Hyle. Breve storia della materia increata

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Si è a lungo letta la storia della filosofia, dopo Marx ed Engels, come la storia della lotta tra idealismo e materialismo. Un topos, e forse un dogma, del pensiero contemporaneo. Ernst Bloch, però, nel suo Avicenna und die Aristotelische Linke (1952) aveva delineato un’altra storia della filosofia occidentale, che ben prima della “sinistra hegeliana”, per il tramite di una “sinistra aristotelica” (e in particolare delle correnti “arabizzate” dell’aristotelismo medievale), considerava l’ente primo come materia prima. E’ forse proprio a partire da questa provocazione ermeneutica che l’autore di Hyle. Breve storia della materia increata (Rubbettino, Collana Università, 2023, 134 pp.) muove per rileggere l’itinerario del pensiero antico-medievale e raccontare le (dis)avventure del materialismo.

 

A differenza che in Bloch, però, Hyle non si limita a circoscrivere questa genealogia filosofica agli interpreti arabi dell’aristotelismo (in particolare Avicebron e Avicenna), bensì a suggerire già in Aristotele il principio di questa tendenza. Lo Stagirita, infatti, per primo introdusse sistematicamente l’uso dell’espressione hyle (materia) nel lessico filosofico occidentale. Si tratta di un concetto malfamato: in tutte le tradizioni filosofiche e religiose dominanti lo spirito occupa un posto privilegiato rispetto alla materia, l’anima rispetto al corpo, e Dio rispetto al mondo; insomma: il Creatore precede il creato.

 

Eppure, tale predominio del non-corporeo sul corporeo, all’interno dei sistemi metafisici e teologici, fu guadagnato con un faticoso sforzo teoretico. In fondo, perché lo spirito deve precedere la materia, l’anima dominare il corpo, e Dio creare il mondo? Lo storico della teologia Christoph Markschies ha mostrato come prodotti peculiari della tradizione cristiana antica sia il camuffamento metaforico dei passi biblici relativi alla corporeità divina, in particolare attraverso la scuola giudeo-ellenistica di Alessandria, sia la predominanza della tradizione platonica su quella aristotelica.

 

Hyle (ri)percorre l’itinerario di quest’ultima operazione culturale, con particolare attenzione alla letteratura dei Padri, impegnata nella “platonizzazione” del pensiero cristiano e nella squalifica (ontologica e morale assieme) della nozione di materia: “già la Patristica e la Scolastica – sostiene Ragnolini – ci hanno fornito ampie testimonianze di questo orientamento materiofobico, così radicato nell’ontologia e teologia occidentale da poterne tracciare una parabola filosofica” (p. 117).

 

Dichiarare che il mondo, o la materia stessa che lo compone, non provengono da Dio, significava dichiarare guerra alla sovranità di Dio su ogni cosa. È questa la polemica di Agostino contro gli gnostici, di Teofilo e Tertulliano contro i “materiariihaeretici” come Ermogene (AdversusHerm., XXIV, 2), di Origene contro “coloro che credono la materia increata” (Comm. Gv., I, 18, 103), di Basilio di Cesarea contro i “falsificatori della verità” (Omel., II, 2).

 

Insomma, sconfiggere la credenza in una materia increata diventava, nel mondo tardo-antico, una delle prerogative del cristianesimo. Perché la sapienza pagana era ancora prigioniera delle concezioni ilozoiste (cioè delle materie prime) del pensiero greco, degli “elementi del mondo” da cui Paolo esortava a liberarsi (Col: 2,8). L’intera filosofia anteriore a Socrate è segnata dal problema della materia prima, ma questa aveva molti nomi; almeno fino ad Aristotele. Con lo Stagirita la hyle diventerà una questione fondamentale della fisica e della metafisica. E, finalmente, quell’oscuro arché originario, che era chiamato dalle protogonie dei presocratici in varia misura Caos, acqua, Uovo, terra, aria, ecc., aveva finalmente un unico nome.

