Lo spirito, le cose e le informazioni

Note sulla società della disinformazione a partire da  alcune riflessioni di Byung-Chul Han (Le  non-cose, 2022). Han, l’idealismo tedesco e la pedagogia neoliberale.

 

Il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han ha prodotto, in vari suoi saggi, una riflessione al tempo stesso pregevole e chiara sui caratteri dell’ordine digitale subentrato all’ordine terreno caratterizzato dalla stabilità e dall’abitabilità.

Nel suo Le non-cose, in particolare, Han mostra come, nel passaggio in atto dalla centralità delle cose alla centralità delle informazioni, e quindi dall’ordine terreno a quello digitale (passaggio che costituisce l’essenza della rivoluzione digitale), insieme alle cose sia andato progressivamente perduto l’ancoraggio dell’uomo alla realtà, rappresentato proprio dalle cose in quanto esse costituiscono, diversamente dalle informazioni (le non-cose), riferimenti stabili e dunque affidabili.

Il mondo è costituito da cose in forma di oggetti. La parola oggetto viene dal latino obicere, che significa opporre, contrapporre, obiettare. In essa è insita la negatività della resistenza. Originariamente, l’oggetto è qualcosa che mi oppone resistenza, mi si contrappone e mi resiste. Gli oggetti digitali non possiedono la negatività dell’obicere. Non li percepisco in quanto resistenza. Lo smartphone è smart poiché sottrae ogni carattere riottoso alla realtà. Basta la sua superficie liscia a trasmettere un senso di resistenza assente. Sul suo levigatissimo touch screen ogni cosa appare docile e gradevole. Con un click e un colpo di polpastrello tutto diventa disponibile, a portata di mano. Con la sua superficie liscia, esso funge da pietruzza antistress digitale che ci strappa costantemente un mi piace. I media digitali riescono a superare con successo ogni resistenza spazio-temporale, ma è proprio la negatività della resistenza a essere costitutiva dell’esistenza autentica. L’assenza digitale di resistenze e l’ambiente smart portano a una carenza di mondo e di esperienze”. (Byung-Chul Han, Le non-cose, Einaudi p. 31)

Nella negatività della resistenza opposta dall’oggetto si può cogliere un richiamo, da parte di Han,  all’idealismo tedesco nel suo significato di fondo. La corrente filosofica che innalzò lo Spirito al di sopra della materia riconobbe tuttavia a quest’ultima un ruolo importante, perché dialettico. L’ostacolo (e cioè il negativo – la Natura – la materia – gli oggetti) viene riconosciuto come essenziale per accrescere la consapevolezza del soggetto. Senza l’urto del negativo il processo dialettico, intrinsecamente migliorativo, non si metterebbe in movimento: “La natura del nostro spirito è tale, che ogni dire esige un contraddire, ogni tesi suscita un’antitesi (…), come un limite fecondo che fa fermentare gli elementi vivi della tesi, permeandoli di sé.” (G. De Ruggiero, Storia della filosofia, 1968, cit. in Abbagnano-Fornero, Con-filosofare, 2021)

Si è sempre sottolineato come l’Idealismo tedesco abbia rappresentato l’istanza del trionfo dello Spirito sulla materia, del Soggetto sull’oggetto. Certamente si spiegano in quest’ottica certi accenti sprezzanti verso il mondo naturale. Fichte ebbe a dichiarare che la natura, da un punto di vista religioso, è “un puro nulla”; e secondo Hegel la Natura serve a comprendere l’Assoluto meno delle più basse manifestazioni della vita dello Spirito. Forse, però, la riflessione sull’epoca presente ci deve indurre ad osservare che, allo stesso tempo, l’idealismo romantico ha espresso anche un elevato rispetto per le “cose”, nel momento in cui le ha poste come polo dialettico della vita dello Spirito. Ponendo il Non-Io (Natura) come subordinato all’Io (Spirito), e tuttavia ponendolo, lo ha pienamente legittimato nella sua funzione. Così, al di là delle differenze nei singoli sistemi filosofici, nessun filosofo idealista ha mai pensato che l’ostacolo potesse essere aggirato, evitato o dissolto! Proprio questo accade con la nuova realtà digitale acutamente descritta da Han, che “derealizza il mondo informatizzandolo” (op cit, p. 6). L’ordine digitale si fonda sulla sostituzione delle cose con le informazioni; e sulla possibilità di evitare l’Altro, la contrapposizione, l’ostacolo, conducendo in definitiva a una “carenza di mondo e di esperienze” (ivi). È logico. Lo stesso primato del mondo dell’uomo e delle sue manifestazioni, asserito con forza dalla filosofia idealistica, presuppone il mondo delle cose come dato, come pienamente articolato.  L’innalzamento dell’umano al di sopra delle cose e al massimo grado della dignità richiede che le cose siano al loro posto.

Han sottolinea costantemente come le cose costituiscano il necessario terminale dell’esistenza umana. Se le prime vengono depotenziate fino a dissolversi, la seconda non può che incardinarsi sui binari di una libertà illusoria indotta dall’illimitata possibilità di scelta; tutta apparente, perché si tratta di una scelta tra infomi che modellano attraverso uno schermo piatto la percezione della realtà dereificata. Insomma va a finire che proprio l’idealismo romantico, che si è qualificato come antitesi filosofica del materialismo dogmatico, ha tuttavia avuto per le “cose” molto più rispetto di quanto ne abbia il pensiero egemone dell’epoca digitale nella quale siamo immersi. Questa ha, infatti, sostituito alle cose le informazioni, che non sono certo punti fermi dell’esistenza. Non è possibile indugiare presso di esse. Hanno una validità molto limitata. Si fondano sul brivido della sorpresa (…) Oggigiorno, esse richiedono continuamente la nostra attenzione. Lo tsunami delle informazioni getta nell’inquietudine persino il sistema cognitivo. Le informazioni non sono un costrutto stabile: manca loro la saldezza dell’essere. (…) Ormai produciamo e consumiamo più informazioni che cose. C’inebriamo con la comunicazione. Le energie libidiche abbandonano le cose e si lanciano sulle non-cose.  (Byung-Chul Han, op. cit. p. 7)

Fichte ebbe a dichiarare la natura, da un punto di vista religioso, “un puro nulla”; e secondo Hegel la Natura serve a comprendere l’Assoluto meno delle più basse manifestazioni della vita dello Spirito.

Eppure, ammettendo il Non-io (la materia) come antitesi, e dunque come un infinito originario contrapposto e speculare all’Io (lo Spirito), Fichte ne riconobbe la dignità e la necessità. E, di più, l’idealismo ha espresso, con la sua sottolineatura del valore del negativo, una altissima pedagogia. Di contro, la rimozione delle cose rimpiazzate dalle informazioni ne costituisce il completo ribaltamento: non più l’ostacolo da superare perché lo spirito possa ritrovare “un’equazione più alta della propria natura” (De Ruggiero, op cit.), ma la rimozione delle cose e, in ultima analisi, dell’Altro in cambio della promessa emancipatrice a misura dell’io narcisistico dispensata dalla pedagogia neoliberale.

Le non cose, Byung-chul Han. Giulio Einaudi editore - Super ET

Fonte foto: Einaudi editore (da Google)

 

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