Resistenza

Il 25 aprile è il giorno della vittoria sul nemico, è la democrazia sociale che vince sulle forze oscure del nazifascismo alleato e sostenuto dal capitalismo. Nella liturgia annuale si occulta che il sistema capitalistico non è antitetico al nazifascismo, ma quest’ultimo è  parte sostanziale della sua lunga storia. La vittoria dl 25 aprile nel suo eterno ritorno con annesse celebrazioni ritrova il suo senso nell’individuare il nemico (il capitalismo) per poter ad esso resistere per non  lasciarsi assimilare dai tentacoli del capitale. La celebrazione è svuotata del suo significato etico e politico, se ci si limita ad una monumentale celebrazione del passato, e specialmente, se è usata ideologicamente dalla plutocrazia capitalistica attuale per autocelebrarsi: il nemico è stato sconfitto nel passato ed ora regna il miglior sistema sociale e  politico possibile, bisogna “solo gestire” l’ordinario costituito dai bombardamenti etici e dalla flessibilità (sfruttamento) sul lavoro  in nome della libertà del capitale. Resistere significa, invece, tenendo fede storica e politica al significato eterno della resistenza individuale e comunitaria  far emergere “il nemico” della democrazia e della libertà. La contemporaneità ha nel riduzionismo e nel capitalismo nella sua forma globale i nemici da combattere. La bestia selvatica del mercato come l’ebbe a definire Hegel produce riduzionismi in campo culturale, in modo da congelare le coscienze individuali e comunitarie e ipostatizzarsi. Il feticismo dei mercati sta divorando le libertà mediante l’inganno del riduzionismo: si elimina ogni discorso sul bene e sulla verità per sfuggire allo sguardo critico e non svelare le dinamiche dei processi di accumulo e profitto. In tale clima infausto bisogna leggere e pensare autori che testimoniano dialetticamente la verità, senza la ricerca veritativa il sistema capitale non si palesa nella sua miseria culturale, la quale si traduce in nichilismo e  squallore antropologico. Il dialogo tra Carmelo Vigna e Luca Grecchi dona uno sguardo critico e fuori dal coro accademico che consente di comprendere le dinamiche in atto. Si resiste al presente, se si introduce il parametro della qualità e del bene con cui giudicare e pensare la totalità. Il riduzionismo è il velo di Maya con il quale  il capitale neutralizza il pensiero dialettico e la prassi. I riduzionismi devono essere letti  nella loro valenza storica e ideologica per poterli smascherare nella loro verità strutturale e ideologica:

“Vigna: (…) Questo riduzionismo si associa ad altre forme di riduzionismo: naturalistico, psicologico ecc. L’epistemologia è, comunque, sul piano filosofico, la fonte (e la forma) maggiore di questi riduzionismi, specie se coltivata senza la consapevolezza ch’essa è solo riflessione su un frammento dell’esperienza, e non sul senso della esperienza nella sua totalità[1]”.

Resistere significa scegliere. Gli uomini e le donne che hanno resistito al nemico nazifascista hanno scelto la libertà, non sono stati “idioti” nel significato greco del termine. Gli idioti erano coloro che si occupavano solo degli affari privati e non avevano nessun senso del pubblico. Resistere implica avere il senso etico del pubblico che si costruisce con lo sguardo olistico con il quale si giudica il valore qualitativo della totalità, in cui siamo implicati:

“Vigna: (…) La massa può solo fare i conti col proprio “starci dentro” quotidiano, cioè dentro la vita quotidiana. E, in questo quotidiano, si può vivere sostanzialmente in due modi: adattandosi passivamente oppure agendo criticamente dall’interno[1]”.

 

Resistenza e flessibilità

La mercificazione totale dell’essere umano e della vita è il vero nemico.  Il male è tra di noi e con noi, ogni tentativo di occultarne la verità va combattuto e denunciato. Bisogna tenere la posizione, non cedere all’adattamento che in questo caso è già assimilazione. Le gioie e le promesse del grande tentatore, il capitalismo, si stanno rilevando nella loro effettualità: gli esseri umani con le loro relazioni sono merce di scambio, il dialogo ha ceduto il posto al solo calcolo utilitario, per cui si è tutti in pericolo e minacciati dal valore di scambio e dai processi di alienazione che producono l’infelicità generale e le guerre nel privato, nel pubblico e tra gli Stati nazionali:

“Grecchi: (…) Tutto, nel modo di produzione capitalistico, diventa inevitabilmente merce: non più solo il lavoro, la natura, la moneta (come sottolineava K. Polany), ma anche tutte le relazioni umane, e in un certo senso perfino le strutture della personalità, che il capitale tende a produrre appunto come merci, funzionalmente al proprio valore processo di valorizzazione complessiva[2]”.

