Di bolina, contro un vento gelido e sferzante

Di seguito la mia relazione introduttiva in occasione del decennale de L’Interferenza tenutosi a Roma sabato 11 Maggio.

(Fabrizio Marchi)

Abbiamo deciso di dare vita ad un giornale che avesse un approccio critico alla realtà nella sua complessità, fuori da liturgie e schemi preconfezionati e consapevoli del fatto che è necessario aggiornare le categorie con le quali si analizza e si interpreta la realtà stessa e probabilmente – senza dimenticare mai le nostre radici – anche crearne delle nuove alla luce di una realtà che, appunto, diventando con il tempo sempre più complessa necessita di strumenti adeguati per essere compresa e possibilmente trasformata.

Senza questo metodo di lavoro si rischia, anzi si arriva inevitabilmente a capovolgere le cose. Si finisce cioè per applicare la realtà, necessariamente deformandola, all’ideologia pur di far quadrare i propri conti, cioè pur di confermare la giustezza e la validità del proprio paradigma ideologico.  Questo è ciò che ha determinato e continua a determinare il dogmatismo. Viceversa, il nostro approccio metodologico è sempre stato quello di cercare di entrare in una relazione dialettica con la realtà per comprenderne le dinamiche sociali, economiche, culturali, politiche e ideologiche che la caratterizzano.

E’ applicando tale metodo che siamo arrivati ad individuare quella che per noi è l’ideologia attualmente egemone nelle società occidentali, cioè l’ideologia neoliberale di cui ciò che definiamo con il termine di “politicamente corretto” è il mattone o uno dei mattoni fondamentali.  

Quali sono i capisaldi di tale ideologia?

  1. Il capitalismo, non più concepito come una forma storica dell’agire umano, è stato elevato a vera e propria condizione ontologica. Il che comporta che il dibattito filosofico e filosofico politico viene contestualmente ridotto ad una sorta di mero carosello di opinioni, privato quindi di ogni funzione e fondamento veritativo (senza naturalmente, lo ripeto ancora, cedere mai al dogmatismo che è speculare al relativismo assoluto, che è anch’esso una forma di dogmatismo). Tale fondamento è oggi individuato solo e soltanto nella tecnica  e nel capitale e ovviamente nel rapporto fra tecnica e capitale, quest’ultimo già elevato, come dicevo, a condizione ontologica, quindi imprescindibile e insuperabile. Possiamo dunque, credo a ragione, parlare di società “tecno capitalista”, anzi, di dominio tecno capitalista.
  2. La conseguenza di ciò, e arrivo al secondo punto, è il relativismo culturale e nello stesso tempo il disconoscimento di ogni aspetto naturale e biologico dell’esistenza. Ciò che chiamiamo “transumanesimo” è il prodotto di una simile concezione che potremmo definire “culturalista” se non ultraculturalista. Una concezione che si fonda sull’idea di una totale separazione fra natura e cultura, o meglio sulla negazione dell’esistenza di qualsiasi fondamento naturale (ad esempio del maschile e del femminile che da tempo vengono considerati come dei meri costrutti culturali). Ma questo è impossibile, a mio parere un assurdo, per la semplice ragione che gli esseri umani sono esseri naturali e culturali nello stesso tempo e questa è la loro specificità, fin da quando i nostri antenati si drizzarono su due gambe e forse anche prima quando erano in grado di selezionare un frutto rispetto ad un altro con delle primissime e sia pur rudimentali operazioni logiche superiori a quelle di qualsiasi altro animale.

All’estremo opposto di questa visione delle cose si trovano quelli che io definisco gli “ontologisti”, oggi minoranza, cioè coloro che sostengono – consentitemi l’uso improprio di certe categorie ma ci capiamo – che “l’essere è” e non può essere altro rispetto a ciò che è, quindi una condizione di immutabilità. La conseguenza ma soprattutto il fine di questo modo di vedere le cose è naturalmente – sul piano politico, ideologico e della concezione  di quella che chiamiamo società civile – il mantenimento e la conservazione dello status quo.

Queste due concezioni si alimentano vicendevolmente e sono facce della stessa medaglia. “Ontologisti” e culturalisti”, destra e “sinistra” (che scrivo fra virgolette) , se traduciamo il tutto sul piano politico. Oggi è naturalmente la visione culturalista ad essere egemone, perché più funzionale per tante ragioni che ora non ho tempo di spiegare al sistema capitalista, giunto all’attuale stadio del suo sviluppo e alla sua riproduzione, fermo restando – e qui c’è la palese e grande contraddizione di questa concezione – l’idea della immutabilità o meglio della insuperabilità del capitalismo stesso che in tal modo non è più concepito soltanto come un mero rapporto di produzione ma viene elevato ad una vera e propria religione, sia pur secolarizzata, priva di una teologia vera e propria e purtuttavia con un suo messianismo, un suo culto e i suoi riti (come sosteneva Benjamin). Colpa, debito inestinguibile e sacrificio costituiscono le sue fondamenta, i suoi precetti e il suo castigo, mentre il consumo e l’accumulazione illimitata sono il premio. E’ infatti in una distorsione e in una idea degenerata e pervertita del Cristianesimo che il capitalismo affonda le sue radici, oltre e prima ancora della sua variante protestante e calvinista, come peraltro A. Visalli ha egregiamente spiegato nel suo libro “Classe e partito. Ridare corpo al fantasma collettivo”.

