Su “Il sarto di Ulm”: alcuni nodi di storia del PCI

Ripropongo a distanza di 14 anni un mio intervento sulla rivista “Essere Comunisti” uscito nel novembre del 2009, in cui nel recensire il libro di Lucio Magri “Il Sarto di Ulm”, ultimo suo lavoro prima della sua comparsa, coglievo l’occasione di affrontare alcuni nodi strategici controversi della storia del Pci. Mi pare un articolo, a distanza di molti anni, ancora valido per un lavoro di ricerca nella ricostruzione storica del Pci, specialmente nell’ultima fase della sua vita. Ho aggiunto ,rispetto al testo originale, solo delle note che mi consentono utili aggiustamenti e aggiornamenti senza stravolgere il testo.

(Alessandro Valentini)

 

Lucio Magri ha scritto un libro, “Il Sarto di Ulm” – Il Saggiatore – che è un vero e proprio atto d’amore verso il Pci e nei confronti di chi costruì il partito nuovo di massa, cioè Palmiro Togliatti. Forse, non è un caso che sia proprio il più eretico dei comunisti italiani (colui che ha avuto anche la disavventura di essere radiato dal Pci, da una comunità in cui forte e totalizzante era il senso di appartenenza e il peso dell’identità) a scrivere con passione ma con rigore una storia critica e “possibile del Pci”. In tempi in cui tutto e tutti sono post il caparbio attestarsi su una impostazione classica da parte di Magri, senza per questo rinunciare alla riflessione critica e all’approfondimento storico, può essere per qualcuno paradossale. Per quanto mi riguarda è invece l’attaccamento a una storia, a una scelta di vita politica e intellettuale, a una concezione del mondo. Per questa ragione considero limitativa, parziale, e per alcuni aspetti fuorviante, la recensione del libro fatta da Alberto Burgio sulle pagine di “Liberazione” in cui valorizza, a me pare, un Magri solo gramsciano e berlingueriano, rimuovendo invece la parte predominante della sua ispirazione politica: il togliattismo.

Già dalle prime pagine Magri mette in chiaro la sua visione riconoscendo a Togliatti il merito di aver fatto conoscere gli elementi essenziali del pensiero di Gramsci a vaste masse popolari con l’operazione volta a recuperare un filo conduttore all’interno dei “Quaderni dal carcere” nell’edizione da lui stesso curata, in cui si raggruppano gli appunti di Gramsci per temi. Questa mediazione – ricorda Magri – ebbe «effetti potenti» in quanto fece diventare Gramsci, il cui pensiero era poco conosciuto dal grande pubblico, punto di riferimento e di ricerca politico-culturale non solo di una cerchia ristretta di intellettuali e di militanti, ma di vasti settori popolari. In pochi anni Gramsci è letto in Italia ma anche nel mondo, e non solo tra i comunisti. Magri, inoltre, contesta la tesi che la stesura dei quaderni curata da Togliatti sia stata censurata e manipolata. L’obiettivo dell’operazione era invece quello di utilizzare un pensiero forte e un’autorità indiscussa, come quella di Gramsci, per rinnovare profondamente il pensiero del comunismo italiano e dargli una nuova identità. Del resto, molti anni dopo, quando Valentino Gerratana curerà l’edizione dei quaderni in termini cronologici, sarà evidente che da parte di Togliatti non ci fu né censura né manipolazione, ma solo una «sapiente regia» per rendere comprensibile a grandi masse, a una forza collettiva come il Pci, gli appunti di Gramsci, che erano stati scritti in una situazione eccezionale, in condizioni costrittive dal carcere in cui, tra l’altro, bisognava aggirare la censura fascista.

La mediazione di Togliatti determinò anche l’esito di collegare il marxismo in Italia al filone fertile dello storicismo. Proprio il concetto gramsciano dell’autonomia della sovrastruttura in polemica con il meccanicismo di Bucharin e della II Internazionale, si intreccia con il pensiero forte dello storicismo, non solo di quello marxista di Antonio Labriola, ma anche di quello liberaldemocratico di De Sanctis, Dorso e Gobetti, o di filosofi liberali come Vico e Croce. Fu così che, attraverso l’incontro del marxismo con lo storicismo, si realizzò un’egemonia culturale dalle caratteristiche di massa; Togliatti, insomma, fece l’operazione di portare lo storicismo di Gramsci «a diventare – come scrive Magri – storicismo tout court». E da questo storicismo è sorprendentemente catturato lo stesso Autore. Le giustificazioni che egli porta, per esempio, sul patto Molotov-Ribbentrop, sull’articolo 7 della Costituzione (il concordato), o sui fatti drammatici di Ungheria, più che le riflessioni di un esponente del “dissenso”, appaiono estrapolate dal pensiero di Giorgio Amendola.

Nella prima parte del libro si ricorda la svolta di Salerno, il partito nuovo, la strategia della democrazia progressiva, i lavori della Costituente, le riforme di struttura, l’intervista a “Nuovi Argomenti”sull’unità nella diversità del Movimento comunista, il discorso di Bergamo (sulla pace e la funzione progressista del mondo cattolico) fino al “Memoriale di Yalta”, che sono state tutte pietre miliari del pensiero e dell’opera di Togliatti. Ma alla base di queste scelte c’era la lucida consapevolezza di ispirazione gramsciana di essere un partito con i legami ben saldi con la storia e con l’esperienza rivoluzionaria terzinternazionalista (leninista), anzi l’atto di nascita nel ‘21 a Livorno del Pci a quella storia ed esperienza rivoluzionaria si ispirava, e nello stesso tempo riuscire a condurre una riflessione vera, profonda, critica, sul fallimento della rivoluzione in Occidente. Una riflessione che comportò non solo l’individuazione delle cause del fallimento, ma anche delle conseguenze politiche pratiche attraverso le quali il Pci si trasformò in un grande partito nazionale, ma non per questo meno internazionalista. L’idea per cui il modello della Rivoluzione d’ottobre non poteva essere riprodotto nelle società a capitalismo avanzato non è una scelta dell’ultimo Pci, di quello di Berlinguer per intenderci, ma era una riflessione teorica già operante e carica di conseguenze nel pensiero di Gramsci e una scelta strategica (via nazionale al socialismo) ben definita e compiuta in Togliatti.

Questo intreccio, questo legame tra il leninismo e lo storicismo gramsciano, tra la “scelta di campo” e l’ispirazione terzinternazionalista e la necessità di un partito nuovo, radicato tra le masse popolari, che portasse a compimento la rivoluzione democratica rispetto al compromesso risorgimentale liberale (moderato) tra la borghesia del nord e gli agrari del sud e per questo assolvesse ad una funzione nazionale di partito democratico, fu la vera originalità e anomalia del Pci, che non può e non deve essere confusa, come ricorda Magri, con l’abbandono progressivo dei principi rivoluzionari e lo spostamento graduale del partito verso il versante delle socialdemocrazie, come certa critica di sinistra vorrebbe far credere. A questo proposito restano di grande spessore teorico gli appunti di Togliatti su “Gramsci e il leninismo, in preparazione del convegno di studi gramsciani svoltosi nel ‘58.

