I nuovi mostri

La nota positiva di questa tornata elettorale europea è che per lo meno non si dovrà versare l’obolo, un euro, come alle primarie del PD. Almeno questo ci viene risparmiato.
Non che la situazione cambi però di molto. Anche in questo caso si tratta infatti di un referendum pro o contro il premier in carica, con la differenza che alle primarie il suo avversario era il decotto dalemiano, Cuperlo, suo collega di partito, facilissimo da battere, anzi da annichilire (come infatti è stato), mentre ora il “nostro” se la deve vedere con Grillo, avversario di tutto rango e niente affatto facile da sconfiggere.
Si, certo, ci sono anche Berlusconi e la Lega Nord (che è una sua propaggine), ma queste sono ormai forze residuali, anche se provviste tuttora di un certo seguito elettorale, destinate a finire la loro corsa su un binario morto. L’onda lunga del berlusconismo si sta esaurendo e lo stesso Berlusconi, diciamoci la verità, ha perso molto del suo vecchio smalto. Il ruggito del vecchio leone assomiglia sempre più a un rantolo. Il centrodestra è in evidente crisi e ci vorrà molto tempo prima che possa riorganizzare le sue fila e individuare una leadership in grado di sostituire quella attuale che, con tutta evidenza, sta mostrando la corda. E poi Berlusconi stesso ha esaurito la sua spinta propulsiva; l’ “Europa” lo ha messo nell’angolo, giudicandolo inadeguato a gestire questa fase, preferendogli il giovane ex sindaco di Firenze, e a lui non resta che fare buon viso a cattivo gioco. Grida al “colpo di stato” che lo avrebbe defenestrato (e in effetti lo hanno fatto fuori senza tanti complimenti e senza alcun passaggio elettorale, ma questi ormai sono dettagli…), prova a smarcarsi rispetto alle posizioni del premier ma sa perfettamente che questo sta facendo esattamente la stessa politica che avrebbe dovuto fare lui e che invece non ha fatto, non perché sia meno capace o più sensibile alle ragioni del mondo del lavoro rispetto a quell’altro ma perché non aveva alle spalle la stessa copertura politica di cui gode l’attuale presidente del consiglio. E poi sa anche che se quest’ultimo dovesse perdere le elezioni, le perderebbe di fatto anche lui, per la semplice ragione che la sconfitta di Renzi comporta necessariamente la vittoria di Grillo e del M5S e non certo la sua.
In parole povere, il destino di Berlusconi, anche se a molti potrà sembrare paradossale, è intimamente legato a quello di Renzi che ovviamente ha smesso di fargli la guerra (e perché mai poi avrebbe dovuto continuare a fargliela dal momento che hanno le stesse idee, ma proprio le stesse, sulle cose del mondo?…) non appena eletto segretario e contestualmente premier (defenestrando pure Letta, anche in questo caso senza nessun passaggio elettorale), mettendo la parola fine all’antiberlusconismo, elevato a vera e propria ideologia (sostitutiva dell’antifascismo che invece era originariamente una cosa seria se non fosse stato anch’esso successivamente utilizzato come alibi per coprire il per lo meno ventennale regime democristiano e consociativo ) che ha consentito al PD, ex PDS-DS, di campare di rendita per circa un ventennio, abdicando alla politica in favore della magistratura e ritagliandosi il ruolo di solerte e affidabile amministratore dell’esistente per conto terzi.
La nuova coppia amico-nemico è, dunque, Renzi (e il PD) da una parte e Grillo (e il M5S) dall’altra. Il copione è lo stesso di sempre, lo stesso che va in scena dal dopoguerra ad oggi e che ha anche funzionato, va riconosciuto.
I nuovi “mostri”, allo stato, i nuovi “kattivi”, dopo i komunisti che mangiavano i bambini e dopo Berluskoni vessatore di “olgettine”, sono i “grillini” e il loro “populismo demagogico, avventurista e sfascista”.
“Dopo Renzi c’è il nulla, il baratro, se Renzi fallisce è la fine, non c’è più speranza per il Paese, siamo all’ultima spiaggia” – questo il mantra che ci viene ripetuto ossessivamente a reti e a voci pressoché unificate.
Non ricordo, per la verità, da quando ho cominciato ad interessarmi di politica – la qual cosa risale ai primi anni ’70 – una tornata elettorale dove non venisse agitato lo spettro del precipizio, dell’abisso, in caso di affermazione dello schieramento avversario. L’ultimo appello a stringersi al capezzale della salvezza nazionale in ordine di apparizione è stato quello in occasione del governo Monti.
Sarebbe interessante invece capire quale sarebbe il futuro del Paese in caso di affermazione del PD (i paradossi della storia vogliono che questo sia il baricentro e il garante dell’attuale sistema politico) e di Renzi.
Più che azzardare delle ipotesi preferiamo restare ai fatti. Precarizzazione assoluta del lavoro camuffata con il termine ambiguo di “flessibilizzazione” (addirittura il vicedirettore di Repubblica, Giannini, è arrivato a bacchettare qualche settimana fa in diretta tv il premier per il suo “jobs act” sostenendo che questo ufficializza la precarietà; c’è da chiedersi dov’era Giannini in questi anni, o semplicemente la sua critica è dovuta al fatto che il suo candidato alla segreteria del PD era un altro…), perdita di ogni potere contrattuale da parte dei lavoratori ridotti a poco più che appendici dell’impresa, smantellamento sistematico dello stato sociale, intensificazione del carico fiscale, adesione acritica ai vincoli di bilancio (fiscal compact) e ai vincoli monetari che stanno strangolando milioni di piccoli e piccolissimi imprenditori e artigiani e provocando un aumento vertiginoso dei disoccupati, imposti dall’Europa e dalla oligarchia finanziaria che tira le fila (rimandiamo a tal proposito all’articolo di Vladimiro Giacchè).
La moneta di scambio o se preferite l’operazione di marketing con cui questa “cura” dovrebbe essere fatta digerire è la cosiddetta “modernizzazione” del paese che assume la forma della lotta alla “casta” politica e amministrativa (preparata con cura da qualche anno a questa parte), cioè alle nomenclature di partito e soprattutto a quella burocrazia (del resto invisa a tutti, non senza giustificazione) che per tanti anni è stata al servizio (e per questo è stata ed è ben retribuita e ha goduto di enormi privilegi…) dei padroni del vapore e che ora deve essere “sacrificata” (il termine è sicuramente iperbolico rispetto alla effettiva entità del “sacrificio”) sull’altare del nuovo patto sociale che si vorrebbe stipulare/imporre.
Resta da capire se l’operazione di cui sopra, cioè la demonizzazione dell’avversario, che ora ha il volto e le sembianze di Grillo e dei “grillini”, funzionerà ancora.
Fra un paio di giorni lo sapremo.


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