna esitazione è mai di troppo!» «Sciocco, è forse un uomo uno schiavo? E va bene, non ha fatto un bel nulla. Ma io voglio questa morte, te l’ordino; la mia volontà ti sia l’unica causale.»

Così [la donna] regna sull’uomo. 

Oltre la misoginia fustigatrice di Giovenale, è vero che la donna è insieme il tiranno e lo schiavo; assomma entrambe le figure, è lei stessa l’antinomia; vive alienata e scissa in questi due poli, incapace di possedere una terra di mezzo, cioè l’estensione sociale di sé come soggetto. La rappresentazione del potere sessuale della donna rimane dunque intrinseco, non ha una ragione, anche perché è impresentabile al giudizio esplicito della coscienza, per il fatto che è implicitamente crudele. Non è un caso che qui si parli di crocifissione; siamo ai prodromi dell’avvento cristiano sulla scena del potere. Le esigenze violente di una natura alienata non possono trovare ragione nella legge (se non in quella del tiranno sanguinario): queste inconfessabili istanze si rappresentano come religione, cioè alla stregua di un volere divino, che solo in quanto preteso superiore all’umano (in realtà, l’istanza è animale) esige il sacrificio dell’uomo!

L’ingiustizia e il discorso rituale del sangue nel massacro denotano le fasi di regressione al gruppo primordiale. L’ipotesi attuale è che il matriarcato, non più proponibile nella modalità matrilineare delle origini, ma piuttosto nella forma del dominio caratterizzato dall’appartenenza obbligata all’unico corpo sociale, sia comunque tornato ad essere prevalente modello storico con il tardo impero di Roma, l’avvento del cristianesimo, l’enorme regressione della civiltà sociale nel privato e la forte diminuzione della produzione culturale (in rapporto all’epoca classica greca e latina) del Medioevo. Fino a quando, poi, nell’epoca laica dell’espansione rinascimentale, i prìncipi e i mecenati costituirono di nuovo un valido contrappunto (sessuale e sociale) al matriarcato imperante della chiesa.

 

L’imene eucaristico 

Il matriarcato è ciò che, di fatto, connota questa cultura degli affetti familiari rappresentata sul modello della sacra famiglia. Nella religione cristiana – che delinea in tutta la sua estensione teologica la psicologia della madre – la centralità del matriarcato è rappresentata simbolicamente in tre modi:

  1. a) dallo spirito santo che dà il senso ad ogni relazione tra il padre ed il figliolo;
  2. b) con il dogma dell’unicità e trinità di dio; il tre, infatti, simboleggia la composizione del logos famigliare che ritrova nella madre fonte e ispirazione unica e totale;
  3. c) nell’ossessione ginocentrica della madonna e del mito della ricostruzione dell’integrità verginale, ossia della negazione d’ogni sviluppo della sessualità e dell’autonomia dei figli, a partire dall’atto di dolore inaugurato con il trauma del parto che pesa su ciascuno come debito e peccato originale (sono anche celebrazioni della verginità dell’imene l’ostensione dell’ostia e del sangue idealmente contenuto, come pure la posizione giunta delle mani con o senza il riferimento ai flussi stigmatici).

Il rito dell’eucaristia nell’accezione cristiana si afferma nel processo di ribaltamento della centralità della figura del padre a favore della sessualità materna: nella tradizione ebraica l’oggetto di transazione simbolica era rappresentato dal pane-pene da spezzare e distribuire come pasto totemico e come ripartizione che i figli celebravano intorno al corpo del padre, secondo l’interpretazione freudiana del Mosé.

Passando per l’equivalenza di pani e pesci, si giunge fino alla completa sostituzione del significante della centralità sessuale paterna con quella femminile, con l’ostensione dell’ostia nella forma dell’integrità dell’imene e del sangue in essa idealmente contenuto. Esibizione ed eritrofobia connotano il rito di reintegrazione della verginità e della rimozione dell’atto sessuale come evento necessario a procreare.

 Dal pane all’ostia, dal pene all’imene: fuor di metafora, ecco il mistero dell’eucaristia!