Certamente l’autonomia del Pci dall’Unione Sovietica e dal Pcus non fu una conquista semplice. Magri ricorda l’errore di dare vita al Cominform, la rottura con Tito e soprattutto il tentativo da parte di Stalin di liquidare Togliatti come Segretario del Pci. Nell’autunno del ‘50 fu comunicato da Secchia, Longo e D’Onofrio a Togliatti, ancora convalescente per l’attentato subìto, la proposta di Stalin di richiederlo a Mosca per dirigere e rilanciare il Cominform. Pare che la proposta di Stalin fosse stata suggerita da Secchia; ma la cosa più grave è che Togliatti fu messo in minoranza in Direzione, con il solo no di Terracini e l’astensione di Longo, a conferma che restava molto forte, anche nel gruppo dirigente ristretto, il richiamo e la disciplina dell’Unione Sovietica e dello stesso Stalin. Per evitare che la manovra di Stalin andasse in porto ci volle tutta l’autorevolezza e l’indubbia abilità di Togliatti. La strada era comunque tracciata: tra gli anni della Resistenza, la nascita della Repubblica e l’approvazione della Costituzione si erano poste le basi per la crescita e lo sviluppo di quello che sarà il più grande partito comunista dell’Occidente. (1)

Non è che Togliatti, come rammenta Magri, non abbia commesso errori; uno per tutti, aver sottovalutato il mutamento di clima internazionale (guerra fredda) e le conseguenze che ciò avrebbe comportato anche per l’Italia: la rottura dell’unità antifascista, l’esclusione dal governo dei comunisti e la sconfitta elettorale del ’48. Ma la cosa più importante, decisiva, nonostante gli errori e le sconfitte, fu l’acquisizione della Carta costituzionale, cioè di una costituzione progressista, tra le più avanzate d’Europa e del mondo, che la destra, ancora oggi, nonostante i successi e i consensi di cui gode, fa fatica a smantellare o manomettere del tutto. (2)

Tuttavia, è sicuramente la seconda parte del libro, quella che va dagli anni ‘60 fino allo scioglimento del Pci, la più interessante, quando la testimonianza di Magri diventa diretta e quindi più documentabile e puntuale, ma anche più discutibile. Devo subito dire che non sono per nulla d’accordo con Rossana Rossanda (“Il Manifesto” del 7 ottobre, “Appuntamenti mancati”) che nel recensire il libro di Magri opera una cesura netta tra il Pci di Togliatti e il successivo sviluppo del partito dopo la sua morte, con Longo e soprattutto con Berlinguer. Non sono dell’opinione che il Pci gradualmente e inesorabilmente chiuda gli occhi sulla società italiana fino alla politica “fallimentare” del compromesso storico e allo snaturamento e tracollo del partito negli anni ‘80. Magri, a me pare, rifiuta questa tesi, e nel ripercorrere criticamente la storia di quegli anni introduce analisi «di una possibile storia del Pci». Insomma, non è detto che le cose dovessero andare per forza come sono purtroppo andate.

Il principale snodo della discussione è il confronto che si determinò tra la cosiddetta area amendoliana e quella ingraiana. Anche qui, a differenza di Rossanda, che ancora oggi esemplifica la posizione di Amendola fino a banalizzarla, Magri tende a problematizzare quel confronto. Credo che non si possa, a distanza di tanti anni, riproporre quello scontro senza storicizzarlo. Non si può ridurre il pensiero di Ingrao alla battuta “l’acchiappa nuvole” o quello di Amendola a una concezione di destra, riduttiva, socialdemocratica e migliorista. L’opera dei due, secondi solo a Togliatti e forse a Longo, è un patrimonio di prima grandezza dell’intero Pci; e solo chi, nonostante il tempo passato, non è stato in grado di togliersi la ruggine che ha addosso, a seguito dello scontro che allora si sviluppò nel partito tra le due opposte posizioni e ne fu protagonista o comprimario, si sente in dovere di riprodurre oggi la stessa contrapposizione, come se nulla in questi anni sia accaduto.

Certamente, fondata e di un certo fascino era l’idea di Ingrao di un “diverso modello di sviluppo”, una idea che ha fatto parecchia strada nella sinistra di alternativa. Ma non si può dire, come afferma Rossanda, che Amendola fosse legato a un giudizio sul capitalismo italiano “torpido e tendenzialmente fascista. Scrive in proposito Magri, ricordando il convegno dell’Istituto Gramsci del ‘62 sulle nuove tendenze del capitalismo italiano: «Non è vero per esempio che Giorgio Amendola, promotore effettivo e principale relatore di quel convegno, vi abbia riproposto la tradizionale visione di un capitalismo straccione, incapace di promuovere uno sviluppo produttivo durevole». Anzi- afferma Magri – «al centro del convegno, vi era la novità da tutti condivisa, vi era finalmente la constatazione che l’Italia aveva compiuto un salto di qualità permanente da paese agrario-industriale a Paese industrializzato».Il dissenso era soprattutto politico: Amendola era convinto che lo sviluppo dell’economia italiana e l’industrializzazione convivevano con antichi squilibri territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno, e che sarebbe stato pericoloso protrarre questa stato delle cose a lungo, senza interventi politici che introducessero correttivi.

Occorrevano, pertanto, trasformazioni sociali ed economiche del Paese, come indicate dalla linea delle riforme di struttura; ma per fare questo era necessaria una vera svolta politica. Amendola considerava la proposta di un nuovo modello di sviluppo, fondata sull’esigenza di costruire un’alternativa socialista al capitalismo italiano, non adeguata e non corrispondente alla realtà, allo scontro politico e sociale in atto. È difficile, alla luce della storia del Paese, dire chi dei due avesse ragione. Lo stesso Magri ammette che nella sua posizione vi erano dei limiti. Resta il fatto che si andavano definendo due linee: la prima, ribadiva, sia pur aggiornandola, l’impostazione strategica dell’VIII Congresso, le riforme di struttura, che faceva perno sull’unità della sinistra, Pci e Psi, senza rinunciare al dialogo con il mondo cristiano; la seconda, puntava a costruire un “blocco”, un’alternativa attraverso il coinvolgimento dei movimenti sociali e dei sindacati e la costruzione di un rapporto nuovo con il mondo cattolico, anche prescindendo dalla Dc. (3)

Comunque, un convegno come quello del ‘62, fortemente voluto e organizzato da Amendola, nella storia del Pci e della sinistra italiana nessuno è stato più capace di ripeterlo. A proposito di innovazioni, fu di Amendola anche “l’invenzione” delle Conferenze operaie subito dopo aver sostituito nel ‘54 Secchia all’organizzazione e fu l’artefice del “rinnovamento” del partito promuovendo a compiti di direzione una serie di quadri poco più che trentenni (Napolitano, Cossutta, Chiaromonte, Macaluso, Reichlin, Pecchioli, Di Giulio, Tortorella e altri). Credo che oggi sentiamo la necessità di discutere e riflettere sulle tendenze del capitalismo italiano nella fase della globalizzazione e della crisi di società che ha determinato. Come non c’è dubbio che Berlusconi non sia, né come imprenditore né come politico, il prodotto della modernizzazione capitalistica, ma il risultato di vecchi vizi del capitalismo italiano, come l’intreccio perverso, per esempio, tra la rendita (finanziaria e fondiaria) e il capitale industriale o tra l’impresa privata e i processi di finanziarizzazione voluti dalla politica.