E’ all’interno di questo complesso paradigma ideologico che nascono e si affermano il “transfemminismo”, cioè l’ultimissima evoluzione del femminismo – comunque a mio parere già uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia capitalista e neoliberale – le teorie sulla fluidità di genere, la cosiddetta cultura “woke”, e il “progressismo”, cioè l’idea di un progresso illimitato e infinito, comunque foriero e portatore di “Bene”, che marcia parallelamente e non casualmente al concetto di accumulazione in linea teorica infinita e illimitata del capitale e delle sue sorti magnifiche e progressive. 

Ora, queste ideologie hanno una diversa funzione, interna ed esterna. Quella interna ha come finalità quella di costruire e alimentare ulteriori conflitti orizzontali – oltre a quelli tradizionali, cioè autoctoni contro immigrati, lavoratori precari contro lavoratori a tempo indeterminato, lavoratori privati contro quelli pubblici, giovani contro anziani – e cioè quello delle donne (con a seguito le minoranze lgbtq) contro gli uomini che è quello più subdolo perché va a toccare sensibilità e aspetti profondi che riguardano la sessualità, l’affettività, il paterno e il materno. E naturalmente quella di depistare dalle contraddizioni sociali (di classe) con il compito di disinnescare il potenziale conflitto che da queste potrebbe scaturirne, l’unico realmente temuto dalle classi dirigenti e che deve essere, appunto, disinnescato alla radice. Questo conflitto, abilmente camuffato sotto le vesti della emancipazione e della liberazione delle donne e dell’umanità intera, si fonda sul postulato in base al quale l’attuale società capitalistica sarebbe tuttora a dominio patriarcale. Questa tesi, a mio parere del tutto priva di fondamento – ma ne discuteremo oggi pomeriggio – è tuttora sostenuta da tutte le correnti femministe, nessuna esclusa, da quella dell’eguaglianza a quella della differenza, a quella queer fino a quella cosiddetta interiezionale o sedicente di classe.

La funzione esterna è invece quella di fungere da grimaldello, da piede di porco ideologico per destabilizzare stati e paesi non allineati all’impero (e all’imperialismo) occidentale a trazione e dominio americano. Interessante notare che queste ideologie hanno una grande capacità di penetrazione, anche in alcuni stati socialisti, o semisocialisti, come Cuba e il Venezuela, e addirittura in parte anche in un paese come l’Iran (sfruttando le sue contraddizioni interne), ma non in Russia e in Cina, due paesi molto diversi fra loro, che hanno mantenuto una sostanziale impermeabilità nei confronti dell’ideologia neoliberale e politicamente corretta occidentale.  Su questo, naturalmente, è necessario riflettere perché non può essere casuale che i due bastioni che guidano il mondo dei BRICS siano appunto impermeabili a questa ideologia, nelle forme che questa ha assunto in Occidente.

Tornando, sia pur brevemente, alla questione della tecnica, è evidente che la critica al dominio tecno capitalistico non significa nel modo più assoluto – voglio chiarirlo – una ostilità preconcetta nei confronti della tecnica in sé nè tanto meno della scienza che comunque non sono mai neutre, è bene ricordarlo. Il problema è il loro utilizzo in un senso o in un altro, proprio perché quella della loro neutralità a prescindere dal contesto è un mito alimentato ad arte. E proprio in un’epoca in cui si aprono prospettive nello stesso tempo affascinanti ma anche inquietanti – penso innanzitutto all’IA, con tutto ciò che comporterà, su come verrà utilizzata, in quale direzione e con quali finalità, ma penso anche alla procreazione artificiale (pensiamo all’utero in laboratorio di cui la maternità surrogata è soltanto il prodromo, che potrebbe aprire e a mio parere aprirà uno scenario estremamente pericoloso, una forma di eugenetica più che inquietante) – è fondamentale che scienza e tecnica debbano restare soggette al controllo e al dibattito pubblico e democratico. Il che significa che il politico, inteso come categoria, e la politica, intesa come dimensione pubblica e democratica, debbono avere la priorità che invece hanno pressoché quasi completamente smarrito da alcuni decenni a questa parte, nel mondo occidentale.

E’ a questo punto solo un apparente paradosso che l’ideologia politicamente corretta in tutte le sue articolazioni si sia affermata nella stessa fase storica (seguita al crollo del socialismo reale sovietico) in cui le “democrazie” occidentali si stanno sostanzialmente trasformando e in larga parte si sono già trasformate in “tecnocrazie”.  Possiamo definire le attuali società occidentali come liberali, o meglio neoliberali e tecnocratiche ma di certo non democratiche o non più democratiche. Durante gli anni del cosiddetto “trentennio glorioso”, infatti, anche e soprattutto in virtù dell’esistenza di una “cosa” chiamata movimento operaio (e del movimento comunista e di quello socialista), in Occidente abbiamo conosciuto una fase storica in cui i lavoratori, le classi subalterne e le masse popolari, anche attraverso i loro principali strumenti, cioè partiti e sindacati, hanno vissuto un protagonismo sociale e politico che ha “imposto” una qualità e un tasso, diciamo così, di democrazia mai conosciuto prima di quella stessa fase storica. Ma questa fase è ormai finita, con il crollo del socialismo reale e del movimento comunista e socialista. Con la crisi, la sconfitta e anche il fallimento  dell’esperienza comunista concretamente realizzatasi (per tante ragioni esogene ed endogene che ora ovviamente non posso affrontare), quindi dell’”idea forte”, come si suol dire, entra in crisi irreversibile anche l’”idea debole” che da quella forte traeva linfa e ragion d’essere, cioè la ormai vecchia socialdemocrazia europea. E contestualmente al morire del movimento comunista e di quello socialista si sono affermate fino a diventare parte fondamentale dell’ideologia dominante, cioè dell’ideologia neoliberale e politicamente corretta, quella femminista e i loro derivati, trans femminismo, ideologia gender ecc. E questo è un fatto oggettivo. E’ evidente che ciò non può essere e non è infatti casuale dal momento che queste ideologie non nascono a Mosca o a Pechino ma nei campus californiani e nei salotti liberal newyorkesi e contestualmente sbarcano in Europa occidentale contribuendo (anche se non le sole, ovviamente) in modo significativo ad indebolire la Sinistra storica, a minarla alle fondamenta e ad affossarla definitivamente. E’ solo apparentemente paradossale che anche la sinistra cosiddetta o sedicente antagonista e anche la gran parte di ciò che rimane di quella comunista o che si richiama, sia pure tirandola per la giacchetta da più parti, all’esperienza comunista, non solo non si sia resa conto di tale processo ma sia del tutto imbevuta di tale ideologia. Afferma di voler combattere il sistema dominante ma ne sposa totalmente la sua ideologia. Una contraddizione in termini clamorosa che per quanto mi riguarda ci conferma quanto dicevo poc’anzi a proposito del dogmatismo e del capovolgimento delle cose. Si osserva la realtà e poi la si applica alla propria ideologia, ai propri “testi sacri”. Se i conti non tornano si arriva a deformare la realtà pur di mantenere intatte le proprie convinzioni. E’ ovvio che qui siamo di fronte a due aspetti. Uno è di ordine psicologico – perché mettere in discussione le proprie convinzioni comporta uno sforzo enorme, soprattutto per chi ha costruito la propria identità personale sulle suddette convinzioni – l’altro è di natura strumentale, mi riferisco ovviamente all’opportunismo che porta a non mettersi controcorrente o “contromano” rispetto allo spirito dei tempi.