L’insistenza sul riferimento al corpo e al sangue del figlio dipende dal fatto che la madre fraintende il corpo sessuato del figlio come proprio; dal momento in cui si esautora la sessualità paterna, la sessualità materna rivendica il potere di assommare in sé la differenza sessuale tutta intera, per la ragione evidente che il corpo femminile può generare anche un sesso maschile in quello del proprio figlio. A patto che questi non si emancipi mai dalla placenta di appartenenza per rivendicare un autonomo diritto esistenziale, rimanendo consegnato, fin dalla nascita, ad un esito di morte (valore misterico della sindone).

Attraverso il dogma della transustanziazione si afferma l’equivalenza tra la ferita narcisistica della sessualità femminile ed il martirio nel sangue del corpo del figlio nella proprietà di maschio e di corpo prodotto dalla madre (spirito santo) e a lei appartenente  per compensare ogni mancanza e per negare ogni conseguente bisogno della differenza sessuale.

Il mancato distacco di maturazione dal corpo della madre, la cui presenza è esasperata e preponderante, è anche condizione dell’incesto e del mancato sviluppo di una adeguata identificazione sessuale e sociale. Queste ultime due funzioni d’identificazione pertengono alla figura del padre il cui ruolo rimane subordinato e marginale, quando non assume, come spesso è successo, la funzione violenta della spada, del fallo punitore. Ma anche in questo caso, ricordiamo, non c’è spada o arma in grado di ferire o uccidere che non sia guidata da una mano che l’impugna. La mano solo apparentemente è indifesa. Mano e spada rappresentano la differenza sessuale tra chi è il fallo e chi in realtà lo gestisce. Il fallo deriva dall’oggetto di attraenza ogni suo (e)motivo all’azione.

Nel modello affettivo cristiano non c’è rappresentazione iconografica del padre (ènei cieli). In questo risiede la diversificazione del matriarcato ginocratico cristiano rispetto alla tradizione ebraica. La religione di Davide è basata sul culto dei padri e sul bisogno di emancipazione dal corpo di appartenenza primario. Tale bisogno è espresso nei miti di inglobamento (Giona nella pancia della balena), di disparità (Davide e Golia), di superamento del sacrificio del figlio (nel mito di Isacco, anziché morte, monito di obbedienza attraverso l’equivalenza circoncisione-castrazione), di garanzia della legge sul ruolo del possesso materno (Salomone e le due madri che si disputano un bambino).

L’equivalenza dio-madre è la costante nelle religioni monoteiste. È l’evidenza più rimossa, in quanto la madre si rappresenta nella forma soggettiva come debole e vulnerabile, ma nella sua immanenza oggettiva e fisio-affettiva è onnipotente e divina. La suggestione riesce a patto che di ciò non si parli; che la natura materiale del suo potere sia celata nel mistero dell’innominato, dell’impronunziabile, dell’immaterico, al di fuori, in ogni caso, del controllo che gli umani attuano sul reale attraverso la rappresentazione simbolica del linguaggio. Il dio ebraico è il primo soggetto che motiva, fuori scena, la prova di obbedienza di Abramo sul corpo di Isacco. Tuttavia prevale il senso simbolico della norma e non l’evento consumato nel sangue.

 

 

La creazione, apparato sessuale di comando

 

Rachel Herweg nel saggio “La yidishe mame” precisa, già in copertina, nell’estensione del titolo, che si tratta della “Storia di un matriarcato occulto, ma non troppo, da Isacco a Philip Roth”. Nel testo si dice, tra l’altro[6]:

 

La vicinanza produttiva fra Dio e la donna-madre trova espressione nella parola ebraica indicante l’utero, ‘rechem’, da cui derivano l’ebraico rachum, che nella Bibbia indica una qualità essenziale di Dio, la sua ‘misericordia amorosa’, e l’ebraico ha-Rachaman che, nell’interpretazione rabbinica, costituisce uno dei nomi di Dio, il ‘sommamente misericordioso.