Anche la discussione sulla proposta di Amendola sul partito unico dei lavoratori, attraverso l’unificazione tra il Pci e il Psi, dovrebbe essere affrontata alla luce del dibattito che oggi c’è a sinistra. Anche su questo punto Magri compie uno sforzo critico e autocritico. Se è vero, come afferma Rossanda riprendendo Francois Furet, che «il leninismo non ha lasciato eredità», allora perché scandalizzarsi ancora oggi più di tanto nel voler superare Livorno? Anzi, si dovrebbe ammettere che Amendola fu lungimirante. Del resto, non proponeva la formazione di un partito socialdemocratico un po’ più spostato a sinistra, ma l’unificazione tra due partiti marxisti (allora il «rilanciasse la lotta per il superamento del capitalismo. (4)

Con il fallimento della rivoluzione in Occidente, una strategia di avanzata al socialismo non poteva riproporsi “facendo come la Russia”, cioè imitando il modello dell’Ottobre. Una concezione quindi, quella di Amendola, non molto lontana, a ben vedere, da quella di Togliatti e fu questa forse la ragione per cui Amendola, anche se la sua proposta era prematura (da molti fu giudicata una fuga in avanti) non pagherà, come ricorda Rossanda, «nessun prezzo» politico nonostante l’alzata di scudi che incontrò, dentro e fuori dal partito (Psi prima di tutto). Amendola, nell’avanzare questa proposta, era anche mosso dalla preoccupazione, come rammenta Magri, di contrastare il processo di unificazione tra il Psi e il Psdi e di ancorare il primo, prescindendo dalla sua collocazione parlamentare con la nascita del centro-sinistra, a una politica di unità a sinistra. Ma ciò che più sorprende della ricostruzione del dibattito sulla proposta di partito unico è che, Rossanda (ma anche Burgio) e in parte lo stesso Magri, non fanno nulla per attualizzarla rispetto al dibattito apertosi a sinistra dopo l’89 e la crisi di molti partiti comunisti, non solo nell’Est europeo, ma anche in Europa occidentale e nel mondo. Tema invece oggi centrale a sinistra. Basta guardare all’esperienza significativa della Linke in Germania e di alcuni paesi dell’America latina.

Ma è sulla questione de “Il Manifesto”e sulla ricostruzione storica del ’68 che dissento da Magri, forse perché quegli anni sono stati, da chi scrive, vissuti direttamente e non ricostruiti attraverso le letture. Su un punto, questa volta, ha ragione Rossanda: non si comprende perché «Magri spende poche parole sul Manifesto»; ed io aggiungo: perché è così reticente.

Intanto, prima di tutto, mi preme fare qualche considerazione sull’XI Congresso e sulla questione della democrazia interna. Non c’è ombra di dubbio che su questo tema avesse ragione Pietro Ingrao. L’errore di Amendola fu di non riconoscere la giustezza del principio posto da Ingrao perché troppo impegnato a condurre la sua battaglia per ridimensionare la “sinistra”. Che la “destra” fosse però sensibile al tema della democrazia lo conferma anche Magri quando rammenta un intervento di Amendola nel Comitato centrale del ‘61, ancora vivo Togliatti. Nell’intervento Amendola chiedeva «il diritto per tutti – scrive Magri – alla pubblicità del dissenso e l’utilità che si formassero, non correnti organizzate, ma maggioranze e minoranze sui temi più importanti. E lo fece con parole quasi letteralmente identiche a quelle per le quali, quattro anni dopo, all’XI Congresso fu crocefisso Ingrao». Su questo preciso punto Emanuele Macaluso rammenta una Direzione del partito dopo il X Congresso in cui Amendola pose il problema delle maggioranze e delle minoranze non solo pubblicamente, ma nelle riunioni della Direzione. Ma Togliatti gli rispose: «Bene, volete fare la corrente vostra? Io faccio la mia e facciamo il congresso anche con la mia corrente». Allora Amendola, ricorda Macaluso, «si ritrasse».

Dunque, Amendola, pur essendo d’accordo sulla necessità di ripristinare la regola del centralismo democratico così come era stato concepito da Lenin e non violentemente snaturato da Stalin, non si impegnò a portare avanti questa battaglia per motivi tattici, per dare un colpo politico alla “sinistra”. Fu questo senz’altro un errore grave che però viene da lontano, quando lo stesso Togliatti, dopo il XX Congresso del Pcus, non pose la questione dello sviluppo della piena democrazia nel partito.

Lo stesso grave errore lo fece più avanti anche Ingrao nei confronti di Armando Cossutta quando quest’ultimo manifestò pubblicamente il suo dissenso da Berlinguer sull’Unione Sovietica e sulla fine della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. Cossutta definì tale posizione «un vero strappo nella storia del Pci». Anche in questa occasione, però stavolta da parte degli ingraiani, la tattica, la manovra, la volontà di emarginare l’area dei filosovietici, prevalse sui principi, sul diritto non solo di esprimere il dissenso, ma anche di organizzarlo, affinché una minoranza potesse essere messa nella condizione democratica di divenire maggioranza. Così è avvenuto che uno dei dirigenti più ortodossi del Pci, Armando Cossutta, abbia preso in mano la bandiera della democrazia interna abbandonata da Ingrao e per un decennio abbia portato avanti, con grande determinazione e pressoché in solitudine, una battaglia per il diritto appunto al dissenso e la possibilità di organizzarlo. E mentre conduceva questa battaglia la “sinistra ingraiana” non mosse un dito. (5)

Con gli emendamenti di Cossutta e Cappelloni al XVI Congresso e poi al XVII Congresso (Natta Segretario) e con il documento alternativo presentato al XVIII (con Occhetto Segretario), quella che era stata la questione delle questioni che aveva posto Ingrao e su cui il gruppo de “Il Manifesto” pagò un prezzo politico, diventò, paradossalmente, il cavallo di battaglia dei cossuttiani, dei filosovietici. Siamo all’ironia della storia (Amendola avrebbe parlato della provvidenzialità della storia). Su questa vicenda, a distanza di anni, condivido la riflessione svolta dallo stesso Cossutta molti anni dopo, quando era Presidente del Prc. Nel merito, sul giudizio dell’Urss e sulla non possibilità di riformare quel sistema, Berlinguer aveva molte ragioni, ma lo “strappo” andava ben oltre, aveva messo in moto un processo, anche abbastanza rapido, di snaturamento del Pci (“mutazione genetica”) in direzione addirittura di una visione liberaldemocratica. Questo processo si doveva contrastare con maggiore determinazione, soprattutto dopo la morte di Berlinguer. E non fu così, né da parte degli ingraiani, né da parte dei miglioristi (su posizioni socialdemocratiche moderate), né da parte del vecchio centro di Natta e Tortorella. Del resto, lo stesso Magri, ricorda che oggi «Ingrao dice è da considerare non solo come atto di slealtà, ma un errore politico, il fatto di aver interrotto subito e per tanti anni la battaglia aperta prima e durante l’XI Congresso».

