Il Capodanno, ovvero la disperazione

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Foto: La Repubblica Napoli (da Google)

 

L’ultimo dell’anno è uno dei giorni più tristi di tutto l’anno, forse il più triste. E’ il giorno in cui le persone fanno i conti, o meglio sono state convinte, che è il momento per fare i conti con la propria condizione esistenziale. Se si ha l’opportunità (perché così viene vissuta) di poter scegliere fra tre o quattro feste (ancor più se si è invitati), vuol dire che si sta dalla parte alta della classifica, quella degli “inseriti”. Se invece non si ha un cazzo da fare e ci si sbatte disperati per cercare di imbucarsi da qualche parte, si sta dalla parte bassa, quella degli “sfigati”.

Inutile dire che la maggior parte delle persone fa parte di questa seconda schiera. Fortunatamente, da un po’ di anni a questa parte, le amministrazioni locali hanno tolto le castagne dal fuoco a tanta gente organizzando megaconcerti all’aperto. In tal modo masse di “sbandati” (cioè di gente che non è stata invitata neanche a prendere un caffè e che non sa dove sbattere la testa) dell’ultima ora hanno un luogo dove ritrovarsi in una caciara collettiva per la verità, a mio parere, molto triste. Però meglio quello – pensano in tanti – piuttosto che ritrovarsi da soli in casa. E questo gli consente di tirare un sospiro di sollievo subito dopo la mezzanotte. “E anche questo Capodanno è passato, l’abbiamo sfangata!”, questo è il pensiero di tutti, e fortunatamente qualcuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce.

Forse solo il giorno di Ferragosto potrebbe essere paragonato all’ultimo dell’anno, come termometro, diciamo così, della disperazione sociale e umana. Però a Ferragosto, male che va, si può sempre andare al mare, il clima aiuta, il sole, il caldo, l’estate. E poi non si deve essere allegri e partecipare al rito collettivo a tutti i costi. La consuetudine non lo impone.

Il Capodanno invece è terribile, una specie di tirannia psicologica, imposta e autoimposta. Personalmente, ho impiegato anni ed anni per liberarmi dell’incubo del Capodanno e depurarmi definitivamente da quello che era un vero e proprio condizionamento sociale, quasi un archetipo. In gioventù, specie quando ero in coppia, mi sentivo in obbligo di organizzare qualcosa di “fico” per l’ultimo dell’anno. Perché, come dicevo prima, il Capodanno rappresenta la cartina al tornasole della nostra affermazione sociale, della nostra collocazione nella società.

Siamo schiavi. Servi volontari di convenzioni che ci rovinano l’esistenza ma che non riusciamo a superare. Anche da queste apparentemente piccole cose passa il cammino della liberazione di ciascuno di noi.

Per cui, in conclusione, come diceva “er Califfo” (per allegerire il tutto e buttarla sull’ironico): ”Bon Anno a tutti, io m’addormo”…

E cerchiamo di “violentarci” il meno possibile questa notte… 🙂

 

 

 

 

3 commenti per “Il Capodanno, ovvero la disperazione

  1. Rutilius hystrio
    31 Dicembre 2017 at 12:23

    In queste feste di merda mi hanno invitato a quattro feste.
    Le ho disertate tutte. Diserto anche stasera, sebbene invitato – e sono cinque. Meglio soli che in mezzo ai coglioni. In che categoria si mettono i misantropi?

  2. gino
    31 Dicembre 2017 at 16:14

    e dai, non fate i testimoni di geova! ahah!
    scherzo.
    hai ragione fabrizio, io sul festeggiare in genere scrissi pure un breve saggio intitolato “la psicosi del sacrificio”: più ti fai del male e più la gente ti applaude (specie le donne…).
    ma non sono talebano, ho passato dei capodanni piacevoli, in buona compagnia. qua in brasile spesso in piazza in mezzo a un milione di persone, ma rifiutandomi categoricamente di vestirmi di bianco, obbligatorio in brasile a capodanno.
    una volta passai un capodanno coi compagni al piglio a tirarci addosso raudi, ahah!
    buon anno a tutti, a chi ci tiene e a chi no.

  3. dante
    1 Gennaio 2018 at 16:51

    Buon Anno anche a te 😉

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