 

La natura religiosa dell’indagine conoscitiva fa sì che questa identità, per quanto palese, rimanga ai bordi della coscienza razionale, appena dissimulata dal solito umorismo ebraico insieme elusivo e dissacrante:

 

Dio non può essere dappertutto, per questo ha creato le mamme

 

L’autrice  cita questo antico proverbio nella premessa al suo libro. Non è tuttavia lecito asserire l’identità tra la funzione materna e l’idea di dio nelle religioni monoteiste senza entrare in conflitto con il potere suggestivo su cui reggono il loro secolare dominio sullo spirito. In quanto espressione del dettato affettivo sul sociale, le religioni incontrano nel dogma divino il limite conoscitivo della coscienza, riservandosi l’efficacia prescrittiva dell’influenza sul soggetto umano e sugli accadimenti del destino.

La religione è apparato sessuale di comando basato sul primato della creazione, cioè del parto.

Dopo la riduzione dell’idea di dio al concetto di interpretazione umana della natura descritta da Feuerbach, è la psicoanalisi a mutuare dalla cultura ebraica laicizzata il superamento dell’idea di dio in termini di una esegesi razionalista. Tuttavia né la natura come madre oggettivata né il genitore idealizzato nel super-io sciolgono ancora il nodo dell’origine umana e sessuale di dio: manca una lettura che superi l’aporia tra maschile e femminile. L’enigma si farà beffe della ragione finché non sarà palese a tutti che l’idea di dio si fonda proprio sulla caratteristica di assenza della ragione che è propria dell’infante, cioè dell’oggetto (non ancora soggetto) creato. Lo spirito della donna-madre estende il suo potere sui corpi e sulle menti al di là della differenza di genere, sotto forma di suggestione inconscia ed emotiva rimanendo inafferrabile al soggetto.

Dio è l’influenza della funzione materna sul reale: né corpo né sesso, ma ogni corpo e ogni sesso. Spirito santo per i cristiani. È un dio onnipotente, ma alienato a se stesso ed alienante al pari del ruolo di donna rispetto a quello di madre.

A questo dettato sono stati offerti innumerevoli tributi di sangue nella storia. La teologia della creazione nega ogni altro potere affettivo, soprattutto quello differenziante ed emancipatorio del ruolo del padre che, in quanto Altro rispetto all’origine, restituisce spessore ed autonomia ai figli sulla strada della costituzione del soggetto.

L’inconscio, sebbene astorico e immutabile perché ascritto alla neurofisiologia umana (immutata nell’evoluzione dei mammiferi), è ben più democratico del dettato teologico poiché si sostanzia del contributo di ciascuno; è il discorso dell’Altro, secondo Lacan, nel rispecchiamento affettivo del fra-intendersi proprio del linguaggio della vita; non è solo il discorso della madre, la quale vorrebbe imporre a tutti il proprio, sotto dittatura, contrastando e sostituendosi allo sviluppo della soggettività degli esseri umani (di questi ultimi essa accetta solo lo statuto di figli negandone ogni sovranità nell’autonomia). In quanto entità affettiva ciascuno è capace di interagire in modo non indifferente né indifferenziato con le dimensioni del reale. L’emancipazione supera e risolve nel rapporto attuale e nel sociale la pretesa assoluta dell’appartenenza primaria.

La proprietà privata e l’egoismo del possesso, come incapacità di scambio equo e solidale nella relazione economico-pulsionale con l’altro, origina la sua struttura genetica nel possesso primario della madre. Siamo rapaci nella misura in cui restiamo schiavi di tale possessione.

È in ogni caso la legge del simbolico che determina il superamento del regno della carne e del sangue. Nel racconto di re Salomone[7] si dà la definizione di quale sia la buona madre:

 

Date il bambino vivo alla prima [delle due presunte madri], quella che ha detto: non uccidetelo. Quella è sua madre.

 

Il giudizio è espresso dal rappresentante della figura paterna, l’unica capace di dissequestrare i figli dal possesso indifferenziato dell’identità materna tramite il processo di identificazione e del suo potere soggettivante e socializzante.

 

 C’era una volta, il regno del sangue

 

La differenza con la rappresentazione ginocratica cristiana, che trascina il godimento del possesso nell’apoteosi del martirio del figlio, sta proprio sulla maggiore ascendenza che il potere socializzante del padre assume nel modello ebraico socio-famigliare: la relazione sociale tramuta in legge, nell’ordine del simbolico,  l’origine del debito di sangue contratto nel parto come sofferenza della madre, che è sul registro della carne. Il prevalere del matriarcato in varie fasi della storia reintroduce il primato del sangue su quello della legge, che è del padre.