Nel ricostruire la vicenda de “Il Manifesto” occorre tener conto dell’insieme di questi problemi. Cavarsela con qualche battuta, come fa Rossanda, «il Pci è occupato a cacciare ‘Il Manifesto” invece di aprirsi al ‘68», mi pare una inutile esemplificazione e sostanzialmente non vera. A distanza di anni credo che la radiazione fu un gravissimo e drammatico errore ma per come si era messa la situazione inevitabile. Intanto, dall’uscita del primo numero della rivista al Comitato centrale passarono sei mesi, a conferma dell’indecisione che vi era nel gruppo dirigente del partito. Certamente Longo subì la pressione di chi voleva la radiazione de “Il Manifesto”. Ma questa pressione non veniva tanto dagli amendoliani, ma dal centro. Non a caso il grande inquisitore nel Comitato centrale, è bene sempre ricordarlo, fu Alessandro Natta e uno degli interventi in assoluto più duri lo svolse Pietro Ingrao. Egli esordì dicendo: «Concordo con le linee fondamentali della relazione presentata dal compagno Natta e con le proposte che egli ci ha portato a nome della V Commissione (di radiazione del gruppo de“Il Manifesto”, n.d.a.). Concordo sulla necessità di chiedere alle nostre organizzazioni un dibattito approfondito e una lotta politica contro le posizioni sbagliate ed i metodi seguiti dai compagni del “Manifesto”; dibattito e lotta politica che facciano compiere un passo in avanti all’unità del partito attorno alla linea del XII Congresso». Poi svolge un appassionato intervento criticando duramente i punti più significativi dell’analisi del gruppo. Una concezione soviettista del sindacato dei consigli, che oltre a non cogliere «la questione del loro rapporto col movimento generale e statale» è «intellettualistica», perché non corrispondente alla fase storica della lotta politica e di classe in atto nel Paese; sulla rivoluzione culturale cinese, «si è trattato di un coinvolgimento sì; ma di un coinvolgimento fortemente guidato dall’alto e concluso dall’alto»; sul partito, questi compagni «finiscono con il proporre al partito un’organizzazione per gruppi».

Ma vi era un’altra grande preoccupazione che tormentava il gruppo dirigente del partito: quale sarebbe stato l’atteggiamento della sinistra secchiana? Pietro Secchia, col preteso del caso Seniga, era stato rimosso, proprio da Togliatti, dai vertici del partito. Quell’area era stata fortemente ridimensionata ma continuava ad avere una significativa presenza nel Comitato centrale e soprattutto una certa influenza tra la base, proprio perché era composta da dirigenti tra i fondatori del partito e leggendari capi negli anni duri della clandestinità e della Resistenza: Edoardo D’Onofrio, Paolo Robotti, Antonio Roasio, Ambrogio Donini, Alessandro Vaia, Otello Nannuzzi, Giulio Cerreti, Giuseppe Sacchi. Rossanda, in una intervista del 1999 su “Il Corriere della Sera” (“Ds, sul comunismo scelte miserabili!), ha affermato:«Anche quando fui cacciata, nel ‘69, non credo che la pressione sovietica sia stata determinante. Semmai, allora come altre volte, prevalse la preoccupazione che rompere con l’Urss avrebbe potuto dividere il partito, creare una frazione filosovietica». Pertanto, la preoccupazione del gruppo dirigente era più che giustificata. Molti anni dopo ho appreso, proprio in un colloquio con Donini, che Secchia e D’Onofrio ebbero un incontro con Longo avvertendolo che se il partito non avesse preso provvedimenti disciplinari contro il gruppo de “Il Manifesto”, che aveva posizioni antisovietiche ed era filocinese e con simpatie maoiste, anche loro avrebbero dato vita a una rivista. Il gruppo dirigente del partito, in particolare il centro, preoccupato perciò che si potesse minare l’unità monolitica del partito con la legittimazione di più riviste – di fatto le correnti – e dopo aver verificato la “lealtà” di Ingrao, decise la radiazione. Quello che sarà più tardi il nucleo storico di “Interstampa”, e che darà base e sostegno organizzato al dissenso di Cossutta, muoveva allora i primi passi. Sono convinto che il gruppo de “Il Manifesto” si ritrovò coinvolto, senza averne forse piena consapevolezza, in un gioco politico molto più grande, la cui posta non era tanto, penso, l’unità del partito, ma la possibilità che il centro, punto di equilibrio, di forza e di potere, potesse continuare a esercitare il suo ruolo di direzione effettiva su tutto il partito.

Cosa sarebbe accaduto, quale storia possibile per il Pci, se dall’XI Congresso si fosse usciti, sia pur con le dovute cautele, con una serie di aree politiche, più o meno organizzate: gli amendoliani, il variegato centro di Longo e Berlinguer, la sinistra storica, gli ingraiani. Forse Berlinguer decise di estromettere, al XIII Congresso, Cossutta dalla Segreteria nazionale perché preoccupato di un suo possibile futuro collegamento con l’area filosovietica. Probabilmente già preparava lo “strappo”. Cossutta, dunque, usciva dalla Segreteria «perché aveva troppo potere anche se l’usava con correttezza».(6) Ma di questi avvenimenti non c’è traccia nell’opera di Magri, è un vuoto che considero grave proprio perché lo snodo – e su questo sono d’accordo con lui – fu decisivo.

Il mio dissenso con Magri si estende anche alla sua ricostruzione del ‘68 e degli anni successivi. Penso che il ‘68 sia il risultato: della ripresa delle lotte operaie e di alcune importanti conquiste sociali degli anni sessanta; della scolarizzazione di massa; del superamento delle divisioni sindacali (unità d’azione e sindacato dei consigli); del clima nuovo che si determinò nel mondo cattolico con il pontificato di Giovanni XXIII; dell’avvento del centro-sinistra; di una nuova fase internazionale, segnata dalla coesistenza pacifica che favoriva, da un lato la distensione, ma dall’altro lato lo sviluppo e l’avanzata di movimenti di liberazione e di significativi processi rivoluzionari. Il movimento studentesco del ‘68, in particolare il movimento degli studenti medi, fu dunque un grande fatto democratico e di massa.

La contestazione non aveva un carattere politico preciso; partiva dalla condizione studentesca; gli studenti chiedevano una profonda riforma della scuola, a iniziare dai metodi di insegnamento, dalle modalità, dai criteri della selezione e dall’aggiornamento della didattica. Si rivendicava un rapporto nuovo tra quella che era chiamata “forza-lavoro in formazione” e il mercato del lavoro. Ma soprattutto il movimento era attraversato da una ondata culturale antiautoritaria: si voleva una società diversa a partire appunto dal rinnovamento della scuola, che doveva essere democratica. Per questo gli studenti rifiutavano valori e regole che scandivano la loro vita, “vietato vietare”. Per la prima volta nella storia d’Italia, a seguito della scolarizzazione di massa, gli studenti si identificano con gli orientamenti di un’intera generazione. Le imponenti manifestazioni degli studenti medi avevano come parola d’ordine la richiesta dell’assemblea nelle scuole, come strumento di partecipazione e di democrazia.

Naturalmente, questa “rivolta giovanile”, basata sull’antiautoritarismo, sulla messa in discussione dell’istituto tradizionale della famiglia o delle istituzioni democratiche (negazione del principio di delega), entrò rapidamente in crisi, pur lasciando un segno profondo nella società italiana. A questo punto le formazioni estremistiche di sinistra, già preesistenti alla nascita del movimento e che avevano subito la sua spinta utopistica, presero il sopravvento, politicizzandolo. Non è vero che dalla crisi del movimento studentesco nasce la nuova sinistra, cioè l’insieme di quella costellazione di gruppi estremistici. È vero esattamente il contrario. I gruppi dirigenti della nuova sinistra si erano già formati verso la metà degli anni Sessanta. Il riflusso del movimento favorirà la crescita di queste formazioni che avranno da ora maggiori spazi politici per tentare di affermare, soprattutto tra gli studenti, una linea di rottura con il Pci; ma questa loro linea di rottura si era già consumata all’inizio degli anni ‘60.