 

Persino la sostanza dell’anima, che era tradizionalmente considerata da Platone «per nulla un corpo», Aristotele – secondo la testimonianza sconcertata di Agostino – «la definì il quinto corpo» (De civ. dei, 22, 11), dopo terra, acqua, aria, cielo. Ma l’esito della marginalizzazione platonico-cristiana della materia (e del corpo) non condusse alla rimozione del problema.

 

Aveva forse torto Marx, nella sua dissertazione giovanile, ad allineare stoicismo e Destra hegeliana contro l’epicureismo: l’affermazione dell’incorporealismo platonico significava anche una “vittoria” sullo stesso stoicismo, che della divinità aveva affermato la necessaria natura corporea dell’ente divino (non potendo esistere nulla al di fuori di esso).

 

Anzi, attraverso il resoconto di Hyle è possibile delineare un filone di pensiero clandestino e sincretico, che muoveva dal presupposto dell’eternità della materia: “sappiamo che filosofi di tradizione diversa, come gli stoici Diogene di Babilonia e Panezio di Rodi, assieme a Boeto di Sidone e Critolao di Faselide, avevano abbracciato la dottrina dell’eternità del mondo (ovvero dell’eternità della hyle) abbandonando la teoria della conflagrazione universale” (p. 91). E contro questa dottrina, “si schierarono la maggioranza dei filosofi tardo-antichi e basso-medioevali che, in modo più o meno sporadico, con approccio più o meno sistematico, e non senza difficoltà, rigettarono tali dottrine per formulare l’idea di una sostanza – si vedrà con San Tommaso – immune dalla hyle” (ibid.).

 

Uno dei “protagonisti” di Hyle fu uno sconfitto della Scolastica ufficiale, David di Dinant (XII sec. – 1217?), di cui ci rimangono una manciata di fragmenta e parole poco lusinghiere di Tommaso d’Aquino e del maestro Alberto Magno. Proprio l’aristotelismo eterodosso del magister belga fece scatenare dapprima la condanna alla distruzione delle sue opere nel 1210 e, in seguito, la condanna per decreto dei “libri Aristotelis”, con il divieto di insegnare opere naturali e metafisiche dello Stagirita presso l’Università di Parigi.

 

Certo, alla proscrizione si aggiunsero anche sofisticati tentativi filosofici di arginare le implicazioni più eterodosse dell’aristotelismo: la materia fu ridotta a mera potenzialità, a un non-ente, a puro nulla. Dio era sì un dator formarum, cioè il demiurgo che trasforma il caos in cosmo, ma a un certo punto ci si accorse che non doveva nemmeno aver bisogno di alcun ente eterno per dar forma alle cose: accanto a Dio, insomma, non doveva esistere nulla.

 

Tra il mondo antico e quello medievale, Hyle ricerca un filo di Arianna nell’incontro/scontro tra cultura classica e cultura cristiana, indicando proprio nel problema della materia increata un suo tema centrale.

 

Sconfitti gli “eretici materiari”, dovevano essere sconfitti i loro epigoni medievali e moderni. E quando, ancora in pieno Novecento, toccò a Heisenberg negare ogni consistenza ontologica alla hyle, allo scienziato non riuscì tuttavia a liberarsi appieno del problema. Perché ogni cosa che esiste, come rammentava Theodor W. Adorno nelle sue lezioni su Aristotele (1965), doveva esistere in un sostrato iletico, cioè nella materia. Con o senza Dio.

 

Ne emerge un ritratto radicale dello Stagirita, che ha rappresentato nel tempo “una tipologia di approccio speculativo capace di ispirare, in lungo e in largo, linee direttrici di eresie e riforme filosofiche nella civiltà cristiana ed araba” (p. 116).

Hyle. Breve storia della materia increata - Davide Ragnolini - Libro -  Rubbettino - Università | IBS

 

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