Ciò che tradisce la natura matriarcale nella forma sociale del dominio non è il genere sessualizzato del corpo imperante, sia esso re, papa, divinità o padrone, quanto piuttosto la caratteristica di unicità e di esclusività che connota, per realtà fisiologica, il primato materno. Gli stilemi dell’appartenenza all’indifferenziato, al corpo unico, denotano senza possibilità di equivoco il modello matriarcale che si oppone al modello democratico espressione della pluralità e della convivenza, senza riduzioni, delle differenze. Mondiale, monastico, monoteista, monarchico… sono rimandi lessicali all’unità ginocratica femminile.

Il corpo del re, per esempio, non può che essere nudo come quello di un infante che deve la legittimazione del suo ruolo al fatto di essere nato per regnare di diritto e per sangue: spicca il messaggio eutocico della corona sulla testa per segnalare la scena del parto di un predestinato. Il re è lo scettro; la madre, che sia nell’ombra o meno, è ilcerchiaggio da cui egli è nato; il ruolo di dominio gli è conferito per diritto di sangue, divino e matriarcale. Il cerchio della corona e lo scettro sono i segni visibili di un governo che è metafora della ginocrazia sessuale.

Il nostro autore[8], genitore di Pinocchio, in quanto ai natali, mette subito le cose in chiaro: egli è un democratico repubblicano per cui si affretta ad informarne i suoi lettori:

 

C’era una volta…

Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

 

La genialità del messaggio letterario di Collodi dichiara le intenzioni emancipatorie fin dall’esordio: non si tratta della storia di un lignaggio, ma di una materia molto più popolare ed egualitaria: si tratta di un ottimo legnaggio! All’origine c’è un pezzo di legno; non uno scettro, ma pur sempre un fallo. È così che l’autore si accinge a demolire l’impalcatura suggestiva del dominio matriarcale ad iniziare dall’identità di significato tra redenzione del corpo dal legno e risorgimento come riscatto della libertà contro l’oppressione e contro il mandante di ogni principio di divisione tra i fratelli d’Italia: lo Stato papalino della madre chiesa. Non a caso il ciclo cavalleresco dell’indipendenza nazionale può ritenersi compiuto con l’atto di matricidio culminato con la breccia di Porta Pia. Nella retorica irredentista la giovane patria si costituisce, nel travaglio di un parto non desiderato, dalle mura di cinta della città delle origini[9].

Nella morale cristiana, la madre, in quanto spirito, governa nel nome del padre e del figlio. Nella realtà l’amore tra padre e figli è spesso assente, il genitore maschio è putativo, in ogni caso subordinato al ruolo effettivo della madre. Non ancora della moglie compagna, ma della Madre del giardino terrestre: la madre delle rispettive famiglie d’origine. Insomma il dio creatore e padrone di tutte le cose. L’aggettivazione al maschile non tragga in inganno. San Giuseppe è un pallido padre: come potrebbe avanzare proprietà di ruolo quando non può possedere la donna ancora schiava della sua appartenenza d’origine allo spirito santo?

 

 Il veleno allo specchio

 

Neanche la donna nella giovane coppia ha proprietà di ruolo: è prigioniera nella turris eburnea; nessun cavaliere ha ancora sconfitto il drago o la bestia che la incatena, nessun principe ha ancora risvegliato la fanciulla dal letargo dei cento anni nella sua reggia di famiglia da quando la prima goccia di sangue ne rese evidente la disponibilità a procreare.

Le favole, tuttavia, per il fatto che nascono da una spontaneità non riverente[10], hanno una morale ben più avanzata di quella cristiana, prospettando simbolicamente una elaborazione avventurosa e almeno una soluzione fantastica (…vissero felici e contenti) a questo problema del distacco-maturazione dalla famiglia d’origine; distacco che la morale cristiana non prevede. La realtà invece la impone; basti pensare alle fughe d’amore o al rito del rapimento prima del matrimonio riparatore (retaggio dell’antico ratto delle donne[11]) per capire come il trauma del distacco sia necessario alla nuova coppia in formazione, ai novelli Eva ed Adamo che comunque pagheranno a lungo il fio di questo peccato con una maternità sofferente e con la schiavitù del lavoro non creativo.