È ancora nitido in me il ricordo – ero allora uno studente medio – delle tre giornate di lotta romane degli studenti medi in quel ’68. In una delle tre manifestazioni che si svolsero, in testa al corteo vi erano gli studenti universitari. Quando il corteo passò per via delle Botteghe Oscure, dove c’era la sede della Direzione nazionale del Pci, Franco Russo, espulso un paio di anni prima dal Comitato federale di Roma della Fgci per attività trotzkista, con il megafono improvvisò un durissimo attacco al Pci, accusandolo di essere socialimperialista e di aver tradito la classe operaia. Fu immediatamente bloccato da un altro dirigente del movimento studentesco, Oreste Scalzone che gli strappò letteralmente il megafono dalla mano per riaffermare il valore unitario e democratico della manifestazione degli studenti che si erano mobilitati in massa per riformare e democratizzare la scuola. Ho ricordato questo episodio per dire che già prima del ’68 operavano in Italia e in rottura con il Pci alcuni gruppi e riviste. Ne rammento alcuni: le formazioni marxiste-leniniste sia staliniste che trotzkiste (legate alla IV Internazionale), ma comunque maoiste (addirittura una di esse, il Pcd’Im.l. di Fosco Dinucci, fu riconosciuta dalla Cina di Mao, che la sostenne per alcuni anni); nuclei di anarchici, che contestavano pure la Fai; alcune riviste, come i “Quaderni Piacentini” e soprattutto i “Quaderni rossi” di Panzieri, dai quali si diffonderà la tendenza operaista.

Se la contestazione studentesca ha potuto in Italia avere le caratteristiche che ho or ora ricordato è grazie alle lotte promosse prevalentemente dal Pci e dalla Cgil. Per questo non vedo contraddizione tra l’incontro di Longo con Scalzone e la proposta di Amendola di “praticare la lotta su due fronti”, a destra contro l’opportunismo socialdemocratico, a sinistra contro l’infantilismo rivoluzionario. (7) L’incontro di Longo con Scalzone era con chi in quel momento rappresentava una istanza vera, di massa, democratica: il movimento degli studenti. La lotta contro l’estremismo successivamente (il “diciannovismo”, le azioni squadriste, come l’aggressione di Lama all’Università di Roma, o il culto della P.38 e della lotta armata) è stata, a mio parere, un atto doveroso teso a contrastare non un movimento di massa e democratico, ma l’avventurismo di una parte dell’estrema sinistra. Vi è, del resto, più di una differenza tra una piattaforma di riforma e di democratizzazione della scuola e la parola d’ordine di “distruggere la scuola borghese”; come un corteo pacifico non è simile a un corteo dove lo slogan è: “No alle passeggiate, sì alle barricate” e giustificare così l’azione politica di lancio di molotov; e la “teoria dei bisogni” e la pratica “dell’esproprio proletario” non sono esattamente ciò che si intende per lotta popolare e democratica. Oggi, alcune di queste manifestazioni degenerative dell’estrema sinistra, si chiamano “disobbedienza civile”, ma i “cattivi maestri”, spesso, sono sempre gli stessi. Insomma, “ribellarsi è giusto”, ma l’avventurismo e il nichilismo vanno contrastati e combattuti. Con queste forme di pratica politica una sinistra, che vuole sul serio cambiare la società, non può avere nessun dialogo. Questa linea fu attuata con coerenza e determinazione, per esempio, dal gruppo dirigente della Fgci della Federazione di Roma. Produsse da subito risultati significativi: già dal ’70 la Fgci conquistò una reale egemonia nelle scuole romane fino ad avere alcune caratteristiche di massa, dopo il suo scioglimento deciso ad Ariccia nel ‘68 da Claudio Petruccioli per “confluire nel movimento”. Questa sua caratteristica pose non pochi problemi a Luigi Petroselli, che voleva una Fgci di “movimento”, la quale stabilisse rapporti unitari con i gruppi e “coprisse” così la Federazione romana sul versante di sinistra, mentre il gruppo consiliare faceva in Campidoglio le prime prove di dialogo con la Dc. Non credo, a differenza di Magri e Rossanda, che la crisi del Pci sia da individuare nel fatto che non abbia compreso a pieno o sia arrivato impreparato all’appuntamento del ’68. Non vi è dubbio che vi siano stati limiti, errori e impreparazione, ma sposterei in avanti, con il compromesso storico, l’inizio del declino del Pci.

Enrico Berlinguer, come anche Magri rammenta, fu eletto Segretario sulla base di un rinnovato accordo tra il centro e gli amendoliani. La candidatura di Napolitano fu stoppata in prima persona da Amendola. Non a caso le consultazioni già come Berlinguer Vicesegretario da affiancare Longo (malato) furono svolte da Cossutta e Novella appartenenti, pur con sensibilità diversa, al centro. Il primo era molto vicino a Longo e a quell’area di quadri provenienti dalla lotta partigiana che avevano nel Comandante Gallo un preciso punto di riferimento; ma Longo aveva rapporti buoni anche con Amendola e, dopo le asprezze della battaglia per il rinnovamento, aveva ristabilito relazioni con Secchia (vedere il suo Archivio e la sua corrispondenza con Longo). Non va dimenticato che, nonostante l’emarginazione di Secchia dai vertici del partito, fu Longo, con il parere contrario di moltissimi senatori, a volere che Secchia, nell’ultima fase della sua vita, diventasse Vicepresidente del Senato. Agostino Novella invece era espressione del sindacato, in cui però manteneva una posizione autonoma sia da Lama sia da Trentin. Dunque, Berlinguer fu nominato Vicesegretario e al XIII Congresso Segretario sulla base di questo “patto”, cioè come garante della linea che il partito si era dato all’XI Congresso. Ricordo che Cossutta, anche quando la contrapposizione tra lui e Berlinguer sulla vicenda dello “strappo”, si fece durissima, ripeteva rammentando quei momenti: «Berlinguer, nonostante tutto, tra i tanti resta la scelta più giusta».

Berlinguer però, con la corposa riflessione sulle pagine di “Rinascita” sui fatti cileni e con la proposta del compromesso storico, operò una rottura con l’impostazione togliattiana su un punto significativo: la salvaguardia dell’unità a sinistra, in primo luogo con il Psi. In origine la proposta del compromesso storico era intesa come è descritta da Magri: una strategia di avanzata al socialismo attraverso la convergenza delle tre grandi componenti popolari, la comunista, la socialista e la cattolica. Messa così l’impostazione non si discostava molto da quella togliattiana, anche se sono comprensibili e in parte giuste le riserve di Magri e di chi, come Longo, le espresse pubblicamente, riproponendo il concetto gramsciano del “blocco storico” come editoriale su “L’Unità”. Ma nel portare concretamente avanti la sua idea Berlinguer determinò, come ricorda Magri, prima l’indebolimento del Psi, poi la reazione del Midas (convergenza tra l’area autonomista nenniana e la sinistra di Lombardi per liquidare De Martino) e la conseguente rottura con il Pci, con l’elezione di Craxi a Segretario.