Alla luce di tutto quanto ho finora detto, e mi avvio alla conclusione, è dunque evidente che c’è bisogno di sparigliare le carte, di mollare vecchi ormeggi ormai inutili se non dannosi (il riferimento alle attuali “sinistre” non è casuale..) e di navigare in mare aperto, forti però delle nostre radici, della nostra esperienza e di una bussola che ci consentono una navigazione relativamente sicura anche quando si va di bolina, come si suol dire, e il vento è gelido e sferzante, come è in questa fase storica. Mi auguro che tutto questo lavoro prodotto in questi dieci anni (come quello prodotto da altri) possa essere utile non solo sul piano della riflessione politica e culturale ma anche per gettare dei semi per la costruzione di un futuro, ipotetico, auspicabile nuovo soggetto politico in grado di interpretare la realtà con lenti adeguate, quelle a cui facevo riferimento nell’incipit. Un soggetto di cui avvertiamo l’assenza e nello stesso tempo la urgente necessità, consapevoli però del fatto che è impossibile oltre che sbagliato forzare i tempi. Né tanto meno si può mettere il carro davanti ai buoi e pensare di poter fondare un tale soggetto unilateralmente partendo da presupposti ideologici dati a priori perché è evidente che non potrà che essere il risultato di un processo complessivo che matura e prende corpo all’interno delle contraddizioni, vecchie e nuove, prodotte dal contesto storico-sociale.  In ogni caso su questo tema ci impegneremo ad organizzare un nuovo evento in tempi relativamente brevi.  

 

Fonte foto: Aldo Cherini (da Google)

3 commenti per “Di bolina, contro un vento gelido e sferzante

  1. Giulio Bonali
    13 Maggio 2024 at 16:48

    Non avendo purtroppo potuto partecipare all’ incontro di Roma, mi permetto di esporre qui alcune brevi considerazioni sui pochissimi, secondari motivi di dissenso da parte mia (del tutto inutile essendo il ripetere peggio il moltissimo ed importante su cui sono pienamente d’ accordo).

    Che la tecnica non sia mai neutra concordo, in quanto trattasi di applicazione della scienza a scopi inevitabilmente soggettivi (più o meno buoni e giusti, più o meno democratici, più o meno civili, più o meno confacenti a questo o quel soggetto personale o sociale, ecc. a seconda dei casi).
    Invece credo che a proposito della scienza (in quanto tale, “pura”) non abbia senso parlare di maggiore o minore “neutralità” (o meno), ma casomai di maggiore o minore verità o meno, oggettività o meno, certezza o meno; e con i miei maestri (innanzitutto David Hume) credo che non possa mai darsene certezza assoluta, ma che, se si ammette un minimo di postulati indimostrabili (tali però che di fatto chiunque sia correntemente considerabile sano di mente per lo meno tende a comportarsi come se fossero certamente veri), allora é vera ed oggettiva (o per lo meno intersoggettiva).
    E, per il fondamentale criterio razionalistico del rasoio di Ockam, la scienza in senso stretto o forte, quello delle scienze “naturali” é la più certa fonte di conoscenza vera ed oggettiva possibile, necessitando della verità del minor numero di postulati indimostrabili (dunque dubbi, passibili di essere eventualmente falsi) rispetto a qualsiasi altra pretesa fonte di di conoscenza circa il mondo materiale – naturale; il quale ultimo (a mio avviso di dualista) non esaurisce la realtà in toto, essendo ad esso non riducibile né da esso emergente o ad esso sopravveniente (ammesso e non concesso da parte mia che questi pseudoconcetti possano avere un qualche significato) il mondo mentale (per dirlo a là Descartes: la res cogitans).
    E dunque che sia di gran lunga la migliore guida possibile per un’ azione che aspiri ad essere efficace nel conseguimento di scopi (inevitabilmente) soggettivi. Ma non invece nella valutazione della reciproca preferibilità o meno dei diversi scopi o aspirazioni soggettivi, spesso non conseguibili congiuntamente ma solo alternativamente gli uni agli altri, i quali non essendo intersoggettivi né propriamente e letteralmente “misurabili” attraverso rapporti numerici (ma solo metaforicamente e vagamente “ponderabili” o “soppesabili”), come tutta la res cogitans, delle scienze naturali non possono essere oggetto di conoscenza (ma possono -e a mio parere di razionalista devono- esserlo soltanto di una scienza intesa in senso largo o debole, quello delle scienze “umane”).