La sacra famiglia si riproduce alienata, sul modello dell’unità placentare realizzando il ciclo di minaccia, punizione e colpa. L’emancipazione, in particolare quella femminile verso il ruolo di procreatrice che la rende simile a dio madre, è vista come il peccato nella morale cristiana. La cacciata dal paradiso terrestre (lo stato di dipendenza famigliare) simboleggia il distacco traumatico dalla famiglia di origine in stretta relazione al cambio generazionale resosi attuale dalla disposizione fisiologica a procreare nella giovane donna.

L’attitudine divina di poter dare la vita coincide con la maturazione sessuale del corpo della donna ed è rappresentata dal frutto (la mela) maturo per essere colto dall’albero; tale evenienza non è secondaria nell’economia famigliare degli affetti: segna l’irreparabile rottura dell’unità domestica e rende di colpo obsoleta la centralità materna. Il dono di natura che predilige la donna diviene la maggiore sciagura del regno poiché apre il conflitto di generazione con l’oggettiva detenzione del potere da parte della matriarca. Il potere affettivo sui corpi le compete in via esclusiva proprio in virtù del fatto di avere generato (dio creatore). La figlia ne è ancora ignara ma è subito in forte difficoltà, subisce l’onta di una ostilità presentata come colpa e proferita nella maledizione.

Maledetta sessualità! Ma qual è la ragione di tanto peccato?

Il simbolismo della mela resta presente nei miti come significante della bellezza, ma anche della velenosa invidia e della sessualità femminile.

Il processo di avvicendamento o di accettazione nella condizione sociale di adulte per le giovani donne è in ogni tempo arduo e complesso.

 

 Concepire l’obbedienza

 

Sono riti antropologici del cambiamento del ruolo generazionale tra figlia e madre (e quindi anche procedure di preparazione alla fecondità) i cerimoniali di iniziazione al clan femminile come l’usanza dell’infibulazione: la mutilazione è il prezzo che il potere sessuale nascente della giovane paga alle detentrici dell’ordine generazionale costituito, al quale dovrebbe subentrare; previene e sostituisce la colpa di accedere all’onnipotenza del ruolo creatore, si tratta pertanto di un iter di composizione del conflitto tra donne di opposte generazioni.

Vi sono riti di esorcismo contro l’aggressività materna come il bruciare la vecchia dopo l’epifania: in questo caso si intende favorire l’avvento alla fecondazione nel corpo della figlia che, nel ciclo biologico delle stagioni, dovrebbe cadere nel mese di aprile (lo scherzo del pesce d’aprile cela in realtà l’insospettabile allusione alla possibilità concreta per la giovane di restare feconda), nove mesi dopo, infatti, si usa festeggiare la nascita, evento che oggi collima con le festività natalizie; la sovrapposizione del significato religioso cristiano al senso pagano non può cancellare il valore delle consuetudini antiche per cui, l’esemplificazione liturgica della nascita dei figli veniva a coincidere con il periodo invernale, quando la donna era libera dalle incombenze del lavoro nei campi.      

È ancora rito del cambiamento l’uccisione rituale del toro nella corrida; l’usanza della tauromachia ha lo scopo di evidenziare come la violenza più temuta possa essere ridotta, con arte rischiosa e in modo cruento, a omaggio ludico che esorcizza la paura con l’annientamento del corpo che si presume detenga il primato della forza. La morte della grande bestia simboleggia e precede il passaggio dalla vecchia generazione alla nuova; così è per la modalità quasi liturgica della mattanza del tonno in Sicilia, ed altri simili dove l’oggetto totemico viene ritualizzato in un atto di convergenza della morte nella festa.

Là dove il ricambio generazionale viene negato si assiste ad una distorsione del tempo come nella favola La Bella addormentata. Fermare il tempo per esorcizzare il cambiamento. Oggi il fantasma di moda è ottenere la fecondazione in modo artificiale pur di negare l’avvicendamento, saltando il passaggio attraverso una relazione eterosessuale matura. Il potere della maternità viene offerto alla figlia come surrogato della dipendenza e non come conseguenza della sua emancipazione. Come dire che lamonarca può distruggere il regno per non dare alla figlia il riconoscimento al diritto di un completo ruolo sessuale.