Mantengo ancora oggi le mie riserve sull’attuazione pratica della politica di Berlinguer la cui conseguenza fu la divaricazione crescente con il Psi. Sul piano teorico ha quindi ragione Magri e ancor di più ne aveva Longo, ma è indubbio che con la politica del compromesso storico il Pci compì un balzo elettorale enorme, ai danni anche del Psi, fino a un testa a testa con la Dc. Va ascritto a merito di Berlinguer questo risultato. Ma proprio con la imponente avanzata elettorale si accentuò la contraddizione politica. I successi elettorali e una politica di sfondamento elettorale sul Psi (già negli anni precedenti il Pci aveva assorbito gran parte dell’esperienza del Psiup, come la “questione morale”, posta con grande vigore da Berlinguer, colpiva in particolar modo i socialisti) oltre a provocare una rottura (non sufficientemente messa nel conto) determinava anche un’aspettativa: governare il Paese. Per questa semplice ragione la strategia del compromesso storico fu interpretata nella pratica come proposta politica di governo. Lo slogan scandito nelle manifestazioni “è ora, è ora di cambiare, il Pci deve governare” non era il risultato di complotti o di forzature degli amendoliani, ma era il sentire collettivo, la volontà popolare, l’aspirazione non solo dei comunisti o dei suoi elettori tradizionali, ma il sentimento diffuso di milioni di italiani, che avevano votato il Pci appunto per una politica di cambiamento, per una svolta politica da realizzarsi nel brevissimo periodo. (8)

Questo nodo fa appena capolino nel libro di Magri, non è messo a fuoco. Forse per questo egli rimuove la breve ma significativa stagione dell’eurocomunismo, cioè quel tentativo di costruire con il Pcf e il Pce un terzo polo della sinistra in Europa (una terza via, alternativa all’esperienza sovietica ma anche a quelle socialdemocratiche). Berlinguer era convinto che i partiti comunisti, in Europa occidentale, potessero far parte di un governo di coalizione senza che ne fossero snaturati, per realizzare una politica di trasformazione in senso socialista della società. Da qui anche l’errore clamoroso della “Nato come ombrello protettivo”. Come si vede questo dibattito non è nuovo; il dilemma che ha creato non pochi problemi al Prc ed è stato alla base di scissioni e lacerazioni, viene da lontano e attraversa i comunisti europei. Credo che la posizione di Berlinguer non fosse tanto distante da quella sperimentata da Willy Brandt, che per realizzare in Germania l’alternanza al governo dei democratici-cristiani, senza che ciò comportasse una diversa collocazione internazionale della Germania che avrebbe suscitato pericolose reazioni statunitensi, passò prima per il governo della grande coalizione. Occorreva, pertanto, avere una proposta politica da mettere in campo, se si voleva dare uno sbocco politico alla spinta forte che veniva dal basso. (9)

Ecco perché sono del parere che il problema vero non fu quello di ridurre il compromesso storico a proposta politica di governo. Il vero problema era l’astrattezza della strategia che non corrispondeva alla realtà; la strategia del compromesso storico, intesa come aggiornamento (terza via) della via italiana di avanzata al socialismo, era – nei fatti – superata dalla politica, dalla necessità che un partito che raccoglieva così tanti consensi doveva giocoforza candidarsi al governo del Paese. L’errore grave di Berlinguer fu quello di restare in mezzo al guado per troppo tempo, per paura e per timore di una reazione eversiva, interna e internazionale. Non ebbe la necessaria determinazione e risolutezza. E l’assassinio di Moro, da parte delle Br, rafforzò i suoi timori, aumentò le sue incertezze: non si porta un partito comunista ai livelli elettorali straordinari in cui era giunto il Pci, ad amministrare Regioni e le più importanti città italiane, per poi sostenere un governo di solidarietà nazionale composto solo da democristiani!

La scelta era, come suggeriva l’ultimo Amendola, quello poco prima di morire: o al governo o ricollocarsi decisamente all’opposizione, ma non cuocere a fuoco lento sulla graticola. La svolta avvenne, ma fu tardiva e nella sostanza difensiva, anche se Berlinguer tentò di rinnovare profondamente il partito e di rilanciare il conflitto di classe. Con la sua prematura scomparsa, tutte le contraddizioni che si erano accumulate nel gruppo dirigente si accentuarono: profonde e inconciliabili erano le divisioni, mentre il processo di snaturamento e di mutazione del Pci in altra “cosa” andava rapidamente avanti. Nel XVII Congresso fu enunciata la tesi, come ricorda Magri, “il Pci è parte integrante della sinistra europea” e fu respinto, anche dagli ingraiani, un emendamento semplice semplice di Cossutta “il Pci opera per il superamento del capitalismo”; anzi, per aver riproposto una “posizione emendataria”, Cossutta fu escluso dalla Direzione con Natta Segretario. A rapidi passi si giunse così alla Bolognina e allo scioglimento del Pci.

Sostanzialmente condivido questa parte del libro di Magri, però da uno dei principali protagonisti di quella battaglia mi aspettavo di più. Maggiori notizie e informazioni, una ricostruzione più documentata delle forze in campo, per esempio come si sviluppò la dialettica tra il Sì e il No a cavallo tra il XIX e il XX Congresso e quale operazione politica si tentò di realizzare con le ristrettissime riunioni del “caminetto” tra i leader delle opposte mozioni. (10) Non credo che lo snodo sia stato solo Arco di Trento, anche se fu un appuntamento di grande importanza. Come il confronto non può essere esemplificato tra lo “stare nel gorgo” di Ingrao e la “volontà scissionista” di Cossutta per mantenere una presenza organizzata autonoma dei comunisti in Italia. Ci fu in quella fase anche il tentativo di mettere in discussione la maggioranza occhettiana per indirizzare il congresso nella direzione di costruire un partito dei lavoratori (proposta di Cossutta nel corso delle riunioni del “Caminetto”), insomma un partito tipicamente socialdemocratico o laburista. L’operazione era chiara: se a Rimini si darà vita a un soggetto politico di ispirazione laburista non vi sarà scissione o sarà un fatto del tutto marginale; ma occorreva un’intesa di tutte le aree e le correnti per mettere in crisi la segreteria Occhetto e isolare la posizione liberaldemocratica. Bisognava verificare se Napolitano, D’Alema e Bassolino fossero disponibili a questa operazione. Sappiamo tutti che l’unico che si smarcò alla fine – e tardivamente – fu Bassolino, mentre gli altri esponenti del Sì si strinsero attorno a Occhetto per liquidarlo poi alla prima occasione. Credo che anche questa sia una “possibile storia” su cui Magri poteva cimentarsi.

E se tutto il gruppo dirigente del fronte del No avesse deciso di dar vita al Movimento della rifondazione comunista anche questa sarebbe stata una “possibile storia”. Magri spiega molto bene le cause della debolezza politica e dell’incapacità di ragionare sulla prospettiva dell’insieme di quel gruppo dirigente. Dice delle cose vere, ma non per questo il vertice della mozione del No può essere sollevato dalle sue responsabilità storiche. Se Ingrao, Natta, Tortorella, Chiarante ed altri, avessero dato vita al nuovo partito la storia del Prc sarebbe stata diversa e forse ben altre sarebbero oggi le sorti della sinistra italiana. Sono ormai alla cronaca e all’attualità politica. Questa però è una storia ancora da scrivere. Sarebbe però utilissimo raccontare la cronaca della scissione di Rimini, di come nacque il Prc. Anche per meglio capire le difficoltà di oggi.