    A proposito delle esperienze del “socialismo reale” dissento dal concetto qui più volte reiterato di “crollo” e ancor più da quello di “fallimento” per il semplice fatto che non si trattò di esperimenti condotti nell’ ambiente incontaminato ed asettico (e più o meno neutro; certamente intersoggettivo) di un laboratorio scientifico, ma invece di una quasi secolare lotta di classe furibonda, sempre violentissima anche nelle limitate fasi di guerra relativamente “fredda” (ma pur sempre guerra!), condotta dai suoi nemici (di classe) attraverso l’ impiego di tutti mezzi disponibili, anche dei più criminali, barbari, abbietti e disumani.
    Quelle esperienze da una parte hanno condizionato positivamente, almeno in qualche non trascurabile misura, il conflittualmente coesistente capitalismo reale (conquiste dello “stato sociale”, che infatti il capitale monopolistico finanziario al potere ha potuto immediatamente cominciare a smantellare dopo la cauta del muro di Berlino), ma che dall’ altra parte ne sono state reciprocamente condizionate pesantemente in senso negativo (il che ovviamente non significa ignorarne i limiti e i difetti, né gli errori dei suoi gruppi dirigenti, solo in parte riconducibili ai deleteri effetti “estrinseci” subiti da parte del capitalismo reale dominante in larga parte del mondo più economicamente sviluppato).
    E non credo che si tratti di una questione di lana caprina, semplicemente di una manifestazione della difficoltà (di cui da parte mia sono consapevole e che cerco con tutte le forze di superare) della difficoltà di ordine psicologico di mettere in discussione le proprie convinzioni, comportante uno sforzo enorme da parte di chi (come me) ha costruito la propria identità personale sulle convinzioni che del “socialismo reale” stesso erano a fondamento teorico.
    Sono invece convito che uno studio oggettivo, intellettualmente onesto e quanto più possibile spassionato di quelle esperienze storiche (e una conseguente loro valutazione complessa e variegata ma “in ultima analisi sostanzialmente positiva”) sia una ineluttabile conditio sine qua non per poter superare la falsa narrazione ideologica dominante per la quale alla barbarie capitalistica “there is no alternative (Thatcher) in quanto qualsiasi tentativo di superarla porterebbe inevitabilmente di fatto a rimedi peggiori del male che si vorrebbe combattere. Falsa narrazione ideologica reazionaria che più potentemente di qualunque altra fonda e sostiene l’ odierno potere capitalistico imperialistico reazionario che sta portando le classi sfruttate e la specie umana tutta alla rovina, e forse alla irrimediabile “autoestinzione prematura”.
    E che si tratti anche anche di una ineludibile conditio sine qua non per poter superare la nefasta, controproducente tendenza, sempre ricorrente fra chi lotta per un futuro migliore, a cadere in una sorta di “moralismo perfezionista” che pretendendo di astenersi dallo sporcarsi le mani nella lotta inevitabilmente cruenta necessaria all’ uopo, ignorando che la perfezione non esiste nella realtà naturale e men che meno umana e dunque la pretesa di conseguirla non può essere un criterio di azione efficace ma anzi inevitabilmente finisce per diventare foriera di un disfattismo e di una fatale subalternità al nemico di classe, queste sì per davvero immorali.

    Grazie per l’ attenzione.