Tale pretesa è de-generazione. Sempre il difetto di emancipazione della figlia ed ogni odiosa ingerenza sul suo corpo come esproprio della proprietà sessuale hanno origine nel dettato di chi già detiene, nei fatti, il potere di procreare. Sulla base di questa proprietà la madre estende la presunzione di dominio sull’intero gregge dei creati; indice il numero chiuso nella lista delle donne figlie che possono essere madri, sulla base di criteri di affiliazione, che escludono la ribelle nell’emarginazione e la più inconsapevole e credente, nella clausura; trattiene per sé, in qualità di ostaggio sull’altare divino, un numero di eletti o chiamati dal signore, il cui divieto al sesso e la sottomissione, ne fanno i depositari della sua religione.

Il controllo delle libertà sociali, tra le quali anche l’oppressione sociale della donna, hanno come obiettivo la regolazione economica del processo di individualizzazione e di autonomia dei figli, e hanno come mandante la propensione al dominio sul tempo, sulle relazioni e sui corpi ad opera del soggetto collettivo materno (le Signore).

Così il profeta Osea minaccia di infertilità il popolo di Israele, che egli accusa di essersi allontanato dalla sottomissione al dio creatore: 

Non più nascite, né gravidanze, né concepimenti!… Dà loro, Signore, ciò che puoi dargli, dà loro un grembo infecondo e un seno arido! Il mio Dio li rigetterà perché non gli hanno obbedito.

                                                                                                       (Osea 9, 11-17) 

 

[1] Hanno lo stesso significato sessuale le stimmate dei santi nella iconografia liturgica ancora attuale.

[2] Robert Graves; I Miti Greci, Longanesi & C., Mi, 1996, pp. 5, 9.

[3] Johann J. Bachofen in Friedrich Engels; L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, Ed. Riuniti, Roma, 1993, p. 38.

[4] F. Engels; L’origine della famiglia della proprietà privata  e dello Stato, Ed. Riuniti, Roma, 1993, pp. 80-84.

[5] Giovenale; Contro le donne, Tascabili Economici Newton, Roma, 1993, pp. 48-51.

[6] Rachel Monika Herweg; La yidishe mame, ECIG ed., 1996, Genova, p. 79.

[7] R. M. Herweg; Op. cit., p. 47.

[8] Carlo Collodi; Le Avventure di Pinocchio, La Biblioteca ideale Tascabile junior, Editoriale Opportunity Book s.r.l., Mi, 1995, p. 5.

[9] La chiesa non perdonerà l’affronto matricida e scatenerà le ire sanfediste dell’ignoranza popolare fino a che l’opportunismo narcisista del fascismo non restituirà il ruolo di figlio devoto allo Stato e un ruolo di centralità fallica alla teopolitica cattolica, anche nei decenni a seguire. La violenza addotta fu comunque offesa troppo grande. L’inconscio popolare produrrà conseguenze differite nel tempo con effetti metonimici di riparazione alla ferita sessuale nel corpo della madre: le stimmate di sangue nei frequenti miracoli e lo stesso culto di Padre Pio, diffuso in tutto il meridione, possono essere considerati moti reattivi dell’offesa subita a Porta Pia.

[10] Tra favola, mito e religione c’è la stessa differenza che intercorre tra il sogno, l’immaginario e la prescrizione. Favola e mito sono motivati da una apparente logica di distacco dalla realtà materiale e finiscono per approdare alla più pura essenza metaforizzata della realtà stessa; l’elaborazione è libera, prescinde dalle resistenze del pensiero razionale, e come tale risponde ad una funzione propedeutica e lenitiva. La religione ha finalità profonde di proibizione e di controllo, contestualizza in ambiti ritenuti leciti lo sviluppo delle istanze della ragione. 

[11]Nel ratto delle donne, del resto, affiora già qui una traccia del passaggio alla monogamia per lo meno nella forma di matrimonio di coppia”.

  1. Engels; Op. cit., p. 38.

 

Fonte: http://www.arte-e-psiche.com/Pubblicazioni/pinocchio/1.htm

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