Note

  • Il caso Seniga, che era fuggito con la cassa del partito all’estero, fu solo il pretesto per la emarginazione di Pietro Secchia. La ragione di fondo non deve essere rintracciata, come alcuni hanno sostenuto, per esempio Miriam Mafai nel libro “L’uomo che sognava la lotta armata”, ad una sua presunta posizione di forte dissenso da Palmiro Togliatti rispetto alla svolta di Salerno e alla costruzione del partito nuovo, di massa. Non vi è assolutamente nessun scritto di Secchia in contrasto con Togliatti sulla nuova strategia che egli aveva imposto. Il punto di dissenso era sui legami con l’Urss di Stalin e la vicenda appunto delCominform, operazione che Secchia orchestrò in stretta collaborazione con il Cremlino. Come non vi è traccia nel pensiero di Secchia di una visione insurrezionale fondata sulla continuazione della guerra partigiana in rivoluzione socialista come in Grecia. Vi furono alcuni fenomeni, a dir la verità di poca importanza politica di partigiani che avevano tale visione, ma non vi è nessuna documentazione che fossero ispiratida Secchia. A tale proposito il concetto della resistenza tradita, che lo si vorrebbe come base teorica della visione insurrezionale dei secchiani fu ampiamente ripreso da Luigi Longo nel 1975 in una raccolta di scritti “Chi ha tradito la Resistenza”.
  • Anche su tutta la vicenda dell’Assemblea costituente e sulla Carta costituzionale va ricordato il ruolo della Dc di Alcide Degasperi che fu fondamentale nella stesura e approvazione della Costituzione. Gli Usa e gli inglesi mai perdonarono a Degasperi di averla scritta insieme ai comunisti. È per questa ragione, nonostante la grande vittoria elettorale della Dc nel ’48 fu successivamente, nel ’53, emarginato. Gli Stati Uniti non si fidavano di far gestire a Degasperi il piano Marshall. Dunque, anche sulla Dc occorre dare una valutazione storica più articolata ed equilibrata; era un partito che non può essere recintato esclusivamente nel moderatismo.
  • Ho letto da diverse parti su FB la riproposizione di una bella citazione di Pier Paolo Pasolini sulla natura anarchica del capitalismo. Che la natura del capitale sia anarchica è assodata, è un dato poco discutibile. Ma nel convegno che ho citato, alla base del confronto tra Ingrao e Amendola, non tutti erano d’accordo. Non con la programmazione democratico si sarebbe potuto imbrigliare il capitalismo e realizzare le riforme di struttura, ma occorreva un nuovo modello di sviluppo che andasse oltre al tipo di industrializzazione e di modernizzazione del Paese realizzata con il boom economico degli anni Sessanta.Queste posizioninon erano molto lontane dalla elaborazione teorica di una nuova sinistra che si andava in quegli anni formando, che parlava di neocapitalismo, della capacità del capitale di razionalizzare e persino di programmare. Ora è curioso che oggi si citi Pasolini, che sosteneva in modo mirabile, da grande intellettuale e artista che era, un concetto che era soprattutto di Amendola. Forse chi riporta la citazione di Pasolini non lo sa. Però resta la convinzione che lui sia oggi considerato un rivoluzionario e Amendola un destro socialdemocratico.
  • La proposta del partito unico Amendola la enunciò in due articoli su “Rinascita” nel 1964: “Ipotesi sulla unificazione” e “Battaglia unitaria per il socialismo”, nei quali veniva avanzata l’idea di un nuovo partito della sinistra che coinvolgesse Pci e Psi superando le divisioni del ’21, che non avevano più ragione di esistere. La proposta di Amendola, che escludeva le posizioni socialdemocratiche, ciò quelle di coloro che non operavano per superare il capitalismo, fu ripresa da Longo nel corso del XII Congresso del partito come prospettiva strategica su cui lavorare.
  • È bene ricordare per chi purtroppo ha la memoria corta che il primo documento alternativo a quello della maggioranza fu proposto da Cossutta nel XVIII Congresso del Pci con Occhetto Segretario e non dai miglioristi o dagli ingraiani.
  • In quegli anni, amico del figlio Dario, frequentavo assiduamente casa Cossutta. Mi ricordo che una sera, a cena – eravamo un gruppetto di giovani dirigenti della federazione romana della Fgci – Cossutta se ne uscì con una battuta che occorreva trasformare le Associazioni di amicizia Italia-Urss in circoli marxisti-leninisti. Quando alcuni di noi gli fecero notare che ciò poteva configurare la costituzione di un nuovo partito cambiò discorso. Mi ricordo però che tra noi discutemmo molto di questa sua idea che allora ci sembrò una battuta estemporanea. Inoltre, Cossutta ripeteva spesso che la maggioranza nel Comitato centrale del Pci era molto a rischio. Pertanto, era necessario vigilare.
  • Il ’68 era espressione di grandi istanze di libertà e chiedeva un rinnovamento profondo della società e della sua cultura. Portatore di nuove espressioni artistiche e dei costumi (troppo bigotti) doveva essere giustamente ascoltato e capito, come fece Luigi Longo. Questa sua posizione non era in contraddizione con la richiesta di Giorgio Amendola della necessità della lotta su due fronti. Non si trattava di negare o addirittura reprimere queste istanze di rinnovamento portate avanti dalle nove generazioni, ma di conquistarle e canalizzare nel solco della strategia rivoluzionaria del Pci e non semplicemente di inglobarle, senza un vero confronto culturale e ideologico, come di fatto fece successivamente Enrico Berlinguer con il sostegno di Pietro Ingrao. Per cui molti militanti e dirigenti della nuova sinistra assunsero presto ruoli di direzione nel partito senza che vi fosse nessuna vera selezione. Si impegnavano, erano culturalmente preparati, parlavano bene e tutto ciò era più che sufficiente. Si avviò così un processo di snaturamento dei gruppi dirigenti del Pci in cui gli operai e più complessivamente il mondo del lavoro erano sempre più marginalizzati.
  • La linea che Enrico Berlinguer assunse in questi anni era dettata dalla riflessione di fondo che era possibile nell’Europa occidentale che un partito comunista potesse andare al Governo, attraverso libere elezionifacendo parte di un ampio schieramento democratico e di sinistra,per avviare un processo di trasformazione del paese in senso socialista. Da qui la sua tesi di introdurre tramite questa azione di governo elementi significativi di socialismo. È proprio su questa ipotesi strategica che nel corso degli anni ho concentrato la mia critica a Berlinguer. A differenza di lui non ho mai creduto che in Europa occidentale, e in particolare in Italia, vi fossero le condizioni, nazionali e internazionali, di un ingresso del Pci nell’area governativa per condurre un’azione incisiva di trasformazione della società in direzione del socialismo. L’Europa, insomma, non è un punto alto dello scontro tra capitale e socialismo, al contrario uno dei punti più bassi, come le vicende di oggi purtroppo confermano. La mia posizione si rifaceva alle posizioni di dirigenti del Pci come Amendola e Cossutta. Quest’ultimo nel XIV Congresso del Pci, dopo l’esperienza del Governo di solidarietà nazionale, propose di riposizionare il Pci «su una opposizione di lunga lena». Ma restò isolato. Si è visto che sul compromesso storico ci fu l’opposizione di Luigi Longo. Scomparso lo storico dirigente, tra i fondatori del Pci, su eurocomunismo, terza via e condanna dell’intervento militare sovietico in Afghanistan l’opposizione, spesso solitaria in Direzione, fu svolta da Amendola. Sull’Afghanistan Cossutta mi raccontò un episodio. A conclusione della Direzione in cui Amendola votò per la risoluzione di condanna dell’Urss proposta da Berlinguer «mi disse che era stupito che non l’avessi sostenuto». Recentemente Paolo Franchi nel suo libro “Il tramonto dell’avvenire”, sostiene, giustamente, che Amendola giustificava la decisione dei sovietici in Afghanistan in quanto erano estremamente preoccupati dal formarsi in quel paese di un movimento islamico fondamentalista foraggiato e armato dagli Stati Uniti che poteva creare non pochi problemi alle Repubbliche sovietiche dell’Asia. Per questa ragione, scrive Franchi, ho rivalutato in questi anni molto la posizione di Amendola. Oggi sappiamo molto bene che l’Afghanistan e il Kossovo sono stati le due regioni dove gli Usa, la Cia e la Nato hanno operato massicciamente per la creazione e lo sviluppo di centrali terroristiche islamiche per destabilizzare, in diverse aree, Governi a loro poco amici o considerati inaffidabili. Recentemente Putin, nel corso di una lingua intervista, ha affermato che furono due grandi errori dell’Unione Sovietica gli interventi in Ungheria e in Cecoslovacchia, che hanno appannato l’immagine di un paese convinto sostenitore delle lotte di liberazione contro il colonialismo. Non ha citato però l’Afghanistan. È solo una dimenticanza? Occorre per altro ricordare che il vituperato Stalin non prese mai in considerazione, dopo la rottura con Tito, di condurre operazioni militari o di violente interferenze sulla Jugoslavia. Sull’intervento militare in Cecoslovacchia infine rammento che la risoluzione di condanna da parte del Pci fu scritta da Cossutta, allora della Segreteria del partito, d’intesa con il Segretario Longo. E fu Longo che successivamente inviò Cossutta a Mosca per ricucire la rottura con i sovietici dopo la dura posizione presa del Pci. Insomma, si praticava ancora il concetto togliattiano dell’unità nella diversità.
  • Ci sarebbe molto da scrivere sull’epilogo delle esperienze socialdemocratiche di quegli anni e su cosa sono è diventata oggi la socialdemocrazia tedesca e del totale fallimento del modello scandivano.
  • È interessante rammentare che la terza mozione al XIX Congresso, quella di Armando Cossutta e Gianmario Cazzaniga (sostanzialmente da quest’ultimo scritta) s’intitolava “Per una democrazia socialista in Europa”, ovvero riprendeva il nome del Pds tedesco nato dalle ceneri del vecchio partito comunista della Ddr. A differenza della seconda mozione, quella di Natta, Ingrao e Tortorella, non poneva come questione strategica la difesa del nome comunista, “gli orizzonti del comunismo”. La difesa del nome era un atto formale mentre invece tentava di definire, anche dal punto di vista teorico, i confini di un nuovo soggetto della sinistra dai forti tratti anticapitalistici. Era pertanto per molti aspetti fortemente innovativa rispetto alla seconda mozione e nel contempo contrastava con una certa efficacia teorica la proposta del primo documento di “sbloccare il sistema politico italiano”  e “non morire – si diceva allora – democristiani”.