Il nucleo del problema resta la produzione, resistenza significa cambiarne i processi produttivi. La produzione  capitalistica gerarchizzata, i soggetti imparano la normalità del dominio, assimilano e riportano nel loro privato la logica dello sfruttamento e della negazione dell’altro. La produzione forma soggettività passive pur nella loro aggressività competitiva. Resistere, oggi, significa trasgredire gli inutili specialismi astratti per una  critica argomentata al sistema capitale non scissa dalla prassi. L’aziendalizzazione delle istituzioni e della vita è la violenza legalizzata col sistema capitalistico. Bisogna spostare l’attenzione sul problema essenziale, il quale, non è la distribuzione, ma la produzione che si esplica con  la gerarchizzazione e con la sussunzione. La produzione con la  divisione tra dominatori e dominati addomestica ed insegna la passività. La genesi della passività è nella produzione la quale  forma coscienze  che ipostatizzano la gerarchizzazione produttiva con cui si   nega l’attività politica. La produzione passivizzante vuole formare alla normalità della pratica del dominio. Resistere e sperare significa storicizzare i sistemi produttivi per emanciparli dalla normalità della violenza globale :

“Grecchi (…): Engels ha chiarito bene che la ridistribuzione della ricchezza dipende dalla forma (privatistica e sociale) della sua produzione, e oggi la forma produttiva è quella capitalistica privata dei gruppi transnazionali…[3]”.

Resistere significa coltivare nella lotta la speranza di una nuova fioritura nella vita e nella storia:

“Vigna: (….)La fioritura della nostra umanità è sempre inizialmente un sogno, ed è un sogno che vuole (e che deve anche) farsi reale. Perciò è necessario coltivare cose come l’audacia e la speranza, fin da quando si è giovani[4]”.

Il primo esodo per una nuova cultura della Resistenza è capire i significati delle nuove liturgie del sistema con il suo linguaggio fintamente libertario e orwelliano. La speranza è prassi critica e consapevolezza teorica del luogo-mondo in cui siamo.  Bisogna trovare le ragioni per resistere e sperare, non vi è resistenza senza speranza. Gli adulti devono testimoniare non la flessibilità-adattamento al sistema capitale, ma la speranza critica alla crematistica alienante e violenta, la speranza e la resistenza  hanno la loro genealogia nella testimonianza critica a cui le nuove leve della speranza guardano per orientarsi in una realtà depressiva che li vuole perennemente flessibili e adattabili agli ordini del capitale.

[1] Ibidem pag. 39

[2] Ibidem pag. 77

[3] Ibidem pag. 115

[4] Ibidem pag. 118

[1] Carmelo Vigna – Luca Grecchi, Sulla verità e sul bene, Petite Plaisance Pistoia 2011 pag. 18

Arte come Resistenza - Galleria Scroppo

Fonte foto: Galleria Scroppo (da Google)

2 commenti per “Resistenza

  1. mary nella
    24 Aprile 2022 at 12:22

    Bel articolo, condivido parola per parla !

  2. 25 Aprile 2022 at 15:09

    Esattamente un secolo fa Wyndham Lewis definì l’élite finanziaria “capitalo-socialista”.
    Il monopolismo della finanza astratta che opprime tutti noi, si spinge al punto di voler abolire la proprietà privata (cf. World Economic Forum) per renderci ancora più schiavi dei grandi gruppi di potere finanziario.
    La base della libertà è il lavoro, che sarà sostituito da un infimo reddito di cittadinanza. Chi criticherà il governo o non sarà comunque gradito al sistema perderà la casa (anche quella solo concessa in “prestito”), il diritto alle cure (rese necessarie dalla cronicizzazione di malattie pilotata da Big Pharma) e quel poco che riceve per mangiare.
    La possibilità di avere famiglia e figli l’abbiamo già persa, è una concessione momentanea che può essere ritirata in qualunque momento dallo Stato, direttamente o per mezzo della sua “delegata”: la moglie annoiata dalla vita coniugale, che le impedisce l’esistenza irresponsabile della società dei consumi (ha anche il lavoro da mandare avanti, infinitamente più importante).
    E’ l’ibrido finale di capitalismo e socialismo di marca orwelliana, che si sta realizzando nella più completa passività della popolazione

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