  2. Armando Ermini
    14 Maggio 2024 at 23:40

    Voglio fare alcune osservazioni nell’ambito di un sostanziale apprezzamento dell’introduzione di Fabrizio al Convegno per il decennale dell’Interferenza. Per prima cosa credo sia giusto sottolineare questo passaggio su cui concordo in pieno.
    <> Che l’attuale capitalismo sia “patriarcale” è una sciocchezza enorme, sia perchè il concetto di “patriarcato” è stato ed è travisato totalmente nel suo significato autentico (non essendoci qui tempo e spazio per argomentare mi limito a rimandare chi fosse interessato al numero 587 di http://www.ilcovile.it), sia perchè è ormai del tutto evidente che gli antichi “privilegi ” maschili (uso le virgolette sia perchè quelle vecchie prerogative erano bilanciate da un gran numero di obblighi personali e sociali, sia perchè quei “privilegi” non riguardavano in nessun modo gli uomini delle classi basse, operai, contadini, piccoli commercianti ecc., ossia la stragrande maggioranza della popolazione).
    Detto questo, credo sia importante soffermarsi sulla questione della Tecnica e della scienza, e della loro supposta neutralità, da cui discenderebbe la conseguenza che la partita si gioca tutta sul loro uso giusto o sbagliato ,cioè indirizzato o meno verso il bene della collettività.
    Circa la scienza, premessa la mia incompetenza, mi limito ad osservare , a) che le verità scientifiche non possono essere considerate universalmente valide, ma occorre sempre delimitarne il campo di applicazione. Così è, per esempio, per la fisica newtoniana. b) che , quando una ricerca è finanziata da un ente privato (ad esempio una casa farmaceutica) , gli interessi e gli scopi del finanziatore hanno un ruolo molto importante , tale che quella ricerca non può essere considerata “neutra” e fatta solo per amore di conoscenza.
    Sulla TECNICA : rimandando per approfondire la questione al n. 868 del già citato http://www.ilcovile.it , credo possa essere utile utile riproporre qui il testo di un mio recente intervento ad un convegno , appunto sulla tecnica, a cui ero stato invitato per una breve relazione.
    Partirei allora con l’affermare A)che lo statuto della tecnica è in sé ambivalente. Scrive l’amico Rino Della Vecchia in un suo breve ma denso articolo dal titolo “Solo la tecnica ci può salvare?” (1) , che nessuno, giustamente, rinuncerebbe agli antibiotici o alla chirurgia, o distruggerebbe le macchine agricole, i telefonini, la Tac ecc. ecc.. Anche i critici più feroci , prosegue, non condannano la tecnica in toto, ma sostengono che occorre salvarne la parte buona , tornare a considerarla uno strumento “strappandola dal ruolo che ha assunto: quello di determinare i valori e perciò il destino”. Valori , quelli determinati dalla tecnica, che possono essere riassunti, prosegue, in uno solo : “tutto ciò che la alimenta è bene, ciò che la frena è male………………Il dogma è questo:ciò che si può fare è bene e perciò deve essere fatto. “ Così, ad esempio, tutte le forme riproduttive umane tecnicamente possibili , diventano immediatamente buone e giuste, veicolo di libertà e autodeterminazione dei singoli, nonché , scrive Della Vecchia, “condicio sine qua non dell’eguaglianza”.
    C’è qui un primo snodo fondamentale della questione. Se le pratiche politiche, economiche, etiche e morali della modernità fossero conseguenza diretta e inevitabile della tecnica il problema si porrebbe in modo apocalittico: accettarla o rifiutarla in toto, nel bene e nel male? Se invece si ritiene che quelle pratiche della modernità , benchè influenzate dalla tecnica, non ne siano una conseguenza necessaria ma il frutto di un suo uso distorto, l’interrogativo principale diverrebbe quello di come fare a indirizzarla verso il bene dell’uomo.
    Esiste cioè un modo per sfuggire all’alternativa radicale fra il ritorno all’Arcadia e gli esiti finali e ineluttabili del “progresso” tecnico e della Modernità , che possono essere riassunti col termine TRANSUMANESIMO, ossia la contaminazione fra essere umano e apparati tecnici al fine di “migliorarne” le prestazioni , di cui stiamo già vedendo alcuni vagiti , e il cui corollario è la pretesa di “creare” una natura altra, artificiale, che più nulla ha in comune con tutto ciò che fino ad oggi abbiamo definito NATURA, si creda o meno sia essa una creazione divina?

    B) Per discutere brevemente la questione del carattere e del senso della tecnica moderna, mi sembra utile partire dalla dall’immagine plastica che ne dette il teologo e filosofo italo/tedesco Romano Guardini (2) in Lettere dal lago di Como. Guardini mette a confronto due opere della tecnica umana, il veliero e la nave a vapore. Mentre il primo utilizza per i propri scopi le forze della natura (i venti, anche quelli contrari, le maree), la nave a vapore procede per la sua rotta indipendentemente da ogni altro fattore che non sia la potenza del suo motore. Ma se nel caso del veliero l’abilità tecnica incontra comunque un limite nella natura, perché con la bonaccia il veliero si ferma, non così la nave a vapore.
    La questione può essere posta anche in questi termini, e cioè: uno strumento tecnico può essere una protesi di un arto umano, che lo aiuta e ne accresce la funzionalità (ad esempio un semplice martello o un arpione o arco e frecce ), oppure un macchinario che agisce in modo autonomo secondo logiche e programmi prefissati, e rispetto al quale l’essere umano può agire, al massimo, in qualità di sorvegliante; del tutto, però, impossibilitato a intervenire direttamente nelle sue procedure , diventando così lui, in certo senso, una protesi della macchina.
    Inevitabile e immediata è l’ analogia con quanto accade in tema di riproduzione umana. In quella naturale, l’infertilità può essere curata, certamente grazie alla ricerca medica ed alla capacità tecnica di individuare i farmaci o gli interventi chirurgici necessari, tuttavia esiste sempre un limite invalicabile (la fine dell’ovulazione femminile causa l’età). Al contrario, le diverse tecniche di fecondazione artificiale non solo consentono di far diventare madre una donna alla quale la natura ormai lo vieterebbe, ma permettono anche la finzione di considerare genitori di un figlio le coppie omosessuali, maschili o femminili. Ho usato il termine finzione, semplicemente perché le coppie omosessuali sono intrinsecamente sterili, e in quei casi il figlio viene letteralmente acquistato “a la carte” , per di più sfruttando spudoratamente le donne povere del terzo mondo indotte a “affittare” il proprio utero.
    Eppure una soluzione al legittimo desiderio di un figlio ci sarebbe. Si chiama ADOZIONE , purché ovviamente da parte di coppie uomo/donna e senza pretendere un bimbo con caratteristiche predeterminate. Lo si toglierebbe da un orfanotrofio, gli si darebbe una famiglia , una madre e un padre.

    C) Quanto detto in precedenza rimanda ancora a Romano Guardini, che in Lettere teologiche ad un amico (in origine non destinate alla pubblicazione), scrive che la natura, per tale intendendo ciò che <> Ne discende che l’uomo anziché cercare di organizzare il mondo così come “dato”, finisce per agire in un mondo da lui stesso creato, artificiale, col corollario che deve perciò anche tenerlo insieme per evitare che crolli. <>

    Non c’è tempo per parlare dell’interessante dibattito sulla tecnica (per chi volesse approfondire rimando al mio articolo citato in precedenza) che ha coinvolto autori alle volte convergenti su posizioni analoghe, altre invece divergenti. Jacques Ellul (3) nota che, mentre prima del XVIII secolo le tecniche erano integrate in una cultura globale, successivamente è la cultura ad essere dominata e marginalizzata dalla tecnica. L’economista Serge Latouche , il teorico della decrescita felice, non ipotizza in realtà il regresso ad una economia preindustriale , ma un cambio di paradigma per misurare la crescita, ancorato a fattori che non siano solo il PIL. (4) Le tesi dei due autori hanno entrambe punti di forza e di debolezza, ma come detto non c’è tempo per analizzarle meglio in questa sede.

    Mi limito perciò ad affermare che, come ogni forma biologica, anche le società umane e le civiltà sono destinate prima a crescere, poi a stabilizzarsi e riprodursi in forme simili a se stesse e infine a de-cadere e deformarsi fino all’estinzione. Il punto decisivo è ciò che avviene durante tali processi, ossia se nel cambiamento ineluttabile le vecchia forme sono conservate seppure trasfigurate nelle nuove, oppure vengono distrutte e/o dissolte. A tal proposito basta osservare la realtà fattuale per capire che lo sviluppo infinito e sempre piu veloce implicato nell’idolatria tecnica ed economica ha nel suo DNA l’esigenza di distruggere continuamente tutte le forme del passato rivoluzionandole incessantemente. Il problema , quindi, non è quello di auspicare un regresso ad uno stadio precedente , peraltro indeterminato, delle civiltà umane, né di bloccare l’evoluzione e il cambiamento. La patologia non è il cambiamento, e quindi il concetto di crescita in sé, ma è il modo e i tempi con cui il cambiamento è governato, sempre che si abbia la consapevolezza e la volontà che debba esserlo, governato. Per spiegarmi con un esempio tratto dalla medicina, combattere le cellule cancerogene che tendono ad espandersi fino a distruggere tutte le altre e infine l’intero organismo in cui sono insediate, non vuol dire arrestare l’evoluzione del corpo ma, come fa una medicina saggia, accompagnarne l’evoluzione e la trasformazione intervenendo, conscia anche dei propri limiti, in caso di necessità.

    D) E’ significativo che la discussione sulla tecnica interessi personaggi e ambienti culturali e politici che si pongono sia, (per usare categorie che ritengo obsolete ma così ci capiamo immediatamente) a “destra” che a “sinistra”. Ne è esempio il filosofo marxista, e padre di quella corrente politico/ideologica che fu definita “operaismo”, Mario Tronti, scomparso meno di un anno orsono. (5) Tronti individua una analogia significativa fra le rivoluzioni conservatrici e quelle operaie (l’Ottobre sovietico). Entrambe, sostiene, (6) hanno svolto una funzione di Katechon, di freno al dilagare della modernizzazione politica, istituzionale, sociale, tecnologica, ossia, scrive, <> e non perchè la Rivoluzione conservatrice e quella operaia fossero in sé antimoderne, ma perché, pur senza riuscirci, tentarono <>.

    Il tema della distruzione o della conservazione delle forme è così delineato chiaramente, e se all’economia sostituiamo o aggiungiamo la tecnica e le moderne tecnologie, la discussione su crescita versus decrescita cambia di segno e si delinea in termini che consentono di sfuggire al dilemma secco e fuorviante fra una passiva e fatalistica accettazione e un rifiuto radicale.
    Quando , ad esempio, Serge Latouche (il cui referente è, a mio parere in modo del tutto contraddittorio, la sinistra sedicente radicale), osserva che l’occidentalizzazione del mondo ha significato, causa l’impatto repentino dell’economia e della tecnica occidentali, la distruzione delle economie di sussistenza e dei costumi e stili di vita ad esse legate, ovvero in una parola la deculturazione di molti popoli, soprattutto africani a causa delle loro deboli tradizioni culturali, credo sia nel giusto. Gli fa eco l’allora cardinale Ratzinger, che nel 2004 (7) ebbe a dire che i mores maiorum, le antiche regole morali che proprio la sinistra anela superare in nome del progresso, sono incompatibili con l’economia iperliberista globalizzata, ma coerenti con altre strutture socioeconomiche e culturali che non facciano della ragione tecnica e di quella economica feticci a cui inchinarsi.

    [Con buona pace, chioso, dei così detti alterglobalisti, che propugnano la globalizzazione giuridica e di ciò che considerano i diritti umani, ma rifiutano quella economica. ]
    La verità è che le pratiche sociali non possono essere segmentate a piacimento in quanto si tengono l’un l’altra. Ergo, se si vogliono la globalizzazione giuridica e dei diritti umani concepiti al modo occidentale, occorre tenersi anche la globalizzazione economica e la tecnica scatenata, con tutte le relative implicazioni. ]

    Se dunque la così detta “sinistra” progressista è in contraddizione con se stessa, non meglio è messa la così detta “destra” sviluppista” e liberista, a proposito della quale ben si attagliano queste parole del filosofo conservatore Roger Scruton (8) <>. Su analoga lunghezza d’onda , Bruce Frohonen nel suo articolo Conservatorismo (9) scrive che la distruzione creativa del capitalismo, come ebbe a definirla Joseph Schumpeter, può essere nemica delle usanze e delle forme di convivenza di un popolo. <> La ricerca spasmodica dell’efficienza e del profitto, prosegue, sono una forma di riduzionismo che postula esserci un unico movente dell’attività umana, cioè il desiderio di guadagno materiale con ciò negando la volontà e il bisogno dei singoli di unirsi in vista del bene di tutti. <>.
    Ancora una volta risultano appropriate le parole del cardinal Ratzinger nella conversazione citata sopra <>.

    Da quanto ho sostenuto sopra , si evince che un utilizzo della tecnica davvero razionale, concetto che, in quanto volto al bene complessivo della comunità umana, è ben diverso dalla semplice e riduttiva “ragione calcolante” , necessiterebbe di tempi, cautele, e processi decisionali incompatibili con l’idolatria del presente, e incompatibili con l’idea di considerare ogni cambiamento buono in sé, con la frenesia che caratterizza la società moderna. E’ possibile tutto ciò?
    Credo sia difficile ma non impossibile, a patto che risorga e riprenda vigore lo spirito “comunitarista”, che tuttavia presuppone piccole comunità di vita e di pensiero difficilmente realizzabili nelle grandi metropoli globalizzate e impersonali, parcellizzate e individualizzate nel senso negativo del termine. Vaghe tracce di “comunitarismo” , se ne trovavano ancora, nel dopoguerra, nei vecchi quartieri delle città, in cui le persone si conoscevano , era vivo lo spirito di solidarietà e in cui veniva esercitata anche una forma di controllo sociale spontaneo. E’ soltanto, credo, nelle piccole comunità , dove le persone sono vincolate da credenze, costumi, usanze, tradizioni condivise e non da interessi individuali uguali benchè opposti come nelle così dette democrazie liberali, o da interessi collettivi come era nei socialismi reali, che ogni innovazione tecnica può essere attentamente valutata e ponderata collettivamente e democraticamente nei suoi possibili impatti , e si possono adottare le decisioni migliori per il bene della stessa comunità e dei suoi membri. Faccio, per concludere, due esempi opposti, uno letterario l’altro di vita concreta. Nel romanzo Jayber Crow, Wendell Berry (10) racconta la disgregazione della comunità, e dei vincoli solidali fra i suoi membri , della cittadina di Port Williams (Kentuchy), allorquando, in nome della razionalità ridotta a calcolo e dell’ansia di innovare, si accetta di introdurre le moderne tecniche agricole ed economiche in luogo delle antiche usanze . Sempre dagli Stati Uniti ci viene però anche un esempio in positivo. Sto parlando, senza con ciò voler assolutamente entrare nel merito complessivo di quella credenza, delle comunità protestanti /anabattiste degli Amish (circa 370.000 abitanti complessivamente): lì ogni nuova tecnologia (come per esempio i cellulari) viene discussa democraticamente e sperimentata in modo controllato per capirne il possibile impatto, i suoi pregi e i suoi difetti. E se si ritiene ci siano aspetti positivi se ne definiscono le modalità d’uso.

    NOTE.
    1. L’interferenza , RIVISTA on line . 23 giugno 2014
    2. Romano Guardini, cattolico, di origini italiane e naturalizzato tedesco, nacque a Verona nel 1885 e morì a Monaco di Baviera nel 1968
    3. Le bluff technologique, Hachette, Paris 1988 e Il sistema tecnico, Jaca Book, Milano 2009 .
    4. Serge Latouche, economista e filosofo francese (1940) , animatore del MAUSS (Movimento Antiutilarista delle Scienze Sociali) , sostiene nei suoi libri (La scommessa della decrescita, L’abbondanza frugale come arte di vivere, La fine del sogno occidentale, ed altri) non si oppone tanto allo sviluppo economico in linea di principio, ma pensa che debba essere governato e misurato su parametri che tengano conto dell’equa distribuzione delle risorse, dei costi dell’inquinamento, dell’esistenza del “mercato nero”, del tempo libero. Tutti parametri di cui il PIL (prodotto interno lordo), non contempla.
    5. Si veda il n. 863 de http://www.ilcovile.it (luglio 2015)
    6. In Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero (Il Saggiatore , 2015)
    7. Conversazione con Galli della Loggia su storia, politica, religione (Il Foglio, 27 e 28 ottobre 2004),
    8. Manifesto dei conservatori, Raffaello Cortina editore, 2007.
    9. in Cultura & Identità, vol IV n. 17, maggio – giugno 2012
    10. Scrittore , attivista ecologista e pacifista , critico della modernità e dell’ american way of life” , è un “conservatore” statunitense , in sintonia con quelle che furono le di Edmund Burke . Si veda http://www.Il Covile .it n. 851, maggio 2015

  3. Giulio Bonali
    15 Maggio 2024 at 10:30

    Sulla scienza, in attesa di leggere l’ articolo consigliato, per ora rilevo che é verissimo che “quando una ricerca é finanziata da un ente privato (ad esempio una casa farmaceutica) gli interessi e gli scopi del finanziatore hanno un ruolo molto importante, tale che quella ricerca non può essere considerata “neutra” e fatta solo per amore della conoscenza”.
    Però qui si parla di ricerca di conoscenza scientifica, non di conoscenza scientifica.
    Questi indubbi interessi materiali dei finanziatori (e ciò vale anche per quelli pubblici, che rispondono agli interessi delle classi al potere) esercitano certamente una notevole influenza sulle ipotesi prese in considerazione ed empiricamente confermate/falsificate nel corso delle ricerche stesse, spesso inducendo a percorrere “false strade” che non portano a risultati e rallentando il conseguimento della conoscenza scientifica; ma non esercitano nessun effetto sulla verità o meno di quanto di conoscenza viene conseguito, che é soggetto unicamente all’ “arbitrato” (“passivamente osservativo” o sperimentalmente prodotto) dell’ empiria.
    Questo ovviamente nel caso della ricerca scientifica correttamente ed onestamente condotta, essendo ovviamente possibile (e di fatto sempre più spesso tendendo ad accadere, nell’ attuale fase di “avanzata putrefazione” del capitalismo) la falsificazione delle osservazioni empiriche per biechi.vantaggi personali dei ricercatori e dei loro finanziatori; ma allora non si tratta più di scienza ma di pseudoscienza, avente esattamente lo stesso (dis-) valore conoscitivo di qualsiasi altro irrazionalistico preteso “sapere” circa il mondo materiale naturale (che per me non esaurisce la realtà in toto); pseudoscienza che per lo meno in linea di principio la scienza é sempre in grado, prima o poi, di smascherare e confutare (purché se ne diano le necessaria condizioni materiali-operative, ovviamente).

    Sulla (critica della) tecnica sono in gran parte d’ accordo.
    Però rilevo che la tecnica stessa non é una forza sociale (un soggetto di conoscenza e azione) ma un’ astrazione dalla concretezza dell’ agire umano (individuale e sociale), e dunque non alla tecnica stessa vanno imputati il suo abuso e le indebite pretese assiologiche che le vengono attribuite, bensì a chi detiene il potere in generale e il potere di tendenzialmente imporre le sue proprie idee come idee dominanti in particolare.
    Questo ci insegna la scienza umana del materialismo storico di Engels e di Marx. La quale ci dice anche che l’ attuale uso per lo meno in larghissima misura distruttivo della tecnica é conseguenza del potere del grande capitale monopolistico e degli assetti sociali che lo incarnano, impongono e preservano; e che un possibile suo uso alternativo ai fini di un autentico progresso della civiltà umana (ma anche solo della sua mera salvaguardia e sopravvivenza!) dipende inesorabilmente dalla conditio sine qua non del superamento, attraverso al lotta di classe, di questi poteri e di questi assetti sociali antiumani (disumani) e distruttivi.

    Dissento dalle considerazioni del teologo Guardini in quanto anche la macchina a vapore (per restare nell’ esempio citato), non meno della nave a vela, é azionata da uomini; ma lo stesso vale anche per l’ intelligenza artificiale e affini, dal momento che anch’ essa (-i) non si realizza (-no) da sola (-i) ma é (sono) prodotto (-i) dell’ attività umana che solo l’ uomo può decidere se, quando e come impiegare o meno (e anche nella meramente fantascientifica ipotesi di “ribellione” di robot sarebbe stato comunque un soggetto umano, con una sua propria libera scelta, a dotarli della capacità di “agire” -muoversi- autonomamente da ULTERIORI comandi umani).
    La tecnica non é che un’ astrazione (mi scuso per la ripetizione), e il suo funzionamento ed i suoi effetti sono imputabili unicamente a decisioni umane; e dunque solo sul terreno dei rapporti umani, impiegando le conoscenze conseguibili nell’ ambito delle scienze umane (con tutti i loro ineludibili limiti di soggettività almeno in una certa misura inevitabile e di non misurabilità e non calcolabilità matematica!) può decidersi del loro uso o meno (uso non ineluttabilmente implicato da esse stesse ma condizionato dai rapporti sociali e in ultima analisi, attraverso complesse mediazioni, dalla lotta di classe).
    Anche ammesso che possa darsi un’ “autonomizzazione del comportamento (ma in realtà del funzionamento)” di macchine, questo non dipenderebbe da un preteso “potere della tecnica” intesa come un mitologico (preternaturale) agente mostruosamente disumano, ma sarebbe invece comunque frutto di libere scelte umane, accadrebbe solo se gli uomini se decidessero liberamente – per lo meno in ultima analisi-di realizzarlo; e l’ uomo potrebbe diventare una “protesi della macchina” solo per una (deprecabilissima) sua libera scelta, e questo dipenderebbe pur sempre dai rapporti sociali e dalla lotta di classe.
    Per esempio le tecniche di fecondazione artificiale non si impongono (o meno) per loro intrinseca “volontà” (contro cui si dovrebbe lottare) ma si possono consentire ed applicare o meno per decisioni umane statali-legislative e individuali-personali (oggetto di umanissime relazioni e lotte sociali e personali-individuali).
    Ogni possibile “creazione” umana non può che realizzarsi nell’ ineludibile rispetto ed applicazione a scopi realistici delle “inesorabili”, oggettive leggi naturali; e dunque nessun possibile “mondo artificiale”, “creato” dall’ uomo potrà mai “fuoriuscire dall’ alveo del divenire naturale”, del quale non sarà mai oggettivamente che un mero aspetto fra i tanti altri, per quanto assai “peculiare” ma solo secondo una soggettivissima, arbitraria valutazione umana.

    Dissento infine (ma già si capiva…) dalla soluzione proposta delle “piccole comunità” autonome reciprocamente coesistenti, che ritengo letteralmente “utopistica” ovvero non effettivamente realizzabile in alcun luogo, mentre secondo me l’ unica speranza fondata di superare il deprecabilissimo e umanamente catastrofico stato di cose presenti stia nella comprensione razionale dei rapporti sociali vigenti e nella lotta di classe per il loro superamento (il che implica inevitabilmente l’ uso di mezzi anche violenti e la possibilità e in una certa misura inevitabilità di compiere scelte sbagliate ed ingiuste, da superare quanto più e quanto prima).
    Ma di questo bisogna discutere con reciproco rispetto e disponibilità all’ ascolto delle altrui ragioni.

    P.S.: rilevo la deprecabile impossibilità di citare, anche da me subita in passato, in queste critiche e risposte agli articoli de L’ Interferenza.
    Credo che si dovrebbe modificare il software della stampa dei commenti dei lettori.

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