40 anni dalla morte di Luigi Longo

Fonte foto: Associazione Enrico berlinguer (da Google)

 

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1 commento per “Su “Il sarto di Ulm”: alcuni nodi di storia del PCI

  1. Eros Barone
    20 Settembre 2023 at 23:20

    Estendendo il discorso da fare circa i meriti e i difetti del libro di Lucio Magri, cioè, in buona sostanza, circa la parabola del revisionismo italiano, occorre chiarire che è del tutto infondato il giudizio storico-politico secondo cui il revisionismo, cioè l’abbandono, nei fatti, di una prospettiva rivoluzionaria e la sua sostituzione con una strategia riformista, sarebbe cominciato nel periodo della direzione di Berlinguer, mentre il periodo precedente (1945-1970) sarebbe stato un periodo immune dal virus revisionista. Al contrario, un’analisi storica non superficiale basta a dimostrarci che la degenerazione revisionista risale perlomeno al 1945, ossia alla gestione semi-opportunista della “svolta di Salerno”, laddove la ‘svolta’ fu una scelta giusta, poiché la contraddizione centrale era in quel momento la contraddizione tra il fascismo e la Resistenza, e l’errore di Togliatti, all’inizio minima deviazione angolare, destinata a diventare poi una forbice sempre più ampia nei cinque lustri successivi, fu quello di trasformare una scelta tattica in una prospettiva strategica di collaborazione con la borghesia. Perché questo processo involutivo è potuto avvenire? Per rispondere a questa cruciale domanda occorre ribadire che, al netto dell’azione di contrasto esplicata, con l’appoggio di Stalin, da Secchia e da una frazione minoritaria formalmente antirevisionista, la trasformazione del PCI in “partito operaio borghese” (secondo la classica definizione di Engels e di Lenin), prima della sua finale liquidazione ad opera di Occhetto e di Napolitano, non è stata semplicemente l’opera soggettiva di un gruppo di dirigenti revisionisti (quasi che il PCI fosse un ‘corpo sano’ con una ‘testa malata’). Questi dirigenti infatti erano l’espressione di una precisa realtà sociale, rappresentata dal crescente predominio, all’interno di quel partito, dell’aristocrazia operaia, della burocrazia sindacale, della piccola borghesia e degli intellettuali borghesi e piccolo-borghesi: predominio dovuto alla politica di corruzione dei quadri comunisti praticata dai ceti dirigenti del capitalismo sul piano sia economico che ideologico. «Oggi – scriveva Lenin già nel 1916 – il “partito operaio borghese” è inevitabile e tipico di tutti i paesi imperialisti… Nella lotta fra queste due tendenze – continuava Lenin riferendosi alla lotta fra il revisionismo di cui è portatore il “partito operaio borghese” e il marxismo rivoluzionario di cui sono portatori i comunisti – si svolgerà ora inevitabilmente la storia del movimento operaio, poiché la prima tendenza non è casuale, ma economicamente determinata». Evidentemente, come rivela l’involuzione delle formazioni comuniste create e poi sciolte in questo ultimo decennio, non è né facile né semplice liberarsi dal retaggio identitario, opportunista e revisionista, del PRC e del PCI, se non si fanno i conti con quella che è stata a suo tempo felicemente definita come l’ideologia della “rivoluzione senza rivoluzione” e, più in generale, con il gramscismo. Una lezione che certamente Pietro Secchia meditò negli ultimi anni della sua parabola politica, quando fu colpito dal movimento studentesco, nel quale ravvisò somiglianze col ribellismo della propria generazione, ma che interpretò sempre facendolo rientrare nei canoni leninisti della sua formazione teorica. Frutto di questa simpatia e, in particolare, dei legami stretti con il Movimento Studentesco di Milano fu la sua collaborazione con l’editore Giangiacomo Feltrinelli, che si tradusse nella cura della rivista “Annali” e in quel libro sulla “Guerriglia in Italia” (1969) al quale si deve la grande influenza esercitata nella formazione del mito postumo del suo